A un mese dall’aggressione militare di Israele e Stati Uniti all’Iran, larghe regioni del pianeta rischiano di trovarsi sull’orlo di una crisi energetica senza precedenti, come conseguenza della chiusura dello stretto di Hormuz da parte del regime degli Ayatollah. Va anche evidenziato che questa chiusura dello stretto potrebbe presto implicare anche la carenza di farmaci, fertilizzanti, gas nobili, microchip, alluminio, vari prodotti chimici e generi alimentari.
La decapitazione di numerosi vertici istituzionali e militari iraniani sembra non aver sortito alcun rovesciamento del regime teocratico, ma, contrariamente a quanto auspicato da Trump e Netanyahu, pare abbia acceso un forte orgoglio nazionalistico che investe trasversalmente ogni fazione politica, etnica e religiosa del Paese persiano, spingendolo lungo la traiettoria di una guerra esistenziale da cui non si riesce a vedere una via d’uscita: la mancanza di una visione chiara da parte americana per porre fine alle ostilità, accompagnanata da tutta una serie di affermazioni contraddittorie da parte di Donald Trump, come anche il tentativo statunitense di trascinare i Paesi della NATO in guerra, sembra mettere a nudo un’incapacità strategica da parte degli aggressori nel perseguimento dei propri obbiettivi militari, col rischio di generare un caos incontrollato che non promette sbocchi immediati, ma che, al contrario, rischia di allargare ulteriormente il teatro del conflitto, come già recentemente accaduto a causa degli interventi di Hezbollah dal Libano, degli Houti dallo Yemen, dall’asse di resistenza iracheno e, forse, un giorno, anche della Turchia.
La chiusura al transito delle petroliere e di altre navi mercantili lungo il Golfo Persico, su cui si affacciano diversi altri paesi arabi esportatori di gas e petrolio, rappresenta la risposta asimmetrica escogitata dagli iraniani per compensare la propria inferiorità militare nei confronti dell’apparato di fuoco statunitense e israeliano. Infatti, dal momento che circa un quinto dei traffici mondiali di idrocarburi passa attraverso lo stretto di Hormuz, il controllo iraniano sul Golfo sta rischiando di mettere a dura prova la tenuta dell’economia di intere aree del pianeta dipendenti dall’energia fossile, per penuria di approvigionamenti, paventando il rischio di una stagflazione, con le borse che in questi giorni stanno già bruciando miliardi di dollari e il petrolio che alla fine di Aprile, per effetto delle speculazioni sui futures, potrebbe raggiungere il prezzo di 200 $ al barile.
A pagare le conseguenze di questa crisi non sono solo i paesi occidentali, ma anche e soprattutto quelli in via di sviluppo, ivi comprese le grandi potenze emergenti. Tuttavia, alcuni paesi potrebbero trarre vantaggi da questo conflitto, mentre altri, comunque destinati a soffrire, potrebberò altresì sfruttare questa crisi come un’opportunità per ridisegnare le proprie strategie, riposizionandosi sullo scacchiere geopolitico. Vale dunque la pena passare in rassegna i punti di forza e di debolezza di alcuni dei principali paesi che sono direttamente o indirettamente coinvolti in questa crisi, provando anche a fare delle speculazioni sui possibili scenari futuri derivanti da questa guerra.
Partendo dalla Cina, sappiamo che, prima dello scoppio del conflitto, il Dragone riceveva il 40% delle sue forniture di petrolio dai Paesi del Golgo, di cui solo circa il 10% proveniente dall’Iran. Quindi la Cina non sembra guardare all’Iran come un partner privilegiato e, pertanto, non sembra voler dare avvisaglie di un possibile intervento militare in suo aiuto. Malgrado l’Iran stia applicando un blocco selettivo che permette alle navi cinesi di passare, i volumi di transito delle merci si sono ridotti anche per il gigante asiatico. Inoltre, sebbene la Cina abbia effettuato previdentemente una operazione di diversificazione ed accantonamento energetico, dotandosi quindi di riserve strategiche di idrocarburi e di impianti di energia alternativa, il Paese è comunque costretto a soffrire, poichè, pur potendo contare anche sulle forniture provenienti dalla Russia, le riserve non sono destinate a durare molto a lungo e gli impianti di energia alternativa riescono a coprire solo la domanda elettrica civile, ma non il fabbisogno delle industrie manufatturiere.
Di conseguenza, è probabile che il costo dei manufatti cinesi esportati all’estero tenderà a salire, anche per effetto dell’aumento dei costi di trasporto marittimo e delle polizze assicurative sulle imbarcazioni. Pertanto è a rischio quella capacità deflazionistica che ha consentito ai cinesi di mantenere basso il livello dei prezzi e raffreddare la perdita del potere d’acquisto dei consumatori occidentali. Tuttavia, ormai da diverso tempo, la Cina sta adottando strategie per cercare di affrancarsi gradualmente dalla dipendenza occidentale. Ad esempio, il Gigante Asiatico si sta ritagliando degli spazi per aggirare i circuiti di pagamento internazionali che fanno riferimento al dollaro, anche a costo di aumentare l’erosione del biglietto verde e il suo potere sanzionatorio su altre economie.
Comunque, al momento la Cina sembra detenere ancora circa 4,5 trilioni di dollari di risparmio nei suoi forzieri e, pertanto, sa che almeno per il momento non conviene mettere in atto manovre che possano causare il crollo dell’economia americana. Sebbene la Cina sia consapevole che l’attuale guerra in Iran possa rappresentare un passaggio intermedio che potrà un domani portare ad uno scontro aperto con gli Stati Uniti, il suo atteggiamento rimane comunque prudente, forse perchè il Dragone è convinto che il conflitto portarà ad un logoramento della potenza americana da cui poterne trarre vantaggio. Inoltre, è probabile che l’attuale crisi spingerà i cinesi ad accellerare nelle politiche di diversificazione energetica e di apertura ad altri mercati, cercando anche di aumentare la domanda interna e investire in nuove tecnologie che possano migliorare la competitività. Infatti, il punto di forza su cui la Cina ha finora contato è stato quello di esportare beni ad un prezzo conveniente per i consumatori occidentali, anche grazie al costo ridotto dell’energia: se anche dopo la fine dell’attuale conflitto il costo degli idrocarburi dovesse mantenersi elevato, la Cina rischia di non poter più sostenere la propria strategia economica. Ecco quindi che un cambio di passo potrebbe rendersi necessario.
Soffermandoci ancora sull’Asia, paesi come Corea del Sud, Tailandia, Vietnam e Giappone sono tra quelli che stanno soffrendo maggiormente a causa delle ridotte importazioni di idrocarburi dal Golfo Persico.
Ad esempio, proprio il Giappone importa circa il 95% del proprio fabbisogno di idrocarburi dai Paesi del Golfo e non è nella posizione di trovare valide alternative in tempi brevi, se non quella di acquistare il petrolio direttamente dagli Stati Uniti: se la penuria di fonti fossili dovesse protrarsi per altri mesi, l’economia nipponica potrebbe seriamente trovarsi al collasso, dal momento che il sistema di pagamento di queste materie prime è legato al petrodollaro e, pertanto, i dollari gudagnati dalle esportazioni dei prodotti nipponici verso gli Stati Uniti, come anche gli stessi titoli di stato americani ancora detenuti dal Giappone, non potrebbero più venire spesi per l’acquisto di gas e petrolio. Inoltre, senza petrolio, il Giappone non può più fornire alle sue industrie l’energia necessaria alla realizzazione dei manufatti da esportare al resto del mondo, ivi includendo gli Stati Uniti, riducendo ulteriormente la domanda del biglietto verde e inflazionando la merce esportata. Pertanto, come già sottolineato, l’unica opzione rimasta al Giappone è quella di usare i dollari ancora presenti nella sua cassaforte per comprare gli idrocarburi direttamente dagli Stati Uniti, ma questo renderebbe ancora meno conveniente l’accumulo di ulteriori titoli del tesoro statunitensi, dal momento che le transazioni con gli USA dovranno ora venire effettuate in modo diretto. Tuttavia, sempre il Giappone, per effetto della sua delicata congiuntura economica, oggi segnata da manovre espansionistiche a debito e dall’aumento dell’inflazione, potrebbe trovarsi costretto ad influenzare in modo negativo l’economia statunitense tramite una vendita massiccia dei titoli del tesoro americani, non più considerati convenienti a causa dell’ormai sfavorevole rapporto di cambio tra il dollaro e la moneta nipponica, che non consente più speculazioni di carry trade un tempo sfruttate dall’economia asiatica per ottenere un surplus da investire nella spesa pubblica. Un’altra urgenza da tenere in considerazione per il Giappone riguarda l’aumento della spesa militare, dal momento che il coinvolgimento degli Stati Uniti nel teatro di guerra mediorientale non può più assicurare protezione da potenziali minacce quale quella proveniente dalla Cina.
Se ci spostiamo nelle aree del medio oriente interessate dal conflitto, sembra che i paesi del Golfo siano quelli destinati a pagare il conto pià salato: i missili lanciati dagli Iraniani in paesi come Qatar, Kuwait, Bahrain e Emirati Arabi, hanno distrutto non solo le basi americane, ma anche alcuni importanti impianti petroliferi e i desalinizzatori. Ciò ha spinto il Qatar a dover chiudere i propri impianti di gas in via precauzionale, sottraendo al mondo il 17% delle proprie esportazioni. Anche l’esportazione di elio, utilizzato per la realizzazione di circuiti stampati, appare compromessa, mentre la mancanza di desalinizzatori rischia di assetare intere popolazioni che vivono in città costruite sul deserto e che, pertanto, sono tenute in piedi artificialmente solo grazie all’impiego dell’energia fossile. Altre pesanti ricadute si potrebbero avere sul settore immobiliare e su quello turistico, inteso anche come turismo economico.
L’arresto degli impianti petroliferi rischia inoltre di bloccare il sistema economico basato sul petroldollaro, con ovvie ricadute sull’economia mondiale. Come affermava Kissinger: “Essere nemici degli Stati Uniti è pericoloso, ma essergli amici può rivelarsi fatale“. Un’affermazione che sembra più che mai valere proprio per i paesi del Golfo che, dallo scoppio della guerra, appaiono sempre più minacciati dai missili iraniani, al punto da chiedere agli Stati Uniti un intervento con truppe di terra che possa mettere fine una volta per tutte al conflitto, anche dietro la minaccia di non voler più acquistare i titoli del tesoro americano. Comunque, salvo l’intenzione da parte statunitense di riparare i danni provocati dalla guerra, i paesi del Golfo rischiano di vedere ormai indebolita la propria influenza economica sul resto del pianeta. Infatti, anche per loro si registra un aumento del prezzo dei “Credit Default Swaps” (CDS), che forniscono una misura del tasso di insolvenza degli stati, ad indicare che il debito accumulato è sempre meno sicuro e che, per piazzare i propri titoli di stato, occorrerà aumentarne sensibilmente i rendimenti.
Per quanto concerne l’Europa, la situazione non è delle più favorevoli: prima della chiusura di Hormuz, il vecchio continente era costretto ad importare idrocarburi principalmente dai paesi del Golfo. Oggi potrebbe continuare ad importare petrolio dagli Stati Uniti, ma a 3 volte il prezzo imposto a suo tempo dalla Russia. Se la guerra del Golfo dovesse protrarsi per troppo tempo, le già incerte riserve strategiche europee rischierebbero di esaurirsi, con pesanti ricadute in termini di tenuta delle attività manifatturiere, costo dei carburanti e dell’energia elettrica, conseguente inflazione sui beni di consumo.
La BCE potrebbe essere costretta ad alzare i tassi di interesse per frenare l’inflazione, ma ciò inciderebbe sul rendimento dei titoli di stato. Al momento non è presente un problema di vera scarsità di idrocarburi, ma solo di aumento dei prezzi per effetto delle speculazioni, sebbene col tempo la situazione potrebbe andare peggiorando come in Slovenia, già costretta a razionare il carburante ai propri cittadini. C’è anche un problema legato alla penuria di fertilizzanti, sempre per effetto della chiusura di Hormuz, che potrebbe minacciare l’autosufficienza alimentare del nostro continente. L’eventuale chiusura dello stretto di Bab al Mandeb da parte degli Houti potrebbe impedire il passaggio delle navi mercantili nel mediterraneo attraverso il canale di Suez, complicando ulteriormente il quadro per i commerci marittimi europei.
Queste congiunture sfavorevoli potrebbero portare ad una drastica perdita di competitività delle aziende europee, a una riduzione delle misure di welfare da parte dei governi e al trascinamento delle nostre economie verso una pesante recessione. Un discorso a parte può essere fatto per paesi come la Norvegia, che, grazie alle enormi riserve naturali di idrocarburi, sta traendo vantaggi economici da questa guerra, conseguentemente ad un aumento dei volumi di esportazione delle fonti fossili. In seno all’Unione Europea, l’Italia appare tra i paesi più vulnerabili a questa crisi, per diversi aspetti: la crisi si sta già facendo sentire in settori industriali come quello della ceramica e della meccanica. Inoltre, la larga privatizzazione delle imprese energetiche italiane, come SNAM, Terna, Italgas ed ENI, rende il nostro Paese particolarmente esposto allo shock energetico, dal momento che l’interesse primario dei grandi gruppi privati è quello di cavalcare l’onda dei profitti per restituire dividendi ai propri investitori, senza quindi tenere conto dei bisogni reali della stragrande maggioranza della popolazione.
L’italia non potrà difendersi con semplici tagli alle accise, anche perchè, se la guerra dovesse prolungarsi, i costi da coprire ogni anno sarebbero stimati intorno ai 7 miliardi di euro, non rendendo possibile ulteriore deficit, anche perchè il nostro Paese è ancora sotto la procedura per disavanzo eccessivo. Pertanto, eventuali misure di mitigazione del costo delle bollette e dei carburanti da parte dello Stato saranno probabilmente fatte a spese di altre voci importanti del bilancio pubblico, quali ad esempio la sanità e l’istruzione. Come se non bastasse, l’elevato debito pubblico italiano rende ancora più problematica l’adozione di interventi che possano mitigare le sofferenze della popolazione. Comunque, ritornando più in generale al quadro europeo, una simile crisi potrebbe almeno venire sfruttata come un’opportunità per consentire al vecchio continente di riprendere i piani green basati sullo sfruttamento delle fonti energetiche alternative e ritagliarsi uno spazio di autonomia strategica in vista di futuri shock petroliferi.
Per quanto riguarda i paesi in via di sviluppo, la situazione appare piuttosto problematica e sfavorevole. Paesi come quelli del sud est asiatico, ma anche Pakistan ed Egitto, rischiano di trovarsi in agroinflazione per effetto della penuria di fertilizzanti e cereali. Paesi come l’India importano fino al 60% di idrocarburi dai paesi del Golfo, rischiando quindi di affrontare la stessa crisi energetica di paesi asiatici come Giappone, Corea del Sud, Tailandia e Vietnam. Proprio l’India, in particolare, ha lamentato in questi giorni una mancanza di gas che sta mettendo in crisi la tenuta di numerosi esercizi commerciali, primi tra tutti quelli legati alla ristorazione. Inoltre, anche il settore indiano della farmaceutica appare a rischio, per non parlare del pericolo di ottenere scarse rese agricole a causa della mancanza di fertilizzanti. Riguardo al continente africano, la mancanza di energia, cibo e fertilizzanti, così come l’aumento del prezzo delle fonti di energia fossile, potrebbe provocare gravi carestie.Quest’ultime potrebbero anche causare migrazioni di massa, guerre ed insurrezioni interne.
Anche i paesi dell’America Latina a forte vocazione agricola potrebbero andare incontro a seri problemi legati alla riduzione delle rese dei terreni, generando agroinflazione e mettendo a rischio la sicurezza alimentare di larghe fette di popolazione, dato che oltre il 50% dello zolfo mondiale e il 40% dei fertilizzanti azotati usati per l’agricoltura escono da Hormuz. Tra l’altro, la minore produzione agricola da parte di questi paesi sudamericani potrebbe ridurre drasticamente i volumi di esportazione verso l’Europa, ostacolando quanto auspicato in termini di rese economiche sulla base degli accordi Mercosur.
Riguardo alla Russia, sembra che al momento il Paese stia godendo di tutta una serie di vantaggi proprio grazie a questo conflitto, quali il ritiro delle sanzioni da parte degli Stati Uniti sull’esportazione del petrolio, oggi venduto ad un prezzo sensibilmente maggiore, la possibilità che molti dei missili che gli Stati Uniti avevano promesso di inviare in Ucraina verranno reindirizzati verso Israele (favorendo quindi l’avanzamento delle truppe russe nel territorio ucraino), un ritorno di immagine di Putin in ragione del fatto che oggi è Donald Trump ad apparire agli occhi del mondo come una figura destabilizzatrice, o ancora un possibile recupero del potere diplomatico russo in vista di future trattative per fermare l’escalation in Iran. Tutto questo rischia anche di far adombrare ulteriormente il peso diplomatico dell’Unione Europea nelle questioni internazionali. Inoltre, sebbene sembri che la Russia stia fornendo supporto all’Iran, potrebbe essersi configurato un accordo di cooperazione economica USA-Russia, definito “pacchetto Dmitriev”, che addirittura riguarderebbe un volume d’affari pari a 12 trilioni di dollari, secondo quanto denunciato dal leader ucraino Zelensky.
Quindi la Russia sembra al momento trovarsi in una posizione privilegiata che le consente di giocare contemporaneamente su più tavoli, apparendo agli Stati Uniti come un’alleata o un’antagonista, a seconda della prospettiva, ma a detrimento soprattutto dell’Ucraina e dell’Unione Europea.
Riguardo agli Stati Uniti, la decisione di continuare questa guerra da parte dell’amministrazione Trump non sembra più poggiarsi, almeno in apparenza, su principi razionali: la decapitazione di alcuni leader politici, religiosi e militari iraniani non alimenta speranze su un possibile cambio di regime, ma anzi pare tradursi nel rafforzamento di un forte sentimento nazionalistico da parte iraniana che si risolve in un atto massivo di resistenza contro i suoi aggressori. Inoltre, non risulta che, ad oggi, gli Stati Uniti siano stati capaci di mettere le mani sull’uranio arricchito custodito dagli iraniani, nè di riuscire a sbloccare il transito delle navi attraverso lo stretto di Hormuz. Come se non bastasse, gli USA hanno bisogno di aumentare drammaticamente il proprio deficit per finanziare questa guerra, ma al momento sembra non esserci abbastanza domanda mondiale per finanziare il debito a stelle e strisce tramite l’aquisto di titoli del tesoro, a meno di un ulteriore aumento degli interessi su questi titoli che si rivelerebbe comunque controproducente. Stanno aumentando significativamente anche i prezzi dei “Credit Default Swaps” (CDS) americani, titoli di assicurazione contro il rischio di insolvenza degli Stati che, come per gli indici di volatilità, indicano che il debito americano diventa sempre meno sicuro.
Anche grandi fondi di risparmio privati come Vangard, Black Rock e State Street, stanno pagando il peso del declassamento dei titoli di debito americano, dato che ora ne risulterebbe difficile l’acquisto e, pertanto, si va incontro ad una erosione dei propri crediti, potendo anche risentire dei contraccolpi di una futura recessione. A differenza della crisi del 2008, in questo caso Gli Stati Uniti non potranno stampare dollari per far fronte alle proprie necessità, mettendo a nudo l’attuale vulnerabilità del sistema monetario americano e il loro sempre più ristretto spazio di manovra fiscale. I danni provocati ai paesi del Golfo dagli attacchi iraniani potrebbero mettere seriamente a rischio la tenuta del sistema di pagamento mondiale che si poggia sul petroldollaro, rompendo quell’equilibrio che, da Nixon in poi, ha permesso agli statunitensi di mettere in piedi quell’enorme sistema di riciclaggio di denaro che gli consente di importare merci senza produrre nulla in cambio, grazie all’acquisto dei titoli del tesoro da parte dei paesi esportatori di manufattura.
Poichè anche gli USA importano petrolio raffinato dai paesi del Golfo, e sebbene la loro produzione interna di idrocarburi li renda teoricamente autosufficienti, il costo del carburante alla pompa ha raggiunto il prezzo medio di 4 $ al barile: si tratta di cifre inedite per il consumatore medio americano, che renderanno ancor più difficile la vita dei “colletti blu”, i quali sono soliti percorrere centinaia di miglia ogni giorno con i propri mezzi per motivi di lavoro. Certamente, il blocco di Hormuz consente alle compagnie petrolifere americane di fare affari d’oro tramite l’esportazione degli idrocarburi, ma questo rischia di penalizzare la domanda interna e non fa fronte al fabbisogno energetico crescente di certe aziende, quali quelle che detengono i data center per l’intelligenza artificiale. Per queste e altre ragioni il consenso elettorale nei confronti dell’amministrazione Trump è ai minimi storici, col rischio che gli esiti delle prossime elezioni di medio termine trasformino il presidente “arancione” in un’anatra zoppa. La speranza di Trump sembra quella di porre fine al conflitto entro poche settimane, rispettando anche le direttive contenute nel documento strategico conosciuto come “National Security Strategy” e assecondanti l’intenzione degli Stati Uniti di non impantanarsi più in lunghe guerre come in passato.
Comunque è anche probabile che Trump sia attualmente “tenuto in ostaggio” dal suo alleato Netanyahu, forse anche a causa di documenti compromettenti, come quelli potenzialmente contenuti negli Epstein Files, magari oggi in mano al Mossad, e si trovi quindi costretto ad assecondare la volontà del governo sionista israeliano circa il proseguimento di questa guerra. D’altro canto, considerate le pieghe prese attualmente dal conflitto, anche un ritiro anticipato da parte degli americani potrebbe apparire controproducente, poichè, al netto di dichiarazioni narcisistiche e trionfalistiche da parte di Trump circa una sua schiacciante vittoria, l’Iran finirebbe per apparire come il vero vincitore agli occhi del mondo, per il solo fatto di aver saputo resistere agli attacchi israelo-americani e per la capacità di mantenere la propria influenza sullo stretto di Hormuz. In ragione di questa analisi, sembrerebbe dunque che l’amministrazione americana abbia tutto da perdere in questa guerra, ma forse in realtà ha già perso tutto a prescindere, nel senso che la guerra potrebbe ormai rappresentare l’ultima carta da giocare per mantenere l’egemonia statunitense sul resto del pianeta.
Tuttavia, alcuni analisti si sbilanciano nel fornire una lettura alternativa che possa giustificare l’attacco americano: se anche a costo di ingenti perdite gli USA riusciranno a mettere le mani sul petrolio iraniano, e se tanto le raffinerie iraniane quanto quelle degli altri paesi del Golfo dovessero venire distrutte, si potrebbe palesare l’intenzione di costruire altre raffinerie nel paese a stelle e striscie, consentendo agli americani di gestire non solo il mercato delle fonti fossili, ma anche quello della loro raffinazione.
Conferme sulla veridicità di questa lettura si potrebbero avere qualora gli Stati Uniti decidessero di bombardare anche gli impianti petroliferi dell’isola di Kharg, da cui dipende il 90% della raffinazione di tutto il petrolio iraniano. In questo modo le compagnie petrolifere statunitensi potrebbero illudersi di controllare l’intero mercato planetario di idrocarburi a più livelli, ma senza fare i conti col fatto che, con l’andare del tempo, il futuro dell’energia sarà sempre meno legato al fossile e sempre più legato alle fonti di energia alternativa. Comunque, al momento l’impressione è che Trump si sia accorto di aver fatto un enorme buco nell’acqua, con la sua decisione di impantanarsi in questa campagna militare, e ora potrebbe tentare di tornare sui suoi passi, ma senza ancora sapere in che modo.
Per quanto riguarda Israele, sappiamo prima di tutto che i suoi dati macroeconomici sono generalmente migliori di quelli degli Stati Uniti, in termini di inflazione e di rapporto Deficit/PIL, e la sua spesa sociale è relativamente ridotta grazie alla prevalenza di una popolazione mediamente giovane, sebbene il governo stia attualmente ratificando misure di austerità per sostenere il peso della guerra. Comunque, il coinvolgimento in più fronti di guerra potrebbe mettere in fuga i capitali israeliani, mentre una diminuzione della forza lavoro a causa delle massicce campagne di arruolamento potrebbe far diminuire il PIL. Questo, se protratto nel tempo, potrebbe spingere Israele verso una pesante recessione, se non ad un collasso della sua economia.
Ciò malgrado, sembra che l’economia israeliana stia attualmente cavalcando una congiuntura favorevole, soprattutto grazie all’industria militare: le campagne che hanno raso al suolo Gaza e parte del Libano rappresentano per Israele un formidabile laboratorio che ha consentito di sperimentare nuove armi e perfezionare quelle già disponibili. Ciò permette alla sua industria militare di offrire armi estremamente avanzate che fanno gola al mercato internazionale, favorendo un aumento delle esportazioni.
Inoltre, l’utilizzo di un sistema di intercettazione missilistico come Iron Dome che, malgrado le sue falle, viene ancora generalmente considerato efficare, fa ritenere il Paese sicuro da parte degli investitori, anche per la protezione fornita dalle portaeree americane, mentre la spesa pubblica in armi permette di aumentare il PIL, il quale, al momento, cresce più del debito pubblico, ottenendo così il favore delle agenzie di rating. Pertanto, è probabile che Israele desideri che la guerra con l’Iran continui a protrarsi ancora per qualche tempo, anche nella speranza che Stati Uniti, Iran e paesi del Golfo si logorino a vicenda fino al punto da indebolirsi in modo significativo, nell’ottica di consentire alle stella a sei punte di estendere la propria influenza nell’area mediorientale e ambire allo status di potenza mondiale.
Anche la riduzione del traffico di fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz, nonchè la distruzione dei desalinizzatori nei Paesi del Golfo, potrebbe rappresentare un’opportunità per Israele, dal momento che il Paese possiede aziende leader nella produzione di questi beni, potendo quindi riempire i vuoti creati dalla guerra per allargare il proprio giro d’affari. Comportandosi in maniera opportunistica, Israele potrebbe infine sfruttare la distruzione dell’area mediorientale per estendere i propri confini secondo i desiderata dei sionisti revisionisti oggi al potere. Viceversa, qualora la guerra dovesse volgere a favore dell’Iran e la capacità di intercettazione missilistica israeliana dovesse venire meno, c’è il rischio che il Paese di Davide si trovi costretto ad arretrare: un simile esito potrebbe ora divenire più probabile con l’ingresso di Hezbollah, degli Houti e dell’asse di resistenza iracheno nel conflitto. In ogni caso Israele sembra ormai percepire se stesso come un Paese intrappolato in uno stato di guerra permanente dal quale non sembra poter uscire, pena il suo completo disfacimento.
Per quanto concerne l’Iran, il rifiuto di accettare le richieste avanzate dagli Stati Uniti e l’intenzione di voler proseguire col conflitto, anche dopo la decapitazione di alcuni dei suoi più importanti leader, è la testimonianza di una resilienza che affonda le radici nella fierezza di un popolo che si sente erede di una civiltà millenaria. Non possiamo trascurare il fatto che l’Iran, malgrado le sue enormi riserve petrolifere, sia succube di una situazione economica sfavorevole a causa delle sanzioni che proprio dall’occidente gli sono state imposte per decenni, ma la sua preparazione militare, unitamente alle armi di cui dispone, lo pone nella volontà di non voler chinare la testa, anche per motivi esistenziali.
L’iran ha capito che la migliore risposta all’aggressione statunitense è mettere in crisi l’intera economia occidentale grazie alla penuria degli idrocarburi e di altre materie prime che passano da Hormuz. Paradossalmente, è proprio questo conflitto a dare all’Iran l’opportunità di sollevare parzialmente la propria condizione economica, grazie a tutta una serie di fattori, quali ad esempio la possibilità di convertirsi in una economia di guerra come nel caso della Russia, poter vendere il petrolio ad un prezzo raddoppiato in valute diverse dal dollaro e chiedere pedaggi alle navi in transito nel Golfo Persico.
A questo si aggiunge anche quel paradosso che ha visto gli Stati Uniti eliminare le sanzioni al petrolio iraniano per cercare di contenere gli aumenti sul prezzo dell’oro nero. Anche alla luce dei danni ormai ricevuti, l’Iran potrebbe essere intenzionato a proseguire lungo la via del conflitto, perchè, altrimenti, gli Stati Uniti potrebbero decidere di interrompere le aggressioni solo temporaneamente, mettendo cioè in atto una strategia “mordi e fuggi” fatta da continui logoramenti al tessuto politico, sociale e militare iraniano che, nel medio e lungo periodo, potrebbe sfaldarsi. Contrariamente a quanto affermato da Trump, l’invasione dell’isola di Kharg da parte delle truppe statunitensi potrebbe non rivelarsi esattamente un gioco da ragazzi, perchè i Pasdaran non esiterebbero a inviare sciami di droni che metterebbero seriamente a repentaglio la vita dei marines. Meno che mai risulterebbe conveniente l’ingresso di truppe americane nell’entroterra iraniano, a causa dell’ostile orografia del Paese e delle numerose basi militari nascoste tra le montagne, rese invisibili ai sistemi satellitari, col rischio di trasformare l’Iran in un “nuovo Vietnam”.
Se grazie alla sua resilienza l’Iran dovesse far volgere a proprio favore l’esito del conflitto, anche approfittando dell’apparente assenza di strategia da parte statunitense, la sua sfera di influenza potrebbe estendersi a tutto il medio oriente, determinando un’accelerazione del processo che vede una sempre minore influenza dell’occidente sul resto del mondo e il delinearsi sempre più nitido di un nuovo ordine multipolare. Tuttavia, un simile esito non sarebbe necessariamente garanzia dell’inizio di una nuova stagione di pace destinata a durare, dal momento che, onde evitare futuri conflitti, l’Iran potrebbe sentirsi più che mai incoraggiato a completare il processo di arricchimento dell’uranio, dotandosi finalmente dell’arma nucleare a scopo di deterrenza e invitando indirettamente altri paesi antagonisti degli USA a fare altrettanto.
In conclusione, l’attuale conflitto in medio oriente potrebbe portare ad una ricomposizione dei rapporti di forza economici e geopolitici tra diversi paesi. E’ tuttavia probabile che, anche dopo la conclusione del conflitto, molte materie prime continueranno a mantenere un prezzo alto, a detrimento soprattutto delle economie importatrici. Se l’esito del conflitto apparirà sfavorevole per gli Stati Uniti e i suoi alleati, l’ulteriore indebolimento del biglietto verde come moneta di riserva mondiale, anche a causa della frattura del sistema di pagamento basato sul petroldollaro, potrebbe accelerare la transizione verso un sistema multipolare, dove non si esclude l’intenzione da parte di paesi antagonisti di dotarsi dell’arma nucleare a scopo di deterrenza.
Di converso, qualora Stati Uniti e Israele risultassero vincitori, il controllo del mercato delle fonti fossili potrebbe, almeno nel medio periodo, pendere maggiormente dalla loro parte. In ogni caso, per scongiurare futuri shock petroliferi, molte economie potrebbero accelerare nella direzione che guarda all’utilizzo di fonti di energia alternative e più sostenibili. Numerosi paesi potrebbero dover adottare strategie per ridurre sempre di più la loro dipendenza dall’importazione di materie prime, costruendo nuove catene di fornitura, sviluppando nuovi modelli economici e cercando soluzioni innovative che gli consentano di adattarsi a questa nuova realtà. Si profila un orizzonte in cui quanto meno i paesi saranno dipendenti da certe materie prime, tanto più avranno una probabilità di posizionarsi in un punto conveniente dello scacchiere geopolitico internazionale.





