Dopo Beirut, Chatila, Mar Elias e la valle della Bekaa, il quinto giorno del reportage conduce nel Sud del Libano, in un territorio segnato dalla presenza militare israeliana e dai bombardamenti. Da Sidone a Tiro, fino al campo profughi di Burj el-Shamali, il viaggio incontra la politica, le ferite della guerra e la resistenza quotidiana di comunità che continuano ad affidare alla memoria, alla cultura e alla musica il proprio diritto a esistere.
di Enzo Infantino (Diario dal Libano 5° giorno) – Oggi siamo stati nel Sud del Libano, dove Israele sta occupando un’importante fascia di territorio. L’obiettivo dichiarato è spingere la resistenza di Hezbollah oltre il fiume Litani.
Pubblico qui la cartina nella quale è evidenziata la presenza militare israeliana.

Il primo appuntamento è stato a Sidone, nella sede del Partito dei Nasseriani. Qui abbiamo incontrato il deputato del Parlamento libanese Osama Saad, figura storica della politica del Paese.
Durante l’incontro ci ha fornito elementi molto interessanti sulla situazione del Libano meridionale e sulla resistenza libanese.
Sidone è una città importante del Libano, colpita più volte dall’aviazione israeliana. Subito dopo ci siamo diretti verso Tiro, dove si trovano tre campi profughi palestinesi: Rashidieh, El-Buss e Burj el-Shamali.
Conosciuta nell’antichità come una delle principali città fenicie, Tiro fu un importante centro commerciale e marittimo del Mediterraneo. La sua storia millenaria è legata ai commerci, alla navigazione e agli scambi tra popoli e culture. Oggi è una città segnata dalla guerra, ma continua a rappresentare un luogo centrale per le comunità del Sud del Libano.
I campi profughi sono ricchi di storie. Storie di dolore, esilio e memoria, ma anche di resistenza e di vita.
I racconti tramandati di generazione in generazione parlano di un popolo che ha subito massacri e decenni di esilio, ma che continua a custodire la propria identità anche attraverso i servizi scolastici, sanitari, musicali e sociali offerti dalla ONG palestinese Beit Atfal Assumoud, che ogni anno organizza la nostra presenza in Libano.
A Burj el-Shamali abbiamo incontrato bambini gioiosi che, con i loro slogan, ci hanno accompagnato fino al mausoleo dedicato alle vittime del massacro avvenuto nel campo durante l’invasione israeliana del Libano del 1982.
È stato un contrasto che mi ha colpito profondamente: da una parte la loro allegria, i sorrisi e la voglia di stare insieme; dall’altra, il luogo verso il quale ci stavano accompagnando, dedicato a persone che persero la vita mentre cercavano di salvarsi dai bombardamenti.
Abbiamo deposto una corona davanti al mausoleo. È stato un momento di grande emozione.
Successivamente, nel centro di Beit Atfal Assumoud all’interno del campo di Burj el-Shamali, abbiamo assistito allo spettacolo preparato per noi dalle ragazze e dai ragazzi dei campi.
È difficile raccontare quello che ho provato.
Ogni volta che ascolto la loro musica, guardo i loro occhi e vedo la passione con cui si dedicano a questa attività, mi commuovo. In quei volti giovani c’è una straordinaria energia, ma anche la consapevolezza di vivere dentro una realtà difficile, dalla quale spesso non possono semplicemente allontanarsi.
Per loro la musica è molto più di una passione. È uno spazio di libertà. È un modo per stare insieme, sognare ed evadere, almeno per qualche ora, dal contesto nel quale sono costretti a vivere. È il loro modo di parlare al mondo senza rinunciare a ciò che sono.
Ci sono poi le parole delle loro canzoni. Parlano delle proprie origini, della Palestina, della cultura e delle radici. Una cultura che non vogliono dimenticare e che, attraverso la musica, cercano di custodire e difendere.
In quei gesti non c’era soltanto un’esibizione, ma un’affermazione di presenza: il modo concreto attraverso il quale quei ragazzi continuano a costruire legami, a dare forma alla propria voce e a non permettere che la guerra definisca interamente il loro futuro.
In questi campi la memoria non è qualcosa che appartiene soltanto al passato. È una presenza viva, che passa dai racconti degli anziani alle canzoni dei ragazzi e si riflette negli occhi dei bambini. Non è separata dalla vita quotidiana: la orienta, la protegge e le dà continuità.
Forse è proprio questo ciò che più mi ha colpito oggi: vedere ragazzi che cantano la propria storia, bambini che accompagnano una delegazione davanti a un monumento alla memoria e persone che continuano a trasmettere la propria cultura nonostante tutto.
La loro giovane età rende ancora più evidente la forza di questo passaggio: ai bambini non viene consegnato soltanto il ricordo di ciò che è accaduto, ma anche la responsabilità di custodirlo e trasformarlo in futuro.
La musica, i sorrisi, le parole e la memoria: anche attraverso tutto questo un popolo continua a raccontare chi è. Continua a farlo con una voce che non chiede di essere ascoltata per pietà, ma per il diritto di esistere, ricordare e immaginare un domani diverso.
A Tiro, nella sede del municipio, abbiamo incontrato il sindaco, Hasan. Durante l’incontro abbiamo parlato della situazione della città, delle difficoltà affrontate dalla popolazione e delle conseguenze dei bombardamenti.
Secondo quanto ci ha riferito, nei mesi scorsi 150 persone sono morte a Tiro a causa dei bombardamenti.
«Più volte gli israeliani hanno intimato alla popolazione di abbandonare la città», ci ha raccontato.
La comunità, ha aggiunto, è pronta a resistere al tentativo di occupazione. Abbiamo conosciuto un sindaco colto e determinato a difendere la storia millenaria di Tiro.
Mentre scrivo questo diario stiamo tornando a Beirut.
Porto con me la lezione dei nostri incontri. Ho sentito con ancora più forza che resistere significa anche questo: non permettere alla violenza di spegnere la propria voce e continuare a immaginare un futuro quando tutto sembra volerlo negare.
La loro resistenza è fatta di vita, cultura, memoria e dignità.
Ed è una resistenza che chiede di essere riconosciuta, ascoltata e sostenuta.
Continua il reportage “Diario dal Libano” di Enzo Infantino, autore delle foto pubblicate.
Diario dal Libano, giorno 4: «Non soltanto memoria, ma libertà per la Palestina»














