La nuova forma di mobilitazione che sta attraversando il mondo vede come protagonisti genitori, insegnanti e comunità scolastiche che hanno deciso di fare fronte comune contro una delle abitudini più diffuse dell’infanzia contemporanea: consegnare uno smartphone ai figli sempre più piccoli.
La loro convinzione è semplice: non è necessario che un bambino possieda uno smartphone a dieci o undici anni. E soprattutto non è giusto che una famiglia che decide di aspettare debba sentirsi costretta a cambiare idea perché tutti i compagni di classe hanno già un telefono.
È proprio quest’ultimo aspetto a rappresentare il cuore della questione. Il problema, infatti, non riguarda soltanto il rapporto individuale tra un minore e uno schermo, ma anche la pressione sociale che accompagna l’ingresso dei dispositivi digitali nella vita dei più giovani. Se tutti hanno un cellulare, chi non lo possiede rischia di sentirsi escluso. Ma se tante famiglie decidono insieme di aspettare, la prospettiva cambia.
È il principio che anima esperienze come quella di Greystones, in Irlanda, dove un progetto condiviso da otto scuole primarie ha coinvolto circa il 70% delle famiglie in un impegno volontario a non consegnare uno smartphone ai figli prima dell’ingresso nella scuola secondaria. Un esperimento che non è rimasto isolato e che si inserisce in un movimento internazionale sempre più articolato.
Stati Uniti, il patto per aspettare fino a 14 anni
Una delle esperienze più consolidate nasce negli Stati Uniti nel 2017, ad Austin, in Texas. Si chiama Wait Until 8th e prende il nome dall’ottavo anno scolastico del sistema americano, che corrisponde generalmente all’età di 13-14 anni.
L’iniziativa invita i genitori a impegnarsi a non consegnare uno smartphone ai figli prima della conclusione di questo ciclo scolastico. La particolarità del progetto è il meccanismo collettivo: il patto diventa operativo quando almeno dieci famiglie della stessa classe e dello stesso istituto aderiscono all’iniziativa.
In questo modo i genitori sanno che anche altri compagni non avranno un telefono e possono affrontare con maggiore serenità le richieste dei figli.
Il movimento dichiara di aver superato le 155mila adesioni. Un risultato che testimonia quanto sia diffusa la preoccupazione delle famiglie americane per l’accesso precoce agli smartphone e quanto sia forte il bisogno di non sentirsi soli nelle proprie scelte educative.
Regno Unito, oltre 180mila famiglie aderiscono al Parent Pact
Ancora più recente, ma caratterizzato da una crescita particolarmente rapida, è il movimento britannico Smartphone Free Childhood.
Nato nel 2024 dall’iniziativa di alcuni genitori, si è rapidamente trasformato in una rete nazionale. Il suo strumento principale è il Parent Pact, un accordo attraverso il quale le famiglie si impegnano a rimandare lo smartphone almeno fino ai 14 anni e l’accesso ai social network fino ai 16.
Il successo è notevole: il movimento dichiara oltre 180mila adesioni familiari e una presenza in più della metà delle scuole del Regno Unito. La sua diffusione ha contribuito ad alimentare un dibattito pubblico che ha raggiunto anche le istituzioni britanniche.
La filosofia è quella di Greystones: cambiare le abitudini non attraverso imposizioni, ma creando una rete di famiglie che condividono la stessa scelta.
Spagna, da un quartiere di Barcellona nasce una mobilitazione nazionale
Una delle storie più significative arriva dalla Spagna e ha un’origine molto simile a quella irlandese.
Nel settembre 2023, nel quartiere Poblenou di Barcellona, una madre, Elisabet Garcia Permanyer, decide di creare un gruppo WhatsApp con altri genitori. L’obiettivo è convincere le famiglie a ritardare fino ai 16 anni la consegna del primo smartphone ai figli.
L’iniziativa si diffonde rapidamente, dando vita al movimento Adolescencia Libre de Móviles. Dalle prime conversazioni tra genitori si passa a centinaia di gruppi territoriali, coinvolgendo famiglie, professionisti della salute, educatori e operatori del settore tecnologico.
Oggi l’organizzazione dichiara oltre 30mila famiglie e professionisti aderenti. La richiesta è quella di un cambiamento culturale: non considerare più normale consegnare uno smartphone ai bambini nel momento del passaggio dalla scuola primaria alla secondaria.
Il movimento non si limita a chiedere un rinvio individuale, ma propone un vero e proprio patto sociale per arrivare, idealmente, ai 16 anni prima del primo smartphone.
La vicenda spagnola dimostra come una preoccupazione nata all’interno di un piccolo gruppo di genitori possa trasformarsi in una questione nazionale, capace di coinvolgere scuole, istituzioni e opinione pubblica.
Hong Kong, mille genitori e cinquanta scuole
Anche a Hong Kong il fenomeno ha trovato terreno fertile. Nell’aprile 2024 un gruppo di genitori ha dato vita a Look Up Hong Kong, un movimento che utilizza soprattutto gruppi WhatsApp per mettere in contatto famiglie interessate a ritardare l’accesso dei figli agli smartphone e ai social network.
L’organizzazione dichiara di coinvolgere oltre mille genitori in cinquanta scuole. Sono nati accordi tra famiglie e gruppi scolastici che puntano a rinviare l’acquisto del primo telefono intelligente.
Nell’ottobre 2025 il movimento ha rilanciato la propria campagna, sostenendo la necessità di aspettare almeno fino ai 14 anni per lo smartphone e fino ai 16 per i social network. A rendere ancora più urgente il dibattito sono stati i dati di un’indagine condotta su 651 genitori: secondo i risultati diffusi dall’organizzazione, oltre la metà dei bambini tra i 6 e i 10 anni possiede già uno smartphone.
Paesi Bassi, la scelta di crescere senza smartphone
Nei Paesi Bassi il movimento si chiama Smartphonevrij Opgroeien, letteralmente «Crescere senza smartphone».
È un’iniziativa dal basso che riunisce genitori intenzionati a ritardare l’accesso dei figli agli smartphone e ai social network, attraverso un patto nazionale e una rete di solidarietà tra famiglie.
L’organizzazione dichiara oltre 60mila genitori coinvolti. Anche in questo caso non si tratta di una posizione contraria alla tecnologia, ma della volontà di proteggere una fase della vita nella quale gioco, relazioni personali e scoperta del mondo dovrebbero avere un ruolo centrale.
Il messaggio è particolarmente significativo: non essere contro la tecnologia, ma essere a favore dell’infanzia.
Australia, aspettare insieme è più facile
Anche dall’altra parte del mondo si sta consolidando un’esperienza analoga. Si chiama Wait Mate ed è un’organizzazione senza scopo di lucro fondata da un gruppo di genitori australiani, ispirati proprio dal progetto americano Wait Until 8th.
L’obiettivo è aiutare le famiglie a rimandare il più possibile la consegna del primo smartphone, mettendo in contatto genitori con figli della stessa età e frequentanti le stesse scuole.
Il principio è ancora una volta quello della responsabilità condivisa: aspettare diventa più semplice quando anche gli amici dei propri figli fanno la stessa scelta. Non esiste un’età obbligatoria uguale per tutti, ma la volontà di restituire alle famiglie la libertà di decidere senza subire la pressione dei coetanei.
Italia, i Patti Digitali per un’educazione condivisa
Anche nel nostro Paese si sta facendo strada una consapevolezza simile. Si chiama Patti Digitali la rete nazionale che promuove alleanze educative tra genitori, scuole, pediatri, istituzioni e associazioni del territorio.
L’idea è quella di costruire accordi condivisi sull’età del primo smartphone, sull’accesso ai social network e sulle modalità di utilizzo dei dispositivi digitali. Non un modello unico da imporre a tutte le famiglie, ma un percorso che ciascuna comunità può costruire in base alle proprie esigenze.
La rete ha già coinvolto 17 regioni, con 24 Patti in fase di avvio e numerose altre iniziative territoriali. Tra i progetti figurano esperienze che coinvolgono città, quartieri e piccoli centri, con l’obiettivo di riportare l’educazione digitale all’interno di una responsabilità collettiva.
È un passaggio importante: anche in Italia si comincia a comprendere che la famiglia, da sola, difficilmente può contrastare una pressione sociale così diffusa. Occorre un’alleanza con la scuola e con il territorio.
Non una guerra alla tecnologia, ma una nuova idea di infanzia
Che cosa accomuna esperienze così diverse, nate in Paesi e culture lontani? La risposta è una convinzione che sta progressivamente prendendo forma: il problema non è la tecnologia in sé, ma il momento e le modalità con cui entra nella vita dei bambini.
Nessuno di questi movimenti propone necessariamente di crescere i figli isolandoli dal mondo digitale. Al contrario, molti promuovono percorsi di educazione tecnologica, consapevolezza e responsabilità. La questione è stabilire quando un bambino possieda gli strumenti emotivi e cognitivi per affrontare un ambiente digitale complesso, nel quale convivono opportunità, contenuti inappropriati, meccanismi di dipendenza e rischi per la privacy.
Ma c’è anche un’altra ragione, forse ancora più profonda, che spinge migliaia di famiglie a mobilitarsi: il desiderio di restituire ai figli un tempo che sembra progressivamente scomparire.
Il tempo del gioco all’aperto, delle amicizie costruite incontrandosi di persona, delle conversazioni senza notifiche, della noia che stimola la fantasia e della scoperta del mondo senza la mediazione continua di uno schermo.
Il dato più interessante di questa mobilitazione internazionale è che non nasce da una campagna politica o da un’imposizione delle istituzioni. Nasce dal basso, da genitori che si incontrano, si confrontano e scoprono di avere le stesse preoccupazioni.
È una sorta di nuova alleanza educativa che attraversa i confini nazionali e mette in discussione un’abitudine considerata ormai inevitabile.
Da Greystones a New York, da Barcellona a Londra, da Hong Kong ai Paesi Bassi, il messaggio è lo stesso: non deve essere un bambino a dover spiegare perché non possiede uno smartphone, ma deve diventare normale che possa non averne uno.
Forse è proprio questa la vera rivoluzione. Non togliere qualcosa ai bambini, ma permettere loro di avere ancora qualcosa che nessuna tecnologia può sostituire: il tempo di essere bambini.



