«Siamo stati trattati male, male, male. Malissimo». Giuseppe Grasso non usa giri di parole quando gli chiediamo quale sia stato il rapporto suo e della moglie Francesca Franzè con il Servizio centrale di protezione. Due testimoni di giustizia, due ex imprenditori calabresi che operavano nel settore dell’impiantistica tecnologica, una vita cambiata dopo la decisione di denunciare. Una scelta che Grasso continua a considerare giusta sul piano civile e morale, ma che descrive come l’inizio di un lungo «calvario».
Nell’intervista a WordNews.it ripercorre oltre vent’anni della propria vicenda: estorsioni, usura, imposizioni nelle attività imprenditoriali, intimidazioni, ingresso nel programma di protezione, difficoltà economiche e sanitarie, fuoriuscita dal sistema, ritorno in Calabria. Le sue sono dichiarazioni molto dure. Grasso chiama direttamente in causa il Servizio centrale di protezione e altre articolazioni istituzionali, raccontando episodi che afferma di avere denunciato e documentato.
L’intervista parte dalla morte di Denise, figlia di Lea Garofalo. Per Grasso quella tragedia riapre una ferita che conosce bene: quella della solitudine di chi denuncia.
La morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, ha riaperto con forza il tema della solitudine dei testimoni di giustizia e dei loro familiari. Quando avete appreso la notizia, qual è stato il vostro primo pensiero?
«Il primo pensiero è stato di profondo dispiacere. È una cosa mortificante, la morte di questa povera ragazza. Doveva essere tutelata. Tecnicamente, anche quando una persona fuoriesce dal programma dopo tanti anni, non dovrebbe mai essere completamente abbandonata. Le leggi prevedono una tutela. Un testimone di giustizia, pur con tutte le differenze rispetto a un collaboratore, collabora comunque con lo Stato. Lo Stato non dovrebbe mai lasciare una persona sola, in pasto ai lupi».
Vi siete riconosciuti, almeno in parte, nella sensazione di abbandono che emerge dalla storia di Denise?
«Sì. Quella vicenda ci ha fatto rivivere i momenti di terrore vissuti quando eravamo sotto protezione. Al dispiacere per la morte di questa giovane donna si è aggiunto il ricordo della paura che abbiamo vissuto noi. Durante quegli anni apprendevamo anche di morti avvenute in circostanze che ci preoccupavano profondamente. Noi abbiamo vissuto quella paura sulla nostra pelle. Ed è per questo che oggi punto il dito soprattutto sul Servizio centrale di protezione. Con noi si sono comportati malissimo. Ti portano, psicologicamente, allo stremo. Abbiamo denunciato angherie, soprusi e violenze e, secondo noi, invece di essere aiutati abbiamo subito altre sofferenze».
Secondo voi lo Stato riesce davvero a comprendere fino in fondo il peso psicologico, familiare e umano che grava su chi decide di denunciare?
«No. Per la nostra esperienza, no. Io e mia moglie siamo entrambi testimoni di giustizia e abbiamo vissuto direttamente questo sistema. Le persone dovrebbero essere tutelate, non abbandonate. Bisogna considerare soprattutto l’aspetto psicologico, perché non tutti hanno la stessa forza. C’è chi riesce a sopportare quello che io chiamo “l’inferno” della protezione e c’è chi non ce la fa. La tutela non può essere soltanto fisica. Deve riguardare la persona nella sua interezza: la mente, la famiglia, la salute, il lavoro, i figli».
Veniamo alla vostra storia. Eravate imprenditori quando avete deciso di denunciare. Di cosa vi occupavate?
«Mi occupavo di impiantistica tecnologica sin dal 1983 e successivamente anche mia moglie entrò nell’attività. Eravamo entrambi imprenditori nel settore dell’impiantistica tecnologica».
Qual è stato il momento in cui avete capito che non era più possibile tacere e che bisognava rivolgersi alla magistratura?
«Nel 2005 io e mia moglie, dopo tutto quello che stavamo subendo, decidemmo di denunciare. Parlo di angherie, soprusi, violenze e pressioni che attribuivamo ad ambienti della ’ndrangheta e anche a persone che, secondo noi, gravitavano attorno a quegli ambienti. Quando andai in Questura non ci andai da solo. Fui accompagnato anche da persone con importanti ruoli istituzionali. Ricordo perfettamente quello che dissi: “Da questo momento la nostra vita è nelle vostre mani”. Mi venne risposto di non preoccuparmi, che saremmo stati tutelati e avremmo potuto iniziare una nuova vita. Purtroppo, secondo la nostra esperienza, molte di quelle promesse sono venute meno».
In quel periodo incontraste anche magistrati che considerate importanti nella vostra vicenda.
«Sì. Incontrammo la dottoressa Marisa Manzini, magistrato della DDA di Catanzaro. È una persona che io e mia moglie stimiamo e rispettiamo moltissimo. Le indagini fecero il loro corso e fummo sentiti in diversi procedimenti. Tengo a sottolineare una cosa: nel corso degli anni attorno alla nostra storia sono state dette molte cose. Io, però, mi attengo agli atti e a ciò che abbiamo vissuto personalmente».
Quali pressioni, minacce o condizionamenti avete subito nelle vostre attività imprenditoriali?
«Avevo aperto l’attività nel 1983. Iniziai con lavori più piccoli, poi arrivarono commesse importanti e l’impresa crebbe. A un certo punto decisi di lavorare soprattutto da Roma in su. Le pressioni assumevano forme diverse. C’erano persone che ci venivano imposte nelle attività lavorative, anche senza che svolgessero realmente il lavoro per il quale dovevano essere pagate. C’erano richieste di denaro e altre forme che io considero estorsive. Abbiamo avuto lavori da centinaia di migliaia di euro che, in alcuni casi, non ci sono stati pagati. Ci siamo trovati anche nella situazione di ricorrere all’usura, perché quando hai costruito un’impresa in una vita cerchi disperatamente di non perderla. Abbiamo subito anche danneggiamenti e aggressioni. A Milano mi hanno incendiato un cantiere. Eppure eravamo diventati una realtà molto importante nel settore dell’impiantistica. Abbiamo lavorato per grandi aziende e realizzato lavori in diverse parti d’Italia».
In quale zona della Calabria avevate la vostra attività?
«In provincia di Vibo Valentia. Ma lavoravamo in molte zone d’Italia. La nostra non era una piccola attività confinata esclusivamente al territorio locale».
Dopo le denunce siete diventati testimoni di giustizia. Che cosa ha significato concretamente questa scelta per la vostra famiglia, per i figli e per il lavoro?
«Denunciare è stata, senza dubbio, la scelta giusta. Quello che non potevamo immaginare era ciò che sarebbe accaduto dopo. Da quel momento è iniziato un calvario, una strada in salita. Non pensavo che potessero accadere a noi tutte le cose che abbiamo vissuto. La nostra famiglia ha pagato un prezzo enorme. I nostri figli hanno subito le conseguenze di questa scelta, abbiamo perso le nostre attività e abbiamo avuto enormi difficoltà economiche. Quando entri in un programma del genere cambia completamente la tua esistenza».
Lei ha parlato anche dei problemi di salute di sua moglie Francesca Franzè. Cosa è accaduto durante il periodo di protezione?
«Mia moglie, durante il secondo programma di protezione, ha dovuto affrontare una patologia molto grave ed è stata sottoposta a un intervento importante. Secondo quanto ci era stato spiegato e secondo quello che era previsto, aspetti fondamentali come la salute e l’istruzione avrebbero dovuto ricevere un’adeguata tutela. Noi riteniamo che questo non sia avvenuto. Con il contributo economico che ricevevi dovevi sostenere la casa, le utenze e tutte le necessità quotidiane. Era difficilissimo. Noi abbiamo percepito un abbandono totale».
In tutto questo percorso avete mai pensato: “Abbiamo denunciato, ma siamo rimasti soli”?
«Sempre. Noi ci siamo sentiti abbandonati praticamente già dopo avere terminato i verbali in Questura. Negli anni successivi abbiamo continuato a chiedere di essere ascoltati ogni volta che accadevano episodi che ritenevamo gravi. Siamo stati coinvolti, a diverso titolo, in numerose vicende giudiziarie e investigazioni: come persone informate sui fatti, persone offese e testimoni. Abbiamo continuato a raccontare quello che sapevamo e quello che avevamo subito. Ma molte volte abbiamo avuto la sensazione che le nostre richieste di aiuto non arrivassero da nessuna parte».
Arriviamo al Servizio centrale di protezione. Qual è stato il vostro rapporto con questa struttura?
«Pessimo. Noi rispettiamo le istituzioni e rispettiamo lo Stato. Lo abbiamo sempre fatto. Ma il rapporto con il sistema di protezione, per quello che abbiamo vissuto, è stato terribile. Ci siamo sentiti come persone che davano fastidio. Abbiamo denunciato diversi episodi che ritenevamo gravissimi. Su alcune questioni ci sono state e ci sono controversie e procedimenti. Durante uno dei periodi successivi siamo stati collocati, secondo il nostro racconto, in condizioni abitative che consideravamo assolutamente inadeguate. Abbiamo subito furti e intimidazioni anche mentre eravamo sotto protezione. Non voglio generalizzare: all’interno del Servizio abbiamo incontrato anche persone sensibili e perbene. Quando dico “Servizio” non sto accusando indistintamente ogni singolo operatore. Ma, complessivamente, siamo stati trattati male, male, male. Malissimo».
Che cosa è mancato maggiormente?
«È mancato il supporto alla persona. E questo è fondamentale perché non tutti riescono a sopportare psicologicamente una situazione del genere. Parliamo di persone che hanno lasciato la casa, l’impresa, gli amici, i familiari, il territorio in cui sono cresciute. Non basta spostare una persona da una località a un’altra e dire che è protetta. Bisogna occuparsi della sua sopravvivenza, della sua salute mentale, della possibilità di lavorare e di ricostruire un’esistenza. Noi questo sostegno non lo abbiamo sentito».
Dopo anni lontani dalla Calabria avete scelto di tornare nella vostra terra. Oggi vi sentite realmente protetti?
«No, assolutamente no. Ancora recentemente sono entrati per la terza volta nella casa che apparteneva a mia madre e l’hanno devastata. Mia madre ha sofferto moltissimo per tutta questa situazione. Quando una madre vede un figlio vivere determinate vicende ne subisce inevitabilmente le conseguenze. Noi abbiamo continuato a inviare informative e denunce. La sensazione, però, è che spesso non si sappia nemmeno che fine facciano tutte queste segnalazioni. Non sostengo che qualunque cosa ci accada sia automaticamente riconducibile alla ’ndrangheta. Dico che dopo tutto quello che abbiamo vissuto, determinati episodi dovrebbero essere presi molto seriamente».
Lei sostiene dunque che anche dopo il ritorno in Calabria sia continuata una condizione di paura?
«Certo. La paura non finisce quando esci dal programma. Quando hai denunciato determinate persone, quando hai testimoniato e hai raccontato fatti molto gravi, sai che quella scelta rimane con te. Noi avevamo affidato la nostra vita allo Stato. Questa è la cosa che pesa maggiormente: avevamo creduto che, facendo il nostro dovere, saremmo stati tutelati. E invece molte volte ci siamo sentiti soli».
Dopo tutto quello che avete vissuto, rifareste la stessa scelta?
«Se devo rispondere pensando a quello che abbiamo sofferto, dico no. Ci sono stati momenti in cui ho pensato che sarebbe stato meglio morire una volta sola piuttosto che soffrire per tutta la vita.
Ma devo spiegare bene questa risposta. Io sono e resto un cittadino italiano. Per dignità, come cittadino, denuncerei ancora ciò che è sbagliato. Non potrei diventare improvvisamente una persona che accetta la mafia o l’illegalità. Quindi, dal punto di vista morale, lo rifarei.
Ma non lo rifarei con le modalità che abbiamo vissuto. Quello che non dovrebbe più accadere è che una persona trovi il coraggio di denunciare e poi sia costretta a pagare per tutta la vita le conseguenze di quella scelta».
Lea, Denise e i testimoni di giustizia: un archivio contro l’oblio
Da anni WordNews.it segue queste storie senza limitarsi alle commemorazioni. Abbiamo raccontato Lea quando ancora troppe verità venivano confuse, seguito il calvario di Denise, documentato il ritorno e i permessi concessi agli uomini condannati per l’omicidio, raccontato il caso dei funerali di Rosario Curcio e raccolto le voci di testimoni di giustizia, avvocati, magistrati, rappresentanti delle istituzioni e familiari.
Dopo la morte di Denise questa inchiesta è diventata ancora più necessaria. Perché dietro ogni testimone non esiste soltanto un verbale, un processo o un programma di protezione: esiste una persona, una famiglia, una vita che lo Stato ha il dovere di proteggere anche quando le luci delle aule giudiziarie si spengono.
Quello che segue è l’archivio degli articoli pubblicati da WordNews.it su Lea Garofalo, Denise Cosco e sui testimoni di giustizia. Una memoria giornalistica che continua ad aggiornarsi, perché ricordare non significa celebrare i morti: significa soprattutto non abbandonare i vivi.
- 5 ottobre 2026 – Il gigante dai piedi d’argilla: perché il Servizio Centrale di Protezione è diventato un incubo burocratico — Leggi l’articolo
- 4 ottobre 2026 – Claudia Conidi: «La morte di Denise è un fallimento dello Stato» — Leggi l’articolo
- 3 ottobre 2026 – Lettera aperta di Antonio Tenuta: «Lo Stato doveva proteggerci, invece ci ha distrutto la vita» — Leggi l’articolo
- 2 ottobre 2026 – Premio nazionale Lea Garofalo 2026: a Padula la memoria di Lea e Denise incontra il coraggio di Joe Petrosino — Leggi l’articolo
- 1 ottobre 2026 – Enzo Guarnera: «Il suicidio di Denise è la conseguenza della solitudine e dell’abbandono dello Stato» Leggi l’articolo
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- 28 settembre 2026 – «Siamo un peso per lo Stato»: la drammatica denuncia di un testimone di giustizia contro le istituzioni Leggi l’articolo
- 27 settembre 2026 – Piera Aiello: «Denise non è morta per mano della ’ndrangheta. È morta per mano dello Stato» Leggi l’articolo
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- 25 settembre 2026 – Antonino Candela: «Noi testimoni di giustizia usati nei processi e poi dimenticati» Leggi l’articolo
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- 3 novembre 2021 – Superate le 15 mila firme per la “fimmina” che sfidò la schifosa ’ndrangheta Leggi l’articolo
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