Che la riforma dell’accesso alla facoltà di Medicina e Chirurgia in Italia, prevista a partire dall’anno accademico 2025/2026, fosse un fallimento annunciato era evidente nell’opinione della stragrande maggioranza degli analisti della “riforma Bernini”: a conferma del fatto che la società non ha bisogno di progetti frutto di libera elaborazione di idee per narcisistico bisogno di visibilità ma di riforme necessarie per risolvere problematiche presenti nel sistema paese.
La società ha bisogno di decisori istituzionali che non siano arroganti e grotteschi burattinai ma di competenze. Le prestigiose pagine della storia dell’Italia sono quelle che hanno visto come protagonisti, in tutte le arti e contesti, persone umili e dotate di preparazione investita per il bene comune.
Non riporto perché dello stesso tenore delle risibili autocelebrazioni, tanto ricorrenti nei miasmi social alimentati da poveri cristi in cerca di popolarità non altrimenti ottenibile, le dichiarazioni dei principali esponenti della maggioranza e del Governo di propagandistica esaltazione della legge 14 marzo 2025, n. 26 “Delega al Governo per la revisione delle modalità di accesso ai corsi di laurea magistrale in medicina e chirurgia, in odontoiatria e protesi dentaria e in medicina veterinaria” . Sono, per chi voglia andare a leggerle nei canali mediatici, la palese palestra dell’oralità farneticante la somministrazione di genialità.
Nemmeno mi addentro nel vespaio delle polemiche e nemmeno delle condivisibili critiche avanzate dagli stessi studenti ma proprio in considerazione della situazione paradossale ordita a danni di questi ultimi e, in paio, dei cittadini i quali giorno dopo giorno vedono ridurre a privilegio il diritto alla salute (costituzionalmente garantito).
Mi soffermo, piuttosto, su un aspetto oggetto di attenzione scientifica ma non adeguatamente focalizzato: quasi la metà degli studenti di medicina, pur essendo riusciti a superare uno dei test d’ingresso più selettivi d’Italia, ha considerato l’idea di abbandonare tutto.
A confermarlo sono gli esiti dell’indagine condotta da Univadis Italia, parte di Medscape Professional Network, tra maggio e ottobre 2025 su un campione significativo di studenti distribuiti in tutta Italia (L’esperienza degli studenti di medicina in Italia. I risultati dell’indagine: https://www.medscape.com/slideshow/6019125#1 editato da Daniela Ovadia | January 29, 2026).
Perché? Dalle evidenze emerge che non si tratta di un fisiologico stress da esami, ma di un esaurimento profondo che annienta la motivazione professionale. L’84% degli studenti ha scelto medicina per genuino interesse nella disciplina, il 67% per il desiderio di aiutare chi ne ha bisogno. Eppure i problemi di salute mentale sovvertono le volontà propositive e non si fermano al burnout.
Il 59% degli studenti ha sperimentato depressione o altri disturbi psicologici durante la formazione, con il 22% che li vive costantemente o frequentemente. Solo un quarto non ha mai affrontato questi problemi.
Di fronte a questa sofferenza diffusa, la metà degli studenti ha cercato aiuto professionale ma si è rivolta prevalentemente a psicologi esterni (44%) piuttosto che ai servizi universitari (appena il 6%).
Il 22% avrebbe voluto cercare aiuto ma non lo ha fatto, segno che vi sono barriere all’accesso o uno stigma che ancora circonda la richiesta di supporto psicologico.
E il giudizio degli studenti sulle loro istituzioni è impietoso: il 52% ritiene che il benessere mentale non sia affatto una priorità per l’amministrazione e il corpo docente, mentre il 25% assegna un punteggio di appena 2 su 5. Nessuno – ma proprio nessuno – ritiene che sia la massima priorità.
C’è una chiara disconnessione tra i bisogni degli studenti e la risposta istituzionale che emerge dall’analisi dei dati. Un paradosso, se si considera che questi stessi studenti dovranno prendersi cura della salute mentale dei loro futuri pazienti.
Non è solo il carico di lavoro a pesare. Gli studenti italiani guardano al futuro con profonda preoccupazione: il 71% è molto o estremamente preoccupato per le prospettive economiche future, e il 61% lo è per i debiti accumulati durante gli studi.
In un Paese dove la specializzazione post-lauream è essenziale per esercitare ma spesso comporta anni di lavoro sottopagato, queste preoccupazioni sono tutt’altro che infondate.
Sul piano didattico emerge un altro dato critico: il 59% degli studenti considera la propria preparazione pratica insufficiente o molto insufficiente. Solo il 17% la giudica sufficiente o più che sufficiente.
Questo risultato mette in luce una delle maggiori carenze del sistema formativo italiano:
La mancanza di preparazione pratica non è solo un problema formativo, ma incide negativamente sulla fiducia degli studenti nelle proprie capacità future come medici.
E questo si riflette anche nella preparazione per il test di specialità: solo il 15% degli studenti del quinto e sesto anno si sente preparato o molto preparato, mentre ben il 51% si considera poco o per nulla preparato.
L’indagine evidenzia anche altre lacune formative significative. Solo il 26% degli studenti afferma che il proprio corso include una formazione specifica sulle disuguaglianze in salute legate a fattori come etnia, sessualità e status economico. Il 41% dichiara che questa formazione non è prevista, mentre il 33% non è sicuro della sua presenza nel curriculum.
Il 20% degli studenti ha subito episodi di bullismo o discriminazione durante il percorso formativo. Il 9% sente di essere stato vittima di comportamenti percepiti come bullizzanti da parte dei docenti, e il 6% sia da parte di docenti che di altri studenti.
L’indagine di Univadis Italia suggerisce che il problema non è solo quantitativo ma qualitativo: non basta far entrare più studenti se poi il sistema non è in grado di formarli adeguatamente, di proteggerli dal burnout, di garantire loro un’esperienza pratica sufficiente e un futuro economicamente sostenibile.
Il 56% degli intervistati non ha ancora scelto la propria specialità (tra quelli che hanno ristretto il campo) e il 10% non ha nemmeno iniziato a pensarci, segno che molti preferiscono prendersi il tempo necessario per valutare attentamente non solo le diverse opzioni ma anche le possibilità concrete di accedere alla specialità desiderata.
Fonti:
I risultati dell’indagine: https://www.medscape.com/slideshow/6019125#1; Daniela Ovadia, MD. Studenti di medicina in Italia, tra burnout e voglia di abbandonare – Univadis – 02/02/2026.
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