Al Congresso del suo partito in Germania, Ursula von der Leyen ha affermato che la maggioranza dei cittadini europei sarebbe favorevole al riarmo. Un’affermazione forte, priva però di riscontri concreti, che rivela un orientamento preoccupante: la volontà, da parte delle élite politico-finanziarie e delle lobby dell’industria bellica, di trascinare l’Europa in un clima di tensione permanente, riducendo al silenzio ogni forma di dissenso.
Che sia proprio la Germania a guidare questa nuova corsa al riarmo, a quasi un secolo di distanza dalle tragedie del Novecento, è un segnale inquietante. Soprattutto se si considera il sacrificio immenso della Russia nella lotta contro il nazifascismo, con oltre 27 milioni di vittime. Rievocare oggi il pericolo di un’invasione russa – senza che esistano motivazioni concrete – appare come una strategia propagandistica per instillare paura e giustificare nuove spese militari.
La guerra in Ucraina non è nata dal nulla. Ha radici nel mancato rispetto degli accordi di Minsk, nel rifiuto di riconoscere un’autonomia amministrativa alle regioni russofone, e nella prospettiva dell’ingresso dell’Ucraina nella NATO. Gli Stati Uniti, che nel 1962 rischiarono la Terza Guerra Mondiale per impedire l’installazione di missili a Cuba, oggi sembrano non avere remore nel sostenere una guerra per procura, con lo scopo di interrompere i legami economici tra Russia ed Europa, rendere il nostro continente più dipendente da Washington e incrementare la vendita di armamenti, molti dei quali a stelle e strisce.
L’Europa, nel frattempo, viene spinta verso un’economia di guerra. Il terrorismo psicologico alimentato dai media serve a preparare le popolazioni a una “normalità” fatta di spese militari, tagli al welfare, militarizzazione del pensiero.
Per questo il referendum dell’8 e 9 giugno in Italia assume un valore che va oltre i confini nazionali. Non si tratta solo di affermare diritti sociali fondamentali – già di per sé un obiettivo cruciale – ma anche di lanciare un messaggio forte contro le politiche distruttive dell’Unione Europea.
Un’affluenza massiccia alle urne – almeno 25 milioni di cittadini – può rappresentare un segnale chiaro: gli italiani non ci stanno. E da questo segnale può partire un effetto domino in grado di scuotere anche gli altri popoli europei.
Non lasciamoci sfuggire questa occasione. Diciamo sì al referendum, sì alla pace, sì a un’Europa dei diritti, non dei carri armati.
Seguiamo, senza ipocrisie, il cammino indicato da Papa Francesco: disarmo, dialogo, diplomazia.





