Lo scorso marzo, in occasione della Giornata per la memoria e l’impegno contro le mafie abbiamo ricordato in un evento online Adelina Sejdini e Lilian Solomon. I loro nomi non li troverete mai in nessun elenco di vittime delle mafie. Ma lo sono. La cronaca ci racconta che Adelina morì suicida e Lilian è morta in un letto d’ospedale.
Ma sono state uccise dalle mafie, dagli sfruttatori mafiosi e patriarcali dello stupro a pagamento. Che hanno denunciato, entrambe, portando ad importanti maxi operazioni contro le mafie albanesi e nigeriane.
Per tanti anni abbiamo sentito dire che «ci sono lavori che gli italiani non fanno più». Nel loro calvario, dal lager quotidiano che hanno subito Adelina e Lilian hanno fatto quel che troppi italiani non hanno mai voluto fare, mostrando un coraggio sconosciuto a milioni. Personaggi che non solo non denunciano, vigliacchi e omertosi, ma alimentano i più turpi traffici. Il lager mafioso e patriarcale dello stupro a pagamento esiste e si consolida perché la domanda esiste, perché milioni sono disposti a pagare per stuprare donne di ogni età, anche minorenni, in Italia e all’estero, e sfogare le loro più orrende e schifose perversioni.
Lilian è morta il 1° ottobre di dodici anni fa presso l’Ospedale di Pescara. Il decimo anniversario della sua morte, dimenticato e rimosso in Abruzzo, è avvenuto poche settimane prima del suicidio di Adelina. Lilian Solomon è stata sfruttata dalle mafie nigeriane della tratta prima in Lombardia e poi in Abruzzo, nella drammaticamente nota “bonifica del tronto”. costretta con violenza ad abortire ingerendo alcolici e medicinali.
Per mesi e mesi continuò ad essere preda degli schifosi appetiti dei suoi quotidiani aguzzini (quelli che vengono definiti “clienti”) nonostante soffrisse dolori lancinanti, insopportabili quotidianamente. E proprio perché troppo vittima di questi dolori, proprio perché le stavano letteralmente impedendo di vivere, troppo spaventata dal loro persistere e aumentare, decise di sfidare la paura e i suoi sfruttatori. Denunciò e si affidò a On the Road.
Quando gli operatori di On the road la incontrano per la prima volta Lilian soffriva da tempo di fortissimi dolori. Erano i sintomi dell’avanzata di un linfoma. Ricoverata nel reparto di Oncologia dell’Ospedale di Pescara è morta il 1° ottobre 2011.
Per un tempo infinito Lilian ogni notte continuò ad essere violentata, sfruttata, a dover nascondere una sofferenza inumana. Il linfoma che la uccise avanzava, le provocava dolori sempre più atroci. Eppure gli stupratori e i suoi aguzzini non si sono mai fermati. Le centinaia, se non migliaia, di maschi che la stuprarono per mesi sono stati totalmente indifferente al suo calvario. Nel 2021 proponemmo ripetutamente un suo ricordo collettivo sui social. Perché l’Abruzzo non può, non deve dimenticarla.
Chi dimentica è complice e nel suo ricordo dobbiamo sempre più denunciare quanto accade dalla bonifica del tronto a San Salvo e Montenero passando per città come Pescara e Montesilvano. Negli ultimi anni la cronaca ci ha riportato notizie di molte operazioni in Abruzzo, soprattutto nelle province di Teramo e L’Aquila, contro i clan delle mafie nigeriane. A L’Aquila un boss aveva posto la sua base.
Quante Lilian Solomon sono quotidianamente crocifisse in Abruzzo? Quante sofferenze, dolori, lacrime vengono soffocati dai più schifosi aguzzini della nostra società perbenista e ipocrita, quanti mercanti di morte quotidianamente continuano a lucrare e prosperare?
La risposta è fin troppo scontata: tantissime, troppe, una vergogna disumana criminale che avviene nell’indifferenza, nell’accettazione e alimentata ogni giorno e ogni notte a pochissimi passi da noi.





