Nella diciassettesima puntata della seconda stagione di “30 minuti con…”, il nostro direttore Paolo De Chiara, insieme al nostro collaboratore Antonino Schilirò, hanno ospitato l’On. Sonia Alfano per un confronto chiaro, senza filtri: mafie in Italia, in Europa e nel mondo, e un filo rosso che torna sempre uguale: la capacità delle organizzazioni criminali di cambiare pelle più in fretta dello Stato.
Alfano parte da una frase che circola e fa rumore: l’idea che “lo Stato abbia vinto” perché Cosa Nostra sarebbe stata sconfitta. La risposta è una frustata: “Vorrei avere il suo stesso ottimismo”, dice, perché i dati e l’osservazione sul campo le restituiscono altro.
E lo mette subito in chiaro con un passaggio che pesa: “Mai come l’anno appena trascorso, il 2025. E il 2026 promette bene. Ho registrato un’impennata da parte delle mafie”.
Il punto, in questa puntata, è il metodo. Sonia Alfano descrive una criminalità che non cerca il silenzio: cerca platee, simboli, consenso digitale. L’esempio è la narrazione tossica che corre sui social: “far apparire i carnefici come vittime e le vittime come carnefici”.
Non è soltanto propaganda: è addestramento, è “scouting”. E ritorna la proposta di legge, dimenticata in un cassetto dagli attuali governanti: “apologia della mafia”. Perché “non sono parole al vento” quelle che inneggiano ai boss e trasformano la violenza in merchandising.
Nel racconto entra anche l’Europa. Alfano richiama il tema delle reti criminali transnazionali e il ruolo strategico dei porti, Rotterdam e Anversa, come snodi dove la logistica diventa potere e il potere diventa ricchezza criminale.
Poi un altro capitolo: le carceri. Alfano denuncia dirette social, telefoni che entrano, contatti che non si spezzano, e perfino l’uso di droni. Una resa simbolica. Se un detenuto continua a comunicare, comandare, la detenzione diventa continuità.
Nel cuore della puntata riaffiora una ferita che non si chiude: Lea Garofalo. Si parla di funerali trasformati in festa, di istituzioni che arrivano tardi, di risposte che arrivano quando la polvere si è già posata.
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Sul finale, la conversazione si stringe sul giornalismo. Quando si cita il giornalista (suo padre) Beppe Alfano, vittima di mafia, Sonia non fa commemorazione: ma accusa.
Dice che oggi il giornalismo è “troppo piegato”, e che il coraggio è diventato raro, più esposto. “Siete in pochi a cercare la notizia, ma soprattutto a stare sulla notizia”.
Il video integrale della puntata è disponibile nell’articolo o cliccando su questo link.
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