Inevitabilmente, all’interno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, anche quest’anno è entrata in maniera preponderante l’argomento sulla riforma della giustizia, in vista del referendum del prossimo del 21-22 marzo.
È stata chiamata in causa all’inaugurazione in Corte di Cassazione venerdì 30 e l’indomani, a cascata, in tutte le Corti d’Appello d’Italia. A Catania il Presidente f.f. Dipietro l’ha citata nelle conclusioni della sua relazione. In un precedente punto stampa ha dichiarato:
“Innanzitutto per me non è una riforma della giustizia. È una riforma costituzionale dell’ordinamento giurisdizionale della magistratura che non costituirà di per sé, qualunque sia il risultato, una soluzione dei problemi reali della giustizia che sono i problemi che i cittadini hanno per avere una giustizia più efficiente, più rapida e più equa.
Qualunque sarà il risultato bisogna mettersi comunque mettersi intorno a un tavolo tutte le componenti politiche, professionali, magistratuali, forensi e amministrative dovranno mettersi dinanzi a un tavolo per porre fine alla loro chiusure corporative e individuare dei punti essenziali dei problemi di cui ho detto. La magistratura presterà ossequio al responso elettorale, qualunque esso sia, ma nello stesso tempo ogni magistrato, come cittadino di questa Repubblica, ha il diritto di esprimere la sua opinione, contraria o favorevole alla riforma, senza timore ed quello che sta venendo in un dibattito che può avere le sue asprezze ma è anche espressione della nostra democrazia.”
Leggendo le conclusioni della relazione la denuncia è chiara: critica alla riforma Nordio e alla riforma Cartabia, che si è inserita a gambe tese nella fase processuale d’appello con l’improcedibilità fissata a due anni.
Inoltre viene denunciata la mancanza di personale amministrativo e di magistrati, creando un vuoto d’organico, che sarebbe tra le principali cause dell’arretramento del corso della giustizia, problema principale nei cittadini e il possibile non rinnovo dei contratti del personale in scadenza nel 2026. Inoltre:
“Non possono però essere dimenticate le sopra rilevate, persistenti (e quasi “endemiche”) criticità nell’attività giudiziaria.
E, al riguardo, può innanzitutto presumersi che la minore pendenza di procedimenti civili (determinata anche dalla riduzione delle sopravvenienze) trovi la sua ragione principale non già in una (pur auspicabile) minore litigiosità delle persone, bensì nei crescenti costi economici dell’accesso agli strumenti giurisdizionali di tutela e, forse, soprattutto, nella percezione (quale comune sentire purtroppo ormai diffuso) di una minore affidabilità (in termini sia di durata dei relativi procedimenti, sia di qualità del prodotto giudiziaria) degli organi stessi di tutela. Nel settore penale il considerevole arretrato accumulatosi nel corso dell’ultimo ventennio ben difficilmente potrà essere eliminato senza un’iniezione massiccia di risorse umane, che valga a colmare l’ormai cronica incompletezza dell’organico della magistratura, cui solo in parte potranno sopperire, ma esclusivamente per gli uffici di primo grado, le immissioni in servizio (dopo il relativo tirocinio) dei vincitori dei recenti, numerosi concorsi per l’assunzione di magistrati ordinari.”
Dal punto di vista generale dell’andamento della giustizia catanese in questo anno giudiziario, le cose sembrano migliorare:
“Per Catania sicuramente positivo (il bilancio giudiziario, nda) perché Catania oltre che essere titolare di un primato nell’innovazione tecnologica, nella digitalizzazione degli atti, ha compiuto in tutti i suoi uffici giudiziari, dalla Corte fino agli uffici del Giudice di Pace, un grosso sforzo per realizzare gli obiettivi del PNRR e li ha sostanzialmente già realizzati in termini di riduzioni delle pendenze ultrabiennale per la corte e ultratriennale per il primo grado e in termini di riduzione dei termini di durata media dei processi soprattutto il settore civile ha guadagnato molto, dalla presenza anche degli addetti all’ufficio del processo che si sono inseriti e danno un grosso contributo sia all’attività amministrativa sia a quella giudiziaria e hanno assicurato un ricambio generazionale all’amministrazione che non operava più da almeno 25 anni. Nel penale si è migliorato nei tempi e nella entità delle pendenze, bisogna lavorare ancora per raggiungere i risultati del civile. L’impegno dei colleghi del penale è notevole a tutti i livelli, anche qui, di giurisdizione.”
I reati di mafia
Nel capitolo dei reati di mafia viene sottolineato come, per quanto concerne i delitti di associazione a delinquere di tipo mafioso e di scambio politico mafioso, si registra un incremento del 10% rispetto al periodo precedente, essendo stati iscritti complessivamente 103 procedimenti (95 nei confronti di noti e 8 di ignoti) a fronte dei 94 del periodo precedente.
Viene sottolineato, inoltre, come la prima fonte di finanziamento delle associazioni mafiose è costituito dal traffico e dalla commercializzazione di consistenti quantità di sostanza stupefacente “leggera” e “pesante”, acquistata per il tramite di trafficanti calabresi e albanesi dai paesi produttori e poi distribuita attraverso l’organizzazione di vere e proprie “piazze di spaccio” organizzate attraverso una vera e propria turnazione. Si comprende così come la prima causa di frizione e di scontri a fuoco tra i clan derivi proprio dai contrasti relativi alla gestione di tali “piazze” e degli ingenti guadagni che ne derivano.
Sono sempre meno frequenti gli scontri armati tra le diverse famiglie ma viene citata la faida avvenuta l’8 agosto 2020 con due morti e sette feriti, tra gli esponenti del clan Cappello e quello dei Cursoti Milanesi. Nel successivo procedimento giudiziario si è arrivati a numerose condanne pesanti grazie anche alla collaborazione con la giustizia di ben sei soggetti che hanno preso parte alla faida. Un accento importante viene fatto sulla permeabilità degli istituti di detenzione con la presenza, anche, dei telefonini, infatti:
“Nel corso del periodo oggetto di relazione si è altresì accentuato l’allarme per l’assoluta permeabilità degli istituti penitenziari rispetto alle comunicazioni tra detenuti e l’esterno, possibilità cui i detenuti, (ad eccezione di quelli sottoposti al regime detentivo speciale di cui all’art. 41 bis O.P. ma compresi quelli in Alta Sorveglianza) sembrano accedere con disarmante facilità grazie al reperimento di dispositivi elettronici che l’evoluzione tecnica rende sempre più piccoli e occultabili ed attraverso i quali i capi detenuti continuano a mantenere saldamente il controllo dei gruppi di appartenenza, intervenendo per la risoluzione di contrasti interni o esterni anche mediante call tra esponenti di associazioni detenuti in diversi carceri, impartendo ordini, siglando accordi con esponenti di altre organizzazioni anche stanziati su territori diversi nel settore del traffico di stupefacenti.”
Viene fatta anche una descrizione delle famiglie mafiose, e delle loro ramificazioni, e dei procedimenti giudiziari dell’anno in esame che li hanno coinvolti nei territori in cui la corte d’appello catanese ha giurisdizione e che comprende le città di Catania, Siracusa e Ragusa.




