Non è una crisi nata ieri. Non è un fulmine caduto su un mondo ordinato. La crisi mondiale dell’era Trump, del post 10/7 e dell’ultima linea rossa nel conflitto USA-Iran affonda, secondo il dottor Andrea Catone, dentro una lunga evoluzione storica negativa che comincia già nella fase finale della Guerra Fredda.
Nella puntata di “Prima Linea news”, il direttore di Marx21, rivista erede della tradizione culturale e politica de “L’Ernesto”, propone una lettura ampia, netta, controcorrente. Una lettura che rifiuta le semplificazioni del presente e invita a rimettere ogni conflitto dentro uno schema storico complessivo, politico, economico e geopolitico.
Il punto di partenza è il vecchio equilibrio tra USA e URSS. Un equilibrio duro, conflittuale, ideologico, ma capace comunque di reggere un ordine internazionale fondato su due blocchi contrapposti e su modelli economici differenti. In quella stagione, osserva Catone, esisteva una competizione globale che tuttavia riusciva ancora a garantire una forma di stabilità e una gestione generale considerata accettabile.
Da qui il passaggio decisivo alla fase terminale di quel mondo. L’Ostpolitik di Willy Brandt, l’apertura verso i Paesi del Patto di Varsavia, il progressivo mutamento dei rapporti di forza internazionali e infine il crollo del 1989 diventano, nella lettura di Catone, il punto di svolta che prepara il nuovo assetto globale. Un assetto in cui gli Stati Uniti elaborano la dottrina dell’unipolarismo globale, cioè l’idea di un pianeta da dominare politicamente, economicamente e culturalmente.
È qui che entra in scena la grande macchina della propaganda. La narrazione della vittoria definitiva del sistema neoliberista americano sul mondo, spiega Catone, non è stata soltanto un racconto ideologico: è stata lo strumento con cui si è legittimato un nuovo espansionismo. Un processo che trova una delle sue prime manifestazioni concrete nella prima Guerra del Golfo del 1991 e nella trasformazione della vecchia Comunità Europea in Unione Europea, con obiettivi e strategie profondamente diversi rispetto agli intenti originari del progetto paneuropeo.
Parallelamente, si consuma anche la fine di un equilibrio economico fondato sul rapporto tra intervento pubblico, funzione statale e privatizzazione controllata. Al suo posto si impone il neoliberismo come unico orizzonte possibile. Un modello senza alternative, presentato come inevitabile, che secondo l’analisi proposta da Catone diventa anche il cuore di una nuova forma di controllo sulle nazioni non euro-americane o su quei Paesi rimasti, almeno in parte, fedeli a logiche di autonomia e antagonismo.
Dentro questo quadro si colloca anche il capitolo delle Primavere arabe, letto non come semplice moto spontaneo di liberazione, ma come terreno complesso in cui movimenti di massa, laicismo e Islam politico vengono utilizzati come leva per il rovesciamento di assetti sgraditi e per la costruzione di nuovi regimi pienamente compatibili con l’ordine occidentale neoliberista.
Il caso della Libia diventa, in questo senso, emblematico. Dalla Jamahiriya all’ultimo Gheddafi, fino al collasso successivo, il Paese appare oggi come uno dei simboli più evidenti della distruzione di un equilibrio precedente senza che sia stato costruito un vero ordine nuovo. Il risultato, nella sintesi brutale ma efficace di questa lettura, è una nazione frammentata, indebolita, tribale.
In questa prospettiva acquistano ancora più peso le parole di Papa Francesco sulla “terza guerra mondiale a pezzi”. Non una formula retorica, ma la definizione di un mondo in cui i conflitti si moltiplicano, si intrecciano e si disseminano su più fronti, dentro una crisi sistemica che riguarda la politica, l’economia, le democrazie e i rapporti di forza internazionali.
Secondo l’esposizione di Andrea Catone, lo scenario può essere letto in modo persino semplice nella sua durezza: ciò che vediamo oggi è il tentativo, da parte di diversi popoli e diverse nazioni, di sottrarsi alla logica dell’imposizione del neocapitalismo e del dominio delle potenze che ne rappresentano gli interessi. Da qui nascono frizioni, guerre, destabilizzazioni, pressioni economiche e scontri geopolitici che non possono essere interpretati come episodi isolati.
L’intervista andata in onda su “Prima Linea news” (canale WordNews.it) si presenta dunque come una riflessione ampia e provocatoria, capace di collegare la crisi delle democrazie contemporanee, l’aggressività del nuovo ordine globale, il ruolo dei media e la trasformazione dei conflitti internazionali in una sola grande traiettoria storica. Una traiettoria che, per Catone, parte dalla fine del bipolarismo e arriva fino al nostro presente inquieto, segnato da guerre, instabilità e da un ordine mondiale sempre più fragile.
È una lettura che può dividere, certo. Ma che ha il merito di rimettere al centro una domanda vera: la crisi attuale è davvero senza precedenti oppure è il frutto avvelenato di una lunga deriva cominciata molto prima di Trump? È proprio su questo crinale che si muove l’intervento di Marx21, offrendo agli spettatori una chiave di lettura alternativa e radicale del tempo che stiamo attraversando.





