Nel racconto dell’avvocato Enzo Guarnera non c’è soltanto il ricordo di un colloquio “anomalo” tra un avvocato e un boss. C’è il ritratto di un potere mafioso. Santapaola, davanti a una proposta di collaborazione, segnò un netto confine. Nella lingua del comando, dell’appartenenza, della fedeltà al sistema mafioso. La rivendicazione di una scelta rimasta intatta fino alla fine.
Nitto Santapaola se n’è andato (all’inferno) a 87 anni, lunedì 2 marzo 2026, dopo decenni trascorsi da protagonista assoluto della mafia catanese e siciliana. Boss potentissimo e sanguinario, legato ai corleonesi, soprannominato “il cacciatore”, condannato in via definitiva come mandante delle stragi di Capaci e via D’Amelio e per l’omicidio del giornalista Pippo Fava.
Per oltre trent’anni ha vissuto il carcere senza mai scegliere la strada della collaborazione con la giustizia.
E’ stato il trait d’union tra la mafia siciliana (che non è stata ancora sconfitta) e le istituzioni. Arrestato nel 1993 dopo una lunga latitanza e detenuto fino all’ultimo in regime di 41-bis a Opera, Santapaola è rimasto per anni un simbolo di continuità mafiosa, anche da dietro le sbarre. Un PDM come tanti altri mafiosi italiani (insieme ai colletti bianchi, massoni e politici italiani corrotti).
Il racconto dell’avvocato Enzo Guarnera, che circa trent’anni fa lo incontrò (e ci parlò) in un’aula di giustizia a Bologna, offre uno spaccato sulla personalità del criminale siciliano. Un colloquio di quindici minuti. Un tentativo diretto, quasi spiazzante, di spingerlo a collaborare. E una risposta rimasta scolpita come una sentenza: “Avvocato, lei faccia la sua strada e io faccio la mia”.

Avvocato, volevo partire da quel giorno dell’incontro con Nitto Santapaola. Che sensazioni ha provato quando ha incontrato questo boss di Cosa Nostra?
Eravamo a metà degli anni ’90 e io ero a Bologna perché Santapaola aveva un processo, non ricordo più per quale reato, al Tribunale di Bologna. Era presente come collaboratore di giustizia il suo accusatore, Giuseppe Pulvirenti, detto U Malpassotu, un grosso capomafia catanese collegato con Santapaola per anni, un suo braccio destro. In quell’aula eravamo poche persone, il PM, io come difensore di Pulvirenti e Santapaola con il suo avvocato che era venuto da Catania. Viene sentito il Pulvirenti, il quale ribadisce le accuse nei confronti di Santapaola, dopodiché Pulvirenti esce dall’aula. Io resto perché c’era stata una sospensione. Pulvirenti esce ed esce l’avvocato di Santapaola e restiamo nell’aula io, Santapaola dietro le sbarre e il Pubblico Ministero. Santapaola mi dice: “Avvocato Guarnera, le posso parlare?”. Io rispondo: “Santapaola, non è rituale perché io sono l’avvocato di Pulvirenti, lei è formalmente una parte avversa, quindi in base al codice non posso avere dialogo con lei”. Il PM, che pensò che forse Santapaola volesse parlarmi perché aveva deciso di collaborare, mi dice: “Avvocato, vada pure, l’autorizzo io”.
Cosa successe?
Mi alzo e mi avvicino alla gabbia e lui dice: “Avvocato la conosco, ci conosciamo a distanza. Lei deve sapere che molte accuse che mi hanno fatto anche i collaboratori, compreso Pulvirenti Giuseppe, sono false perché io sono sempre stato contrario a che si facessero omicidi eccellenti.
Si riferiva alle stragi?
Ha fatto un discorso generale, dicendo che lui era stato contrario agli omicidi eccellenti e parlò di professionisti, giornalisti, appartenenti alle forze dell’ordine, appartenenti alle istituzioni dello Stato. “Tutte le accuse che mi hanno fatto sono infondate, sono frutto delle invenzioni, delle elaborazioni o elucubrazioni dei collaboratori di giustizia”. Ed io rispondo: “Posso prendere atto di quello che lei mi dice, ma perché lo dice a me? Io non ho alcun potere su queste sue dichiarazioni, peraltro ci sono processi con sentenze definitive. Quindi semmai è il suo avvocato che, se ciò che lei dice è vero, è fondato e ha elementi di riscontro, dovrebbe proporre la revisione dei processi nei quali lei è stato condannato. Ma io cosa posso fare?”. Lui mi dice: “Sì avvocato, certo, mi voglio sfogare, siccome la conosco così di fama”.
In che senso “di fama”?
Nel senso che ero il difensore di numerosi collaboratori di giustizia che accusavano lui, tra l’altro. Dopodiché il discorso, lo ricordo, arrivò al fatto che sia lui che io eravamo stati a scuola dai Salesiani. Allora ho colto l’occasione per dirgli: “Santapaola, visto che tutti e due veniamo dai Salesiani e quindi abbiamo fatto un’esperienza religiosa”, e lui – peraltro – quando venne arrestato aveva il Vangelo, aveva un altarino, le solite iconografie dei capimafia, “a questo punto glielo posso dire una cosa? Ma lei vuole stare tutta la vita dietro queste sbarre? Lei lo sa che ha una possibilità di uscire? Faccia come Pulvirenti Giuseppe”, gliel’ho detto chiaramente. E si è un po’ irrigidito. Gli ho fatto un’espressa richiesta di collaborazione con la giustizia e mi ha detto in siciliano, il che ha un valore perché non me l’ha detto in italiano, è l’unica frase in siciliano che ha pronunciato durante questo nostro colloquio: “Avvocato, lei si faccia la sua strada e io mi faccio la mia strada”, come dire sono due strade completamente diverse e quindi la proposta è irricevibile.
Avvocato, quando lei dice che questa frase ha un valore, che significa?
Ha un valore perché è detta in siciliano e la frase è come la dice un capomafia, perché se l’avesse detta in italiano è come se lasciasse uno spazio di ulteriore dialogo, mentre se tu in un contesto nel quale hai dialogato in italiano, grazie alla mia richiesta di fare come Pulvirenti Giuseppe, mi rispondi in siciliano è come se il capomafia stesse parlando nel suo gruppo. È l’imprimatur della identità mafiosa, l’ho percepita così. Una cesura netta. E’ la mia percezione, la mia interpretazione. Però credo che non sia lontana dalla realtà.
Voleva soltanto parlare per sfogarsi o voleva comunicare altro?
Voleva lanciare un messaggio, attraverso me, per dire che gli omicidi eccellenti non li ha mai voluti. Lui voleva un po’ discolparsi, come se io questo messaggio l’avessi dovuto portare all’esterno. Però ovviamente io non gli potevo credere e non l’ho neanche portato. Questo episodio l’ho raccontato a qualche amico. Nell’immediatezza a qualche magistrato, quando sono rientrato, ovviamente si sono messi a ridere.
Lei all’epoca difendeva U malpassotu. Ma che ruolo aveva Pulvirenti?
Giuseppe Pulvirenti era il capo di un gruppo di mafiosi dei paesi dell’Etna chiamati appunto i Malpassoti, perché lui era originario di Belpasso. Una volta era un comune chiamato Malpasso perché era zona di briganti, nell’antichità. Allora Pulvirenti Giuseppe, originario di Belpasso, aveva questo soprannome derivato appunto da Malpassotu, cioè come un brigante. Era un grosso ignorante, come poteva essere Totò Riina, però aveva una grande perspicacia criminale e aveva affiliati nel suo gruppo con decine e decine di mafiosi che poi scelsero anche la strada della collaborazione.
In quale contesto ci troviamo?
Parliamo dei primi anni ’90. Nel gruppo di Pulvirenti collaborarono circa 15 persone, e poi nel 1993 collaborò anche Pulvirenti Giuseppe, che ovviamente diede la stoccata finale perché conosceva tante cose. Lui peraltro omicidi personalmente ne fece pochi, ma come mandante fu mandante di decine di omicidi. Lui creò un’alleanza operativa con il gruppo Santapaola-Ercolano e quindi divenne una propaggine dei Santapaola operativa in alcuni paesi dell’hinterland catanese, tra cui Belpasso, Nicolosi, Misterbianco, Adrano. C’erano tanti comuni dove lui aveva un gruppo locale che operava nella malavita: estorsione, usura, traffico di droga, omicidi. Ne fecero a decine di omicidi.
Mentre Nitto Santapaola cosa ha rappresentato?
Nitto Santapaola ha rappresentato la cesura tra il potere mafioso diffuso sul territorio tradizionale e le istituzioni e la politica. Una parte della politica e delle istituzioni. Se Santapaola avesse collaborato avrebbe, probabilmente, sconvolto la geografia politico-istituzionale di buona parte della Sicilia. Nitto Santapaola è colui che già in odore di mafiosità, nei primi anni ’80, veniva ricevuto e omaggiato da prefetto, questore, arcivescovo, sindaco di Catania.
Lui inaugurò una delle sue attività imprenditoriali, che era una concessionaria di automobili della Renault chiamata Pancar, alla presenza del sindaco di Catania, del questore e del prefetto. Lui inaugurò in presenza di altre autorità un bar e c’è una fotografia che lo immortalava, credo sia agli atti di qualche processo anche di Palermo, in un ristorante di Catania, che adesso l’hanno chiuso, a tavola con il sindaco di Catania Salvatore Coco (Dc), con un deputato del Partito Socialdemocratico, Rino Lo Turco, deputato regionale. Da qualche parte questa fotografia dovrei averla, tanti anni fa la utilizzai in un comizio, dove Lo Turco teneva il braccio attorno alle spalle di Santapaola mentre erano seduti a mangiare. C’era Santapaola, c’era questo sindaco di Catania, Coco, c’era questo Lo Turco, c’era Romeo, un altro mafioso. Era normale che Santapaola frequentasse i livelli istituzionali. Questo faceva sì che Santapaola avesse un ruolo di congiunzione per gli affari, per gli appalti. Catania ebbe un periodo molto triste perché negli anni ’70-’80 si negava che esistesse la mafia. Si parlava di criminalità comune. C’erano decine di omicidi, però si parlava di criminalità comune. Santapaola ebbe frequentazioni anche con qualche ufficiale dei Carabinieri che, anziché fare indagini su di lui, lo riceveva tranquillamente.
Rappresentò un momento importante, in negativo, nel quale si cominciò a percepire come la mafia tradizionale potesse saldarsi in un sistema di potere che comprendeva anche esponenti delle istituzioni, delle professioni, della politica.
E oggi cosa rappresentava Nitto Santapaola?
Oggi formalmente niente, era ammalato di diabete e detenuto a Opera da diversi anni. Però, sul piano carismatico, era un riferimento. Era al 41 bis, ovviamente non so chi andasse ai colloqui. In ogni caso ancora era qualcuno che contava e che forse riusciva anche a mandare alcuni segnali. Non so in che modo, ma non mi meraviglierei che li mandasse a chi a Catania di fatto continuava a operare per conto del gruppo, in particolare gli Ercolano.
Un legame di sangue.
Gli Ercolano e i Santapaola sono imparentati. Il gruppo Ercolano è quello che credo abbia in mano le redini del gruppo. Poi ci sono due figli maschi, uno è all’ergastolo, l’altro è libero. L’unica persona esente sul piano formale e sostanziale è la figlia Cosima, che è medico, sposata e lavora al Policlinico. Forse l’unica che aveva anche colloqui col padre, perché gli altri non potevano andarci.
Ma oggi, con la morte di Santapaola, si è creato uno spazio sul territorio?
Questo è da decifrare. Non l’hanno ancora capito neanche i magistrati, è troppo fresca la morte di Santapaola. Credo che non ci sarà un vuoto, ci sarà un riassettamento all’interno del gruppo per capire chi deve essere il referente più alto. Sarà compito della Procura, delle forze dell’ordine, della DIA, capire adesso quali sono i movimenti. E’ difficile capirlo subito. Non è facile capire chi, adesso, colmerà questo vuoto, quanto meno sul piano formale. Anche se il gruppo non credo che si sia sgretolato o si sgretoli perché Santapaola è morto. Di fatto Santapaola, da oltre 30 anni, era in carcere. Il gruppo aveva ed ha una sua consistenza operativa e anche di direzione strategica. È venuto meno il carisma del capo ma credo che questo non cambierà molto gli interessi, gli assetti operativi del gruppo.
Nel novembre scorso, in una scuola pubblica, l’attuale procuratore di Brescia Francesco Prete disse davanti ai ragazzi che la mafia siciliana sarebbe stata sconfitta. Lei è dello stesso avviso?
Assolutamente. Non so chi sia questo Procuratore, sarei curioso di conoscerlo. Ma da dove viene? Dall’Australia forse, dalla Nuova Zelanda? Non so chi gli dà le informazioni. La mafia siciliana non è assolutamente sconfitta, anzi ha elevato il livello della operatività. La mafia siciliana ormai lavora in silenzio, saldandosi sempre più nel mondo degli affari, del riciclaggio, della finanza, utilizzando anche colletti bianchi cioè imprenditori, funzionari dello Stato, liberi professionisti, per tutte le operazioni di alta finanza e di alto riciclaggio che prima era più difficile realizzare con gli analfabeti. Adesso si spara meno perché non serve più sparare, perché serve compiere affari e gli affari si fanno in silenzio.
C’è una compromissione di una zona grigia molto ampia in Sicilia, nel mondo degli affari, del commercio, della grande distribuzione, che è compromessa ampiamente con le cosche criminali, che hanno bisogno di investire i capitali di provenienza illecita e li possono investire soltanto a quei livelli.
Sconfitta la mafia? No, Procuratore: questa è una favola pericolosa



