Dopo Beirut, i campi profughi di Chatila e Mar Elias e il viaggio nella valle della Bekaa, il quarto giorno del reportage assume una dimensione politica e istituzionale. Enzo Infantino pubblica una sintesi del proprio intervento durante l’incontro con l’ambasciatore della Palestina e con i rappresentanti delle forze politiche palestinesi in Libano. Al centro, la memoria delle vittime, la tragedia di Gaza e la necessità di trasformare la crescente solidarietà internazionale in una strategia capace di restituire libertà, sovranità e indipendenza al popolo palestinese.
di Enzo Infantino (Diario dal Libano 2° giorno) – Oggi pubblico una sintesi del mio intervento durante l’incontro con l’ambasciatore della Palestina e con i rappresentanti delle forze politiche palestinesi in Libano.
Signor Ambasciatore,
rappresentanti delle forze politiche palestinesi,
da 26 anni la delegazione dell’Associazione Per non dimenticare viene a Beirut per ricordare la strage di Sabra e Chatila.
Veniamo qui perché ricordare non significa soltanto guardare al passato. Significa assumersi una responsabilità verso il presente e verso il futuro.
Sabra e Chatila appartengono alla memoria del popolo palestinese e a quella del Libano. Ma appartengono anche alla coscienza della comunità internazionale, che per troppo tempo non è riuscita a trovare una soluzione alla questione palestinese.
Oggi, mentre ricordiamo quelle vittime, la Striscia di Gaza ci impone una domanda ancora più drammatica: che cosa abbiamo imparato dal genocidio e da tutti questi decenni di guerre, occupazione e sofferenze patiti dal popolo palestinese?
Voglio innanzitutto esprimere la nostra piena solidarietà al popolo libanese, che ancora una volta vive le conseguenze di un conflitto che non ha scelto.
Il Libano ha pagato un prezzo enorme anche per l’irrisolta questione palestinese. Ha accolto generazioni di rifugiati palestinesi e ha conosciuto guerre, invasioni, distruzioni e ferite profonde. Per questo la nostra solidarietà al Libano non può essere soltanto una parola pronunciata in occasione di una nuova crisi.
Oggi il conflitto regionale si è allargato ben oltre Gaza. Libano, Siria, Iran, Yemen, Mar Rosso e Golfo sono ormai collegati da una crisi che rischia di trasformare l’intera regione in uno spazio permanente di guerra.
Proprio in questo momento, però, dobbiamo evitare un errore fondamentale: la Palestina non può diventare soltanto uno dei fronti della geopolitica regionale.
La questione palestinese possiede una propria identità e si fonda su diritti precisi: il diritto all’autodeterminazione, alla libertà, all’indipendenza e alla sovranità.
Gaza è una tragedia politica che nasce dall’assenza di una soluzione alla questione palestinese. La comunità internazionale deve continuare a chiedere la protezione dei civili, l’accesso agli aiuti umanitari e il rispetto del diritto internazionale. Ma sappiamo che questo non basta.
Bisogna costruire una prospettiva politica che permetta al popolo palestinese di uscire definitivamente dalla logica della guerra permanente.
Mentre il mondo guarda a Gaza, in Cisgiordania il territorio continua a cambiare. Insediamenti, violenze, demolizioni, restrizioni e sfollamenti rendono sempre più difficile la possibilità concreta di costruire uno Stato palestinese.
Mentre discutiamo di soluzioni politiche, la realtà sul terreno continua a essere modificata. Per questo la questione della terra e degli insediamenti deve essere posta al centro dell’azione internazionale e palestinese.
Non possiamo dimenticare i prigionieri palestinesi.
Il rispetto delle garanzie fondamentali, delle condizioni di detenzione e del diritto internazionale deve rappresentare una priorità dell’azione diplomatica. Un popolo che aspira alla libertà non può dimenticare coloro ai quali la libertà è stata tolta.
Qui arriviamo alla responsabilità palestinese.
La solidarietà internazionale verso la Palestina è cresciuta. Molti Paesi hanno riconosciuto lo Stato di Palestina e la questione palestinese è tornata al centro delle istituzioni e della giustizia internazionale.
Ma vi pongo una domanda franca:
come trasformare questo crescente sostegno internazionale in una strategia politica palestinese capace di produrre risultati concreti?
Il riconoscimento diplomatico è importante, ma non è ancora sovranità.
Le risoluzioni internazionali sono importanti, ma non sono ancora indipendenza.
La solidarietà è importante, ma non è ancora libertà.
Per questo la leadership palestinese deve costruire una propria strategia. E, francamente, dall’esterno, a noi attivisti l’azione dell’Autorità Nazionale Palestinese appare assente.
Vi chiediamo di elaborare una strategia capace di mobilitare la comunità internazionale e di contrastare politicamente l’espansione degli insediamenti. Soprattutto, chiediamo una strategia fondata sull’unità politica palestinese.
Unità non significa uniformità.
Le differenze politiche possono e devono esistere. Ma una causa nazionale non può rimanere prigioniera delle proprie divisioni.
La Palestina deve tornare a essere soggetto della propria politica e non soltanto oggetto delle strategie degli altri.
Voglio tornare, infine, al motivo per cui siamo qui.
Da 26 anni veniamo a Beirut per non dimenticare Sabra e Chatila. Ma ricordare le vittime significa anche impegnarsi affinché le nuove generazioni di palestinesi e libanesi non debbano vivere ciò che hanno vissuto quelle precedenti.
Il popolo libanese ha diritto alla sicurezza, alla sovranità e alla pace.
Il popolo palestinese ha diritto alla libertà, all’autodeterminazione, alla sovranità e all’indipendenza.
Questi diritti non devono essere messi gli uni contro gli altri.
La soluzione della questione palestinese è anche una condizione fondamentale per costruire un futuro diverso per il Libano e per l’intera regione.
Signor Ambasciatore, dopo 26 anni continuiamo a venire qui per ricordare. Ma oggi vogliamo dire qualcosa di più.
Non vogliamo soltanto ricordare le vittime.
Vogliamo impedire che altre vittime si aggiungano a quelle della nostra memoria.
Gaza ci ricorda il prezzo dell’assenza di una soluzione politica.
Sabra e Chatila ci ricordano il dovere di non dimenticare.
Il Libano ci ricorda quanto sia devastante il prezzo pagato dai popoli quando i conflitti rimangono irrisolti.
Per questo vogliamo continuare a sostenere il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. Ma bisogna anche costruire una strategia politica capace di trasformare quel diritto in realtà.
Non soltanto memoria.
Non soltanto solidarietà.
Non soltanto riconoscimento.
Ma libertà, sovranità e indipendenza per la Palestina.

Continua il reportage “Diario dal Libano” di Enzo Infantino, autore delle foto pubblicate.
Diario dal Libano, primo giorno: Beirut tra le ferite della guerra e la voglia di rinascere
Diario dal Libano, giorno 2: dentro i campi di Chatila e Mar Elias
Diario dal Libano, giorno 3: nella Bekaa, dove la guerra resta dentro le persone



