«Quanto vale una vita?» è l’interrogativo sullo striscione posto sotto il palco dell’assemblea, tenutasi nell’auditorium comunale di Casalbordino, in cui è stato ufficialmente varato il comitato “Disarmiamoci – Basta fabbriche di morte – Quanto vale una vita?”.
L’accensione di lumini di fronte foto appoggiate sulle sedie. Sulle foto i volti di Paolo Pepe, Nicola Colameo, Carlo Spinelli, Gianluca De Santis, Fernando Di Nella, Giulio Romano e Carlo Piscopo, i sette operai morti nelle tre esplosioni nello stabilimento in contrada Termine a Casalbordino il 21 dicembre 2020, il 13 settembre 2023 e il 9 luglio di quest’anno. Ad accendere i lumini Paola De Camillis, parente di Giulio Romano e tra le promotrici del comitato “Disarmiamoci – Basta fabbriche di morte – Quanto vale una vita?”. È iniziata così l’assemblea.
Durante l’assemblea è stato proiettato un video intervento di Daniela Torto, deputata del Movimento 5 Stelle eletta in provincia di Chieti e promotrice di due interrogazioni parlamentari dopo le esplosioni di 3 anni e di quest’anno. Entrambe rimaste senza risposta.
«Sono il più vicina possibile alla vostra comunità dopo le tragedie avvenute nello stabilimento di Casalbordino. Ho presentato un’interrogazione parlamentare al governo perché credo che bisogna fare luce su quello che i ministri del lavoro e dell’interno probabilmente non sanno e bisogna chiarire i controlli che sono stati effettuati, tutte le prescrizioni sulla sicurezza, gli interventi che sono stati fatti dopo il cambiamento di proprietà dello stabilimento e eventuali altri ampliamenti che si devono chiarire – ha dichiarato Torto – Eppure, ecco, quello che devo purtroppo dirvi è che si continua a stare dietro il silenzio perché il governo non ha risposto. Io però non voglio limitarmi ad un atto parlamentare. Vorrei parlare con voi lavoratori, con le associazioni, l’amministrazione locale, il comitato stesso per raccogliere le vostre proposte e anche quello che è il futuro che bisognerà in qualche modo costruire. Siamo sui territori per rappresentarvi e per portare la vostra voce nei luoghi dove poi si assumono le decisioni. Credo che questo sia il mio compito e questo video serviva appunto a rispondere un po’ al vostro appello che è arrivato e e al quale io ho cercato di dare un seguito anche con atti parlamentari. Aspettiamo la risposta. Nel frattempo mi metto a disposizione di ciascuno di voi».
Interrogazioni parlamentari senza risposta. Sta accadendo in questi anni sullo stabilimento in contrada Termine ormai ex Esplodenti Sabino. Ed è già accaduto negli anni novanta.
Nel 1994 Due anni prima Rifondazione Comunista, il cui attuale segretario nazionale Maurizio Acerbo dopo l’esplosione del 21 dicembre 2020 presentò esposti alla Procura di Vasto, presentò un’interrogazione parlamentare, che sul sito web della Camera dei Deputati è ancora pubblicata con l’indicazione «in corso». Ovvero che non c’è stata nessuna risposta.
L’allora deputato del Prc Antonio Saia presentò l’interrogazione ai ministri della difesa, degli affari esteri, del commercio con l’estero, dei trasporti e della navigazione e di grazia e giustizia.
L’IRES, organismo internazionale per lo studio del traffico internazionale di armi, aveva evidenziato «che dai porti abruzzesi negli ultimi anni sarebbero stati esportati grandi quantitativi di armi ed esplodenti, destinati alle aree calde del mondo, sia direttamente sia attraverso passaggi intermedi; in particolare, tra l’altro, attraverso un terzo Paese, i destinatari principali del traffico d’armi sarebbero stati il Medio Oriente e la ex-Jugoslavia».
Un traffico che «si sarebbe svolto attraverso i porti di Pescara, Ortona (CH) e Vasto (CH) e coinvolgerebbe in qualche modo anche la fabbrica Valsella di Brescia che avrebbe fornito l’esplosivo – sottolineavano gli autori dell’interrogazione – misteriosamente scomparso, alla Sabino Esplodenti che era autorizzata anche allo stoccaggio». Saia e i suoi colleghi parlamentari riportarono che era in corso un’indagine dopo la «misteriosa scomparsa di dieci tonnellate di esplosivo T4 e per accertamenti riguardanti le condizioni di sicurezza» sempre secondo l’Ires e che il presunto «traffico di armi» interessava anche sospetti dell’invio di esplosivi in Olanda da dove «armi ed esplodenti» (secondo accuse delle dogane svedesi) sarebbero stati inviati nell’area del Golfo. Dai ministri interrogati non è giunta mai risposta.



