Nino Di Matteo, magistrato di lungo corso e che ha portato avanti inchieste contro cosa nostra e il potere che gli ruota attorno, è attualmente sostituto procuratore alla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo (DNAA). A maggio del 2022 come procuratore è stato nominato Giovanni Melillo.
All’interno della DNA esistono vari gruppi di lavoro e sono “istituiti e organizzati attorno a mirati obiettivi della funzione di impulso e coordinamento investigativo“. Tra questi c’è il “gruppo di lavoro sulle stragi” ed è stato istituito, già anche nei precedenti progetti organizzativi,
“perché si occupi del coordinamento d’indagine sulle stragi verificatesi fra il 1992 e il 1994 e su altri gravi delitti che abbiano ragioni di connessione o di collegamento probatorio o investigativo con quelle stragi”.
I componenti del gruppo, oltre a Di Matteo, sono: Anna Canepa, Francesco Polino, Franca Imbergamo e Domenico (Nico) Gozzo. Imbergamo e Gozzo sono stati, ultimamente, nominato procuratori aggiunti di Melillo.
Di Matteo, senza giri di parole, denuncia come “il “gruppo stragi” nella sostanza è stato privato delle funzioni per le quali era stato istituito” e descrive il
“consolidamento di una prassi caratterizzata dalla mancata circolazione delle notizie all’interno del gruppo o, in alcuni casi, da una circolazione limitata al Procuratore nazionale e a solo alcuni magistrati dell’Ufficio individuati ad hoc dal Procuratore stesso, eletti fiduciariamente, a scavalco del “gruppo stragi”, quali destinatari di informazioni provenienti dalle Procure distrettuali e riguardanti proprio la materia per la quale tale gruppo è stato istituito”.
Nei fatti, quindi, il gruppo stragi sarebbe stato privato della sua funzione.
Ma non finisce qui. Di Matteo denuncia, pure, la mancata informazione del gruppo relativamente a risultati delle indagini delle varie procure. Infatti:
“ho appreso solo dagli organi di informazione notizie circa rilevantissime evoluzioni procedimentali di indagini curate dalle Procure distrettuali di Caltanissetta, Palermo e Firenze, proprio su delitti sui quali dovrebbe essere focalizzato l’impegno di coordinamento del “gruppo stragi” della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Contestualmente, si sono verificate la mancata convocazione per lungo tempo di riunioni del gruppo”
ed elenca, punto per punto, tutti gli sviluppi di indagini apprese dagli organi di stampa e che, invece, avrebbero dovuto apprendere come “gruppo stragi” tra cui: Mafia&Appalti, la pista nera, l’omicidio di Piersanti Mattarella e le indagini sui mandanti occulti di Capaci e via D’Amelio.
Un passaggio delicato è avvenuto l’8 gennaio 2026 quando si svolse una riunione di coordinamento con i magistrati delle procure di Caltanisetta e Firenze e i magistrati del gruppo, Di Matteo, Imbergamo, Polino, Canepa e Dolce, non ne sarebbero stati informati. Quindi
“si è discusso delle stragi ma alcuni magistrati designati a far parte del “gruppo stragi” sono stati estromessi dalla partecipazione e, conseguentemente, dalla conoscenza immediata delle informazioni travasate in quella riunione e dall’analisi e dagli approfondimenti svolti”.
Altro fatto grave, sempre sul metodo di mancato coordinamento:
“a proposito delle applicazioni alle DDA di Caltanissetta e Firenze, (che il PNA ha, in numerosi, casi disposto per altri colleghi del gruppo quali il dr. Del Bene, il dr. Dolce e il dr. Gozzo) va ulteriormente segnalato il consolidamento di una prassi impropria consistente nell’obbligare i singoli magistrati applicati a riferire gli sviluppi delle indagini dei procedimenti solo al PNA e non agli altri colleghi del gruppo di lavoro. Un metodo, quello delle conoscenze a “compartimento stagno”, che di fatto esautora e compromette l’essenza stessa del gruppo di lavoro. Né si può dire che, quantomeno nell’ultimo biennio, i magistrati del gruppo siano stati messi nelle condizioni di conoscere quanto accadeva nelle sedi distrettuali attraverso la costante consultazione delle istituite ARCA (Area Riservata Conoscibilità Atti) riservate”
e descrive le varie mancanze di aggiornamento delle banche dati, gli ARCA appunto.
L’esposto finisce con una riflessione sul perché si sta muovendo così il magistrato Nino Di Matteo e il pericolo che ne deriva:
“Ho sentito il dovere di rappresentare questi fatti non certo per interesse personale o di carriera ma per la loro oggettiva rilevanza, a mio avviso amplificata dalla enunciazione, in varie sedi, e in particolare presso la Commissione parlamentare antimafia (sede nella quale sono stati auditi anche magistrati), di una riscrittura minimalista e fuorviante della storia delle stragi del biennio 1992/94. La ricostruzione attenta e più approfondita possibile di quella fenomenologia criminale dovrebbe essere la vera ragione sociale della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Tuttavia, lo stato delle cose, con il depotenziamento e la sostanziale neutralizzazione della funzione del “gruppo stragi” {e del contributo che ciascuno dei suoi componenti potrebbe fornire), rischia di incidere negativamente sulla tempestività ed efficacia delle funzioni attribuite a questo Ufficio. “
Il mandato di procuratore nazionale antimafia dura 4 anni. Melillo è stato nominato nel 2022, quindi adesso si dovrebbe deciderlo se confermarlo o no. Con questo esposto tutto può cambiare.
Noi da anni denunciamo come il magistrato Nino Di Matteo sia sempre più isolato, delegittimato e attaccato dal mondo politico e di come, all’interno della procura nazionale antimafia, venga continuamente ostacolato anche nel provare a fare il proprio lavoro: la ricerca della verità.
Forse perché ha coraggio, forse perché non ha paura di parlare, forse perché denuncia ciò che non va toccando anche gli interessi dei potenti di turno. Sta di fatto che questo esposto rappresenta l’ulteriore conferma di come non si vuole far lavorare questo magistrato che da più di 30 anni vive sotto scorta e rischia la vita. Vogliamo ricordare che, quando era a Palermo, era già arrivato il tritolo per farlo fuori e direttamente per volere di Totò Riina e per il tramite Matteo Messina Denaro. Con le sue indagini aveva toccato determinati interessi di potenti, ricordiamo che allora andava avanti, tra gli altri, il processo relativo alla Trattativa Stato-Mafia.
foto copertina di Antonino Schilirò



