L’Ulivo nato da una “folgorazione” durante la messa, la saga del Signore degli Anelli portata in politica da Giorgia Meloni, l’invenzione del Dio Po di Umberto Bossi. Questi e altri sono i riti e i simboli svelati nel libro “Politica nuda” di Alberto Ferrarese (Edizioni Altravista), un saggio antropologico alla scoperta dei meccanismi del potere.
Dall’investitura dei capi tribali alle cerimonie di incoronazione dei re d’Inghilterra, fino alla segretezza che circonda l’ascesa dell’imperatore del Giappone, il volume esplora il ruolo della ritualità e della simbolizzazione nella costruzione della legittimità politica, attraversando secoli di storia e casi emblematici. Seguendo un approccio che intreccia sociologia, antropologia e comunicazione politica, l’autore mostra come il potere non si fondi soltanto su leggi e istituzioni, ma anche su miti, immagini, credenze e riti collettivi.
E quanto sia impossibile trovare nella realtà dei fatti la politica vera.
La politica vera si fonda sulla parità delle persone, confida nel dialogo, nell’esempio, nella contrattazione, nella tolleranza. La politica vera cerca il modo di far convivere persone di diverso pensiero, diversa estrazione, diversa fede, diversa specie, diverso genere attraverso la fiducia, il ragionamento e la comprensione reciproca.
Nella sua accezione autentica, far politica dovrebbe significare prendersi cura del bene comune, favorendo la convivenza in spazi di incontro e dialogo tra diverse culture, opinioni e sessi. Nella consapevolezza che dove c’è convivenza c’è diversità, la politica, nella sua accezione autentica, è strumento di conciliazione delle diversità.
Per chi crede solo nella legge della forza e nella distruzione di chi non appartiene alla stessa fede o divisa, la politica vera è solo una affermazione demagogica della politica del tornaconto.
Nel libro un grande spazio è dedicato alla politica italiana degli ultimi anni, attraverso la voce di alcuni dei suoi protagonisti. Arturo Parisi ricorda la genesi dell’Ulivo, che “nacque mentre a Bologna ero a messa a San Petronio”. Roberto Calderoli, protagonista della nascita della Lega, racconta come dalla mente di Umberto Bossi siano nati l’ampolla del Po e il raduno di Pontida:
“Non di rado mi chiamava in piena notte per comunicarmi qualche nuova idea, tanto che avevo preso l’abitudine di dormire con penna e taccuino sul comodino perché così al mattino mi ricordavo cosa mi aveva detto”.
E c’è naturalmente l’età del berlusconismo, dal discorso della discesa in campo alla “professione di fede” nei comizi, fino al “discorso della resurrezione”. Tutti esempi di un culto della persona che il Cavaliere ha creato e alimentato dagli esordi fino agli ultimi giorni di vita. Un modo di fare politica, tra comunicazione, marketing, rottura degli schemi, scandali personali e successi pubblici, che ha in qualche modo cambiato per sempre la politica italiana.
Con il primo governo Berlusconi, i cittadini avevano imparato a conoscere Giorgia Meloni, allora ministra della Gioventù, oggi da “underdog” (sua definizione) diventata la prima donna presidente del Consiglio. Dagli esordi nel quartiere “rosso” della Garbatella alla scelta di recuperare la tradizione identitaria della destra italiana, la Meloni ha creato un partito che dal nulla è arrivato a rappresentare – oggi – quasi il 30% degli elettori.
Tra esaltazione del Patriottismo, della Nazione (sì, sempre tutto con la maiuscola) e il motto “Dio, Patria e famiglia”, tutto condito dalle citazioni di Tolkien, l’autore disegna un quadro del melonismo, un fenomeno politico e simbolico che mescola mitologia, retorica e culto dell’identità.
C’è poi la tecno-religione del Movimento 5 Stelle, una “setta” (almeno alle origini) per i detrattori, ma sicuramente un modello particolare di formazione politica creato dall’Elevato Beppe Grillo e dal “guru” Gianroberto Casaleggio. Dall’intransigenza delle origini – che l’ha portato al successo – il Movimento ha seguito il percorso classico delle formazioni anti-sistema, istituzionalizzandosi ma al contempo perdendo gran parte del suo appeal elettorale. Una trasformazione raccontata, nel volume, da Luigi Di Maio:
“Il Movimento i suoi riti – dice tra l’altro nell’intervista – li ha dovuti creare per compensare l’assenza di una struttura di partito, sempre ideologicamente respinta”.
L’autore esamina poi i simboli e i riti del renzismo, movimento che ha un suo tempio, la Stazione Leopolda, una divisa (la camicia bianca), una sua liturgia che mescola boy scout e De Gasperi, Berlinguer e Pep Guardiola, La Pira e Obama. Roberto Giachetti racconta invece la figura di Marco Pannella, divenuta iconica nella politica italiana, scuola ed esempio per diverse generazioni.
Infine, i “segreti” del cerimoniale, dal magazzino dei regali e quello delle bandiere a Palazzo Chigi, alle gaffe internazionali dei premier, dall’invenzione della cerimonia della campanella fino al “freddo” Mario Draghi, che al G20 si rifiutò di lanciare la monetina nella Fontana di Trevi. Elementi rituali fondamentali, soprattutto negli incontri internazionali, in cui è necessario creare empatia, come spiega il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
L’autore
Alberto Ferrarese, laureato in Scienze politiche all’Università di Firenze e in Sociologia alla Sapienza di Roma, è giornalista politico dell’agenzia Askanews, per la quale segue la Presidenza del Consiglio. Ha scritto per La Stampa, Il Sole 24 Ore, Il Secolo XIX e L’Unità. Ha già pubblicato i saggi Matteo il Conquistatore (Giunti), Il codice Salimbeni (Cantagalli) e il romanzo Il cucciolo del presidente (Galassia Arte).




