Nell’intervista a Conto alla rovescia, il nostro direttore parla di testimoni di giustizia, Lea Garofalo, ambiente, sanità, giovani e sicurezza in Molise.
Il giornalista molisano Pasquale Damiani, ideatore e conduttore della trasmissione (molto seguita in Molise) Conto alla Rovescia, apre l’intervista con una raffica di domande nette, quelle che non ti lasciano scappare: chiede a De Chiara qual è il filo rosso dei suoi libri, dove lo Stato fallisce davvero con i testimoni di giustizia, cosa resta di Lea Garofalo tra retorica e oblio, e quali ferite (ambiente, sanità, sicurezza, giovani) il Molise continua a fingere di non vedere.
Testimoni di giustizia: quando lo Stato “gestisce” invece di proteggere
De Chiara torna su un punto che pesa come un macigno: i testimoni di giustizia sono pochi, pochissimi, e proprio per questo dovrebbero essere seguiti con una cura quasi chirurgica. Nel racconto, il cortocircuito è sempre lo stesso: la denuncia, il coraggio, però la protezione diventa un percorso ad ostacoli fatto di burocrazia, silenzi, risposte tardive, soluzioni che sembrano più un modo per “spostare” il problema che per risolverlo.
Lea Garofalo tra memoria e retorica: il rischio del santino
Alla domanda su cosa faccia più paura oggi, l’oblio o la retorica, De Chiara punta il dito contro il Paese “delle commemorazioni”: si diventa tutti Falcone e Borsellino per un giorno, poi si torna nelle proprie comodità. Ricorda anche una frase amara attribuita a Giovanni Falcone: per essere credibili bisogna essere ammazzati.
Non eroi, ma cittadini che hanno fatto fino in fondo il proprio dovere. E quando la memoria diventa abitudine, succede l’assurdo: la faccia di una vittima può finire perfino nel “merchandising”.
Certezza della pena e permessi: la linea dura sul caso Cosco
De Chiara entra nel tema dei permessi e delle uscite dal carcere legate ai condannati per l’omicidio di Lea Garofalo. Cita Carlo Cosco e Vito Cosco, e lega tutto a un concetto: in Italia manca la certezza della pena.
Una posizione netta: quando si parla di delitti mafiosi e responsabilità gravissime, il dibattito pubblico scivola spesso nelle “zone grigie” dove si fa propaganda invece di discutere seriamente di giustizia, rieducazione e diritti delle vittime.
“Il veleno del Molise”: emergenze ambientali e bonifiche fantasma
De Chiara ribadisce che, a distanza di anni, molti siti segnalati non sono mai stati bonificati. Una questione di salute pubblica, di credibilità delle istituzioni.
E la politica, nel suo racconto, si muove solo quando scoppia l’emergenza, per ritornare nell’immobilismo.
Sanità in Molise: il diritto alla cura trasformato in lotteria
Il capitolo sanità è forse quello più “quotidiano”, ultimamente: De Chiara parla di un sistema disastrato, denunciato da decenni, che oggi molti cittadini toccano finalmente con mano. La sua diagnosi è politica e amministrativa: il pubblico è stato indebolito mentre risorse e scelte hanno favorito una traiettoria che spinge verso il privato.
Non demonizza il privato ma ribalta la logica: l’imprenditoria privata investe se ne è capace, il pubblico decide dove rafforzare, assumere, potenziare. E se il pubblico non lo fa il prezzo è altissimo: viaggi della speranza, rinunce alle cure, famiglie che si arrangiano.
Sicurezza, minori e paura: quando una città si spegne alle 20
Nella parte finale entra la cronaca locale: rapine, minori coinvolti, commercianti esasperati, la richiesta di più controlli. De Chiara collega anche questo alla certezza della pena: va bene la presenza delle forze dell’ordine ma non basta. Servono regole chiare, interventi coerenti, prevenzione e responsabilità, senza scorciatoie narrative.
E non bisogna perdere tempo su argomenti e disposizioni governative – come la separazione delle carriere – che non risolvono i problemi della giustizia.
Giornalismo e territorio: libertà, solitudine e schiena dritta
Quando Damiani chiede quanto sia difficile fare inchieste in una comunità piccola, De Chiara risponde con un’immagine semplice: fotografare la realtà senza filtri, soprattutto senza quelli del potere politico ed economico. È qui che torna il tema dello spirito critico: informare significa mettere i cittadini in condizione di ragionare con la propria testa.
Il prezzo della libertà spesso è la solitudine. Ma è un prezzo che, dice, chi fa questo mestiere conosce dall’inizio: un bellissimo “mestieraccio” dove la schiena dritta è l’unico modo per farlo nel migliore dei modi.
Il messaggio nella bottiglia: memoria come strumento, non come rituale
In chiusura, parlando di progetti e visione, De Chiara richiama Pier Paolo Pasolini e l’idea di un Paese senza memoria. La memoria serve a non ripetere, a capire, a cambiare rotta.
Altrimenti si continua a parlare di ambiente, sanità, giovani, mafie… e ci si ritrova sempre allo stesso punto.





