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“30 minuti con…” Mauro Esposito: la denuncia contro la ’ndrangheta che opera al Nord

Da Caselle Torinese ai tribunali, dall’operazione “San Michele” alle umiliazioni burocratiche: il racconto di un testimone di giustizia che ha denunciato la ’ndrangheta in Piemonte e oggi paga il prezzo altissimo della sua scelta. In studio il direttore Paolo De Chiara e il collaboratore di WordNews.it Antonino Schilirò.

by Redazione Web
10 Dicembre 2025
in 30 minuti con...
Reading Time: 10 mins read
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“Lo Stato promette e poi ti tradisce”: a “30 minuti con…” Mauro Esposito smaschera la ’ndrangheta che comanda al Nord

La ’ndrangheta al Nord non è un’invasione: è radicamento

L’ottava puntata della seconda stagione di “30 minuti con…” si apre così: dati, nomi, sentenze, operazioni giudiziarie. Nessuna retorica, nessun folklore. Paolo De Chiara legge i passaggi più duri della relazione DIA 2024 sul Piemonte: locali di ’ndrangheta, riciclaggio nei settori turistico-alberghiero, ristorazione, edilizia, autostrade, demolizioni, metalli, traffico di droga.

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Un quadro chiaro: il Piemonte è un pezzo pieno del sistema mafioso. E la ’ndrangheta, “l’organizzazione criminale più forte al mondo”, agisce sotto traccia, lontano dai riflettori, cercando commistioni con istituzioni locali, professioni, imprenditoria.

A ricordarlo, numeri e operazioni: Minotauro, Carminius–Bella Vita, Platinum, Cagliostro, Last Banner, Samba, Car Wash, San Michele. E proprio da San Michele passa la vita spezzata, ma non piegata, dell’ospite di questa puntata.

In studio, come in tutte le puntate di questa stagione, c’è anche il collaboratore di WordNews.it, Antonino Schilirò.

Mauro Esposito si definisce con ironia amara:

«Nel mio ambiente mi consideravano un cretino, perché rifiutavo varianti milionarie che avrebbero fatto guadagnare tutti».

È titolare di una società di ingegneria e costruzioni. L’inizio della sua storia è apparentemente normale: una banca torinese affida alla sua società il progetto di un complesso immobiliare da circa 9-10 milioni di euro. La costruzione viene appaltata a una società neocostituita, riconducibile – si scoprirà – a un esponente della ’ndrangheta legato alla locale di Volpiano e alla ’ndrina di San Mauro Marchesato.

Da subito qualcosa non torna: l’appalto da 9 milioni deve magicamente diventare da 11. Varianti gonfiate, costi che non stanno in piedi. Mauro, da direttore dei lavori, fa ciò che dovrebbe fare qualsiasi professionista serio: si oppone. È lì che la facciata di “normale affare immobiliare” crolla. L’impresario, “boss” ostentato, ricco, arrogante, passa alle minacce: contro di lui, contro la famiglia, contro la segretaria.

«Tu non sai chi c’è dietro di me. Dovevi prenderti i 50mila euro e toglierti dai coglioni».

dice l’imprenditore, come ricorda Esposito in trasmissione. In parallelo, le intercettazioni svelano la richiesta di “un lavoretto” a soggetti di primo piano della ’ndrina di San Mauro Marchesato: qualcuno da mandare a “punire” Mauro Esposito.

Operazione “San Michele”: quando una denuncia brucia miliardi (e ti rovina la vita)

Da quel rifiuto parte la strada del testimone di giustizia. Esposito denuncia, parla con i Carabinieri, mette a disposizione documenti, conti, dinamiche. Da quell’attività nasce l’operazione “San Michele”, che colpisce il locale di Volpiano, la ’ndrina di San Mauro Marchesato, i rapporti con la banca, il riciclaggio di capitali in Svizzera e a Montecarlo. Nel frattempo però, mentre la macchina giudiziaria si muove, la macchina civile lo schiaccia:

«Ho speso più di 500mila euro in legali per ottenere 150mila euro di risarcimento per i danni personali. L’azienda, che ha subito milioni di danni, non ha mai visto un euro».

racconta davanti alle telecamere di WordNews.it.

Testimone di giustizia, non collaboratore: la differenza che lo Stato finge di non vedere

All’inizio della puntata Paolo De Chiara lo chiarisce con forza:

i collaboratori di giustizia vengono dalla criminalità organizzata e decidono di parlare per convenienza o per scelta; i testimoni di giustizia sono cittadini puliti, persone che non hanno mai fatto parte dei clan e che decidono di denunciare ciò che subiscono o che vedono.

Mauro Esposito appartiene al secondo gruppo. Eppure, rispetto ai collaboratori, le tutele sono infinitamente inferiori. Lo racconta senza giri di parole: programmi di protezione pieni di burocrazia e umiliazioni; sospensioni fiscali previste dalla legge 44/99 che non vengono rispettate; Agenzia delle Entrate che prima pignora i conti e poi chiede l’IVA che essa stessa ha bloccato; enti previdenziali che ignorano il contesto e si comportano come se nulla fosse; provvedimenti ministeriali che mettono in discussione addirittura la sua “integrità morale” per una condanna minore e un processo farsesco.

Lo Stato che tradisce i suoi testimoni

Per capire l’assurdità del meccanismo, Esposito porta un esempio lampante sulla legge 44/99, quella che dovrebbe sostenere le vittime di usura, estorsione e mafia: la legge prevede sospensione di tasse e mutui per tre anni; entro 90 giorni dallo scadere del triennio, lo Stato dovrebbe risarcire i danni; solo dopo, il cittadino dovrebbe restituire quanto sospeso.

Nella realtà succede il contrario: dopo tre anni arriva l’Agenzia delle Entrate a battere cassa, mentre i risarcimenti non arrivano quasi mai. Esposito ricorda un ordine del giorno votato all’unanimità in Parlamento per modificare la norma (restituire solo dopo aver ricevuto il risarcimento) e bocciato con una motivazione che definire assurda è poco: bisognava prevedere una “copertura” perché, siccome lo Stato non paga, è come se avesse rinunciato a riscuotere il dovuto.

«Io devo un milione di euro allo Stato e lo Stato mi deve cinque milioni di danni. Ho proposto di chiudere alla pari. Nemmeno questo accettano. Preferiscono continuare a torturarti».

dice Esposito.

La solitudine dei testimoni: “Denunciare è obbligatorio, ma la vita peggiora”

A un certo punto, una frase di Mauro – pronunciata anni fa – viene ripresa da Antonino Schilirò:

«Lo Stato promette e poi ti tradisce: se potessi, direi a chi subisce di provare prima a trattare con i mafiosi, perché loro l’accordo spesso lo rispettano, lo Stato no».

Parole durissime, che Esposito spiega così: erano provocatorie, dette in un momento di rabbia. Ma il senso di fondo resta: denunciare è l’unica strada, ma chi lo fa deve sapere che la propria vita non migliorerà, serviranno forza economica e psicologica per reggere processi, cause civili, attacchi e che bisognerà affrontare anche il pregiudizio sociale: i sospetti, le maldicenze, i “chissà prima cosa facevi”.

Nonostante tutto, Esposito continua a denunciare, accompagna altre persone dai Carabinieri, costruisce rete con altri testimoni di giustizia.

Tutor, sportello unico, divieto di avvicinamento: le proposte per non far morire i testimoni

La puntata entra nel vivo politico quando De Chiara richiama la storica relazione dell’on. Angela Napoli sui testimoni di giustizia. L’ex vicepresidente della Commissione Antimafia, oggi “madrina” del Premio Nazionale Lea Garofalo, ha rilanciato proprio durante la trasmissione una proposta semplice e rivoluzionaria: un tutor per ogni testimone di giustizia. Mauro Esposito sposa in pieno l’idea e la declina così: Sportello unico antimafia, uno snodo che prenda in carico la vittima; Tutor dedicato, una figura competente, stabile, in prefettura; Divieto di avvicinamento a vita per i mafiosi condannati grazie alla denuncia.

Commissione Antimafia assente, ma i riflettori di WordNews.it restano accesi

Nel finale di puntata, Paolo De Chiara e Antonino Schilirò tornano sulla Commissione parlamentare Antimafia, oggi presieduta da Chiara Colosimo. Molti testimoni di giustizia – ricorda De Chiara – hanno denunciato di non essere stati ricevuti o ascoltati dall’attuale Commissione. Un’assenza pesante, se si pensa che proprio i testimoni dovrebbero essere il patrimonio più prezioso di un Paese che dice di voler combattere le mafie.

Mauro Esposito racconta di richieste informali di audizione e promesse mai trasformate in una data concreta. La speranza, dice, è ancora viva, ma il tempo passa e i problemi restano.

“Denunciare è obbligatorio, ma non basta: serve una rete viva”

La puntata si chiude con un doppio appello.

Quello di Mauro Esposito:

«Denunciare è obbligatorio. Non c’è una seconda strada. Ma non raccontate alle persone che dopo andrà tutto meglio. Bisogna dire la verità: la strada è in salita, in contropendenza, e servono gambe forti. Quello che manca è una rete forte, una comunità che non ti lasci solo».

E quello di Paolo De Chiara. Continueremo a parlare di mafie al Nord, a raccontare le storie di chi denuncia, a mettere in discussione una narrazione ipocrita che celebra “borse e teche” della memoria, ma lascia irrisolti i nodi di Via d’Amelio, Piazza Fontana, Pasolini, Attilio Manca.

Perché il punto è semplice: se Mauro Esposito (con competenze, relazioni, forza economica) viene trattato così, cosa succede a chi non ha nulla?

Finché queste domande resteranno senza risposta, le puntate di “30 minuti con…” e gli articoli di WordNews.it non saranno mero racconto: saranno un atto di resistenza civile, un modo di dire alla ’ndrangheta e allo Stato distratto che c’è ancora qualcuno disposto a metterci la faccia.


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