Guardando cosa è successo nelle ultime ore a Madrid, si capisce subito che ci troviamo di fronte all’ennesimo capolavoro tattico — o all’ennesimo azzardo disperato — di Pedro Sánchez.
Per spiegare la cosa in modo semplice e diretto, la miccia è stata un doppio no del Parlamento su un tema che in Spagna scotta tantissimo: la casa. Il governo voleva far passare due decreti legge pensati per bloccare gli sfratti e calmierare gli affitti alle stelle. Sembrava una misura ideale per compattare la sinistra e intercettare la protesta sociale, con migliaia di cittadini in piazza che chiedevano a gran voce di fermare la speculazione immobiliare.
Ma, al momento di contare i voti in aula, la famigerata “maggioranza Frankenstein” che teneva in piedi il governo si è frantumata. Gli indipendentisti catalani di Junts hanno deciso di fare sponda con la destra del Partito Popolare e con i sovranisti di Vox, votando contro i decreti e lasciando il premier in minoranza.
A quel punto Sánchez, invece di mettersi a trattare sottobanco o farsi logorare mese dopo mese da una maggioranza che non c’è più, ha fatto la sua classica mossa da giocatore d’azzardo: ha convocato un fine settimana di vertici con il PSOE e, subito dopo, ha annunciato lo scioglimento delle Camere, fissando le elezioni anticipate al 29 novembre.
Cosa succede da qui al 29 novembre?
In pratica, la Spagna entra in due mesi di campagna elettorale caldissima. La strategia di Sánchez è chiara: vuole trasformare una brutta sconfitta parlamentare in un referendum sociale.
Andrà dagli elettori dicendo che lui ci ha provato a difendere gli affittuari e le famiglie, ma che la destra e gli indipendentisti glielo hanno impedito per proteggere le rendite e i proprietari immobiliari.
L’obiettivo della sinistra è riattivare la propria base astensionista, dicendo che l’alternativa è consegnare il Paese alle destre.
Sul fronte opposto, la destra affila le armi. Il Partito Popolare e Vox vedono in questo voto l’occasione perfetta per assestare il colpo di grazia al ciclo di Sánchez.
La loro narrazione sarà incentrata sul fallimento della gestione della sinistra, sul caos causato dalle alleanze con gli indipendentisti catalani e sui problemi economici. Puntano dritti a ottenere una maggioranza solida per cambiare rotta su tasse, casa e riforme istituzionali.
E per noi in Italia cosa cambia davvero tutta questa storia?
In realtà ci riguarda molto più di quanto sembri. Se a Madrid vince la destra, per il governo italiano cambia parecchio l’aria a Bruxelles. Roma si ritroverebbe un alleato di peso proprio al centro del Mediterraneo, perfetto per far valere la linea dura sui migranti o per fare fronte comune sulle regole del bilancio europeo.
Se invece Sánchez riesce a cacciare dal cilindro uno dei suoi soliti conigli politici e a rimanere in sella, la Spagna continuerà a fare da contraltare “progressista” e l’Italia continuerà ad avere a due passi da casa un governo di segno politico opposto con cui doversi confrontare.
Insomma, il 29 novembre non si vota solo per decidere chi governa a Madrid, ma per capire da che parte penderà l’ago della bilancia in tutta l’Europa del Sud.
E, a quanto pare, ci aspetta un autunno tutt’altro che noioso.



