Si parte, in questa terza parte dello Speciale Guerra del Golfo, da un articolo del professor Hamdani, che illustra il piano classico dell’attuale attacco all’Iran da parte di USA e Israele: la consueta narrazione del conflitto finalizzata a indebolire il Paese, favorire una rivolta generale per il cambio di regime e lasciare infine a Trump il compito di decidere quando e come la guerra debba concludersi.
Ma è proprio dentro questo schema che emergono una serie di criticità profonde.
La prima riguarda il presunto cambio di regime. Un obiettivo del genere non può essere favorito dal tipo di bombardamento che si sta consumando, un bombardamento che colpisce tutti in modo indiscriminato, progressisti e conservatori, e che accompagna alla distruzione materiale anche assassinii selettivi di leader civili, con modalità che finiscono per richiamare quelle dello stesso regime degli ayatollah. In questo quadro, l’idea che la guerra possa generare automaticamente una rivolta popolare appare fragile, se non illusoria.
La seconda criticità investe direttamente Donald Trump e la sua credibilità politica. Con questo attacco, infatti, il suo impianto identitario ed elettorale viene svuotato. Il programma MAGA, costruito sull’idea di un’America che evita nuove guerre e si concentra su sé stessa, esce devastato. In sintesi: oggi esistono ancora i trumpiani del movimento MAGA, ma non esiste più il Trump politico che di quel movimento era il fondatore e la promessa incarnata.
Ed è proprio da qui che si apre un’altra considerazione: la reale ragione dell’attacco potrebbe essere molto più concreta e materiale di quanto la propaganda lasci intendere. Sullo sfondo si intravede l’interesse strategico per il combustibile fossile iraniano e per i suoi porti, veri nodi di smistamento commerciale e logistico, da Bandar Abbas a Bandar Khomeini.
La terza criticità, forse la più importante, riguarda l’incognita totale sul dopo. Se davvero si punta a un cambio di regime, da chi verrebbe composto il nuovo potere? Un elemento colpisce: negli omicidi selettivi sembrano essere colpiti soprattutto elementi civili, non religiosi, non ayatollah. Questo lascia intravedere la possibilità di una strategia di trasformazione già in corso, forse pensata dall’interno stesso del sistema iraniano.
In un eventuale mutamento governativo, l’opzione più probabile potrebbe essere l’ascesa di componenti nazionaliste già presenti nel Paese. Ciò significherebbe un Iran forse non più configurato come potenza militare o nucleare, ma come potenza economica integrata nella nuova economia globale. Uno scenario che cambierebbe radicalmente il significato stesso del conflitto.
A questo si aggiunge il fattore sottolineato da Danilo Gullotto: in un rapporto consegnato a Donald Trump, l’attacco oggi in atto, pensato per innescare la cosiddetta rivolta popolare, rischierebbe in realtà di produrre l’effetto opposto, provocando una reazione repressiva ultraviolenta del regime, capace di distruggere e annientare ogni opposizione e i suoi leader.
Il pezzo si sposta poi sull’analisi di un discorso trasmesso su vari media e in rete da Benjamin Netanyahu, nel quale il premier israeliano assicura un clima di accoglienza e tolleranza per musulmani e altre componenti presenti in Israele. Ed è proprio dentro questa apparente contraddizione, tra il pensiero dichiarato e l’agire concreto, che si nasconde il quadro complicatissimo del Medio Oriente, nei suoi intrecci sociali, storici e politici.
Netanyahu, prima di tutto, deve difendere la concezione di Israele come avanguardia e testa di ponte della civiltà liberale ed egualitaria dell’Occidente nell’area. Ed è qui che si inserisce la complessa situazione del Mashreq — Siria e Libano, ma non solo — e dello stesso Stato israeliano, con il tema delle cosiddette minoranze, o meglio del rapporto tra minoranze e maggioranze.
Si parla di gruppi etnici e religiosi diversi dall’islamismo dominante o dal cristianesimo maggioritario, perseguitati nei secoli dai governi sunniti della regione e che avrebbero trovato in Israele, fin dalla sua fondazione, un presunto garante di protezione. Beduini e arabi israeliani, i drusi del Jabal al-Druze tra Siria e Libano, i Nusairi/Alawi della costa siriana, comunità legate a forme di esoterismo interno all’universo musulmano e ormai percepite come esterne all’islam ortodosso; e ancora i cristiani degli Oriente cristiani, discriminati tanto dai bizantini quanto dai successivi regimi islamici: maroniti, ortodossi, siro-ortodossi occidentali, caldei, armeni, melkiti, uniati.
Dentro questo mosaico rientrano anche i palestinesi cristiani, maroniti e ortodossi, una realtà spesso cancellata dalla narrazione dominante. Ed è proprio questa pluralità ad avere ispirato, almeno in parte, l’idea del panarabismo: l’unità delle popolazioni dell’area sotto il segno della lingua e della cultura araba e arabizzata, in una forma di Islam statale ma multietnico.
Su tutto questo incombe il progetto della Grande Israele, che potrebbe persino assumere la forma di una federazione economica con i Paesi limitrofi, trasformando così lo Stato israeliano in una potenza pienamente indipendente e forse capace, un domani, di inserirsi perfino nel consesso dei BRICS. In questo scenario non va dimenticato un elemento cruciale: la minaccia iraniana di colpire i desalinizzatori potrebbe avere come effetto collaterale il monopolio israeliano nella produzione e vendita di questi impianti strategici.
Benjamin Netanyahu, in questa prospettiva, potrebbe presentarsi come colui che ha riportato la pace nell’area combattendo i “cattivi” tra gli arabi, cioè i palestinesi. Una narrazione potentissima, che piega la complessità della realtà a una rappresentazione utile al consenso.
Eppure, dentro questo scenario, non va dimenticata la struttura stessa dell’Iran. Non siamo davanti a un modello talebano o a un Paese semplicemente assimilabile alle galassie jihadiste come al-Qaeda. L’Iran è un Paese multiculturale, multistrutturato, profondamente interconnesso con realtà diversissime, dal Medio Oriente all’Europa. E, in qualche modo, è stato anche storicamente guardato con sospetto dal resto del Medio Oriente, fin dall’epoca della conquista araba e della successiva conversione dal sunnismo allo sciismo.
Su tutto domina però un problema ancora più grande: l’ignoranza quasi totale dell’Occidente rispetto a questa realtà mediorientale, sostituita da una narrazione semplicistica fondata sulla contrapposizione tra buoni e cattivi, Occidente e barbari. È qui che riemerge il fantasma della civilization war evocata da Huntington e Fukuyama: un mondo che non è più fermo all’antico monopolio dell’economia globale da parte dell’Occidente bianco, euroamericano, cristiano e liberale.
Ma ogni assetto, come insegna la macroeconomia quando si misura con le utopie e le distopie della finanza guidata, resta esposto a variabili innumeri, capaci di alterare tutto. E allora, davanti alla guerra in corso, la domanda decisiva resta una sola: queste variabili cambieranno tutto in senso positivo o in senso distruttivo?





