Una denuncia netta. Nell’intervista rilasciata a WordNews.it, l’avvocato Guarnera affronta il tema dei collaboratori di giustizia e dei testimoni di giustizia, ricostruendo il progressivo indebolimento delle tutele previste dallo Stato. Guarnera parte dalla legge del 1991, nata anche sulla spinta del lavoro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che riconosceva il ruolo decisivo dei collaboratori nella lotta alle mafie. Quella stagione, secondo l’avvocato, segnò una maggiore attenzione istituzionale: protezione, sostegno economico, casa, assistenza alle famiglie e ai figli minori costretti a cambiare vita.
Poi arriva la svolta del 2001. Una riforma che, per Guarnera, ha reso più difficile il percorso dei collaboratori, introducendo limiti più rigidi alle dichiarazioni e nuove restrizioni sulla detenzione domiciliare.
Il nodo è politico. Per Guarnera, uno Stato davvero intenzionato a combattere le mafie dovrebbe rafforzare gli strumenti investigativi e premiali. Invece, proprio quando la mafia si sposta nella zona grigia, tra colletti bianchi, imprenditoria, professioni, riciclaggio e politica corrotta, il sistema sembra frenare.
Durissimo anche il giudizio sulla Commissione Antimafia, accusata di non voler affrontare fino in fondo i grandi nodi irrisolti delle stragi. Falcone, Borsellino, Piersanti Mattarella e tante altre vittime non possono essere ridotti, secondo Guarnera, alla sola mano esecutiva di Cosa Nostra.
L’intervista diventa una riflessione amara sul Paese: sulla corruzione, sull’indifferenza, sulla mancanza di ricambio della classe dirigente.
39 articoli, zero risposte: Colosimo celebra, i Testimoni di Giustizia aspettano





