Siamo ormai nel pieno del nuovo anno, la routine quotidiana ha preso il sopravvento e le settimane di vacanze e ferie sono solo un ricordo. Ma non per tutti. Perché in questo Paese, così come ad ogni latitudine del globo, ci sono persone che vacanze, ferie, riposo e umanità non hanno la possibilità di conoscerlo. Vivono inferni ripetuti e quotidiani, vite segnate e ferite da violenze e abusi di ogni tipo.
Il web ha dato infinite autostrade alla rappresentazione e alla criminale compravendita di immagini e foto di abusi e violenze di ogni tipo, anche contro minori, anche contro bambini piccolissimi, persino neonati.
Esistono le reti pedocriminali, esistono le pedomafie. E poi esiste un sottobosco di violenze, anche se non soprattutto familiari, casalinghe, slegate da ogni circuito criminale ma che comunque finiscono anche in Rete.
Esiste poi la terribile piaga delle violenze maschili contro le donne, degli abusi sessuali e dei femminicidi.
In queste ultime settimane sono avvenute alcune vicende che si legano a tutto questo. Vicende che spalancano le porte all’orrore. E ci dimostrano, ancora una volta, quanto il grido delle vittime, la sofferenza dei più deboli, troppo spesso non viene ascoltato, quanto ottenere giustizia è un percorso arduo, irto di ostacoli, che non sempre si conclude come dovrebbe.
Ha sconvolto il femminicidio di Aurora Livoli a Milano. La ragazza è stata strangolata mentre veniva violentata, ripetutamente abusata dal suo carnefice. Che ha affermato di non essersi accorta che fosse morta, pensava stesse dormendo. Durante le indagini sono emerse alcune circostanze sulla vita dell’omicida reo confesso, Emilio Gabriel Valdez Velazco. Poche ore prima, ha reso noto sempre il quotidiano, un’altra ragazza è stata aggredita dal peruviano che aveva tentato di stuprarla: «Mi voleva uccidere. Prima ha cercato di spingermi sui binari della metropolitana, ma io ho puntato i piedi e ho resistito. Poi mi ha trascinato in un posto isolato – la testimonianza della ragazza – Mi ha trascinato verso le scale, abbiamo raggiunto il piano sottostante. La porta era chiusa e mi ha fatto sedere a terra. In spagnolo mi ripeteva: ‘Adesso ti ammazzo, ti spezzo il collo’. A un certo punto, stringendomi sempre più forte con le mani, ho avuto un cedimento e mi si è annebbiata la vista» ma è riuscita a divincolarsi, a gridare aiuto e fuggire.
«Aveva una sfilza di precedenti» ha sottolineato Il Messaggero lo scorso 8 gennaio. Tra questi «una condanna a cinque anni inflitta in abbreviato (scontata in gran parte con l’affidamento in prova ai servizi sociali) per una violenza sessuale commessa a ottobre 2019». Ma, ha reso noto la gip Nora Lisa Passoni, risultava incensurato perché il suo casellario giudiziario non era stato aggiornato. Un mancato aggiornamento che ha permesso fosse ancora a piede libero nonostante la denuncia di stupro presentata da una ragazza di Cologno Monzese a giugno 2025. E quindi aver potuto incrociare prima Camilla e poi Aurora, uccidendola.
A Ventimiglia una donna si è buttata dal balcone per sfuggire all’aggressione del marito. Dopo il gesto la donna è stata ricoverata in ospedale, rischia la vita per le gravi condizioni in cui vi è giunta. In quelle ore il gip di Imperia Massimiliano Botti ha deciso che il reato da contestare all’uomo non è il tentato femminicidio, oggi reato autonomo previsto nel codice penale. La donna si prostituiva e, quindi, il reato va derubricato secondo il magistrato. «Questa decisione è emblematica dell’ignoranza e della permanenza di molti stereotipi anche nella mentalità di alcuni operatori di giustizia che, ancora oggi, non sanno riconoscere la violenza maschile contro le donne – denuncia Cristina Carelli, presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza – Se si pensa ancora che una qualsiasi scelta della donna possa giustificare un’aggressione significa che dobbiamo ripartire dal fare chiarezza sull’origine della violenza: è proprio questo modo di pensare e giudicare l’esperienza delle donne che la alimenta».
Un padre ha violentato il figlio neonato e poi ha pubblicato il video su TikTok, il tribunale di Bolzano lo ha condannato a 10 anni ma il processo per violenza sessuale e pedopornografia è da rifare: la Corte di Cassazione ha evidenziato che è stato sbagliato il collegio giudicante e quindi ha accolto il ricorso del difensore del genitore e ha annullato con rinvio la condanna. «Una sentenza della suprema corte, infatti, ha stabilito che l’organo competente, per i casi di violenza sessuale aggravata dal fatto che la vittima abbia meno di dieci anni, sia la Corte d’assise, anziché il tribunale in composizione collegiale. In questo caso, il piccolo aveva solo qualche mese di vita» ha riportato Il Messaggero lo scorso 7 gennaio.
L’età minima in Italia per il consenso a rapporti sessuali è 14 anni, 13 se con persona che ha meno di 3 anni in più della persona minore. Eppure a Brescia un 29enne bengalese è stato condannato a 5 anni, una bambina di 10 anni è rimasta incinta e poi sottoposta ad un aborto per colpa sua. Ma la condanna a 5 anni è arrivata dopo la derubricazione del reato da «violenza sessuale aggravata ai danni di un minore» a «atti sessuali con un minore». La gup del Tribunale di Brescia ha accolto la tesi difensiva che non ci sarebbe stata nessuna violenza e addirittura la bambina era consenziente. In Europa c’è chi sostiene che la pedofilia sarebbe amore, che anche i bambini hanno una sessualità da esprimere, che non sono i pedofili i cattivi ma chi combatte la pedofilia, abbiamo già avuto una sentenza della suprema corte secondo cui esiste una pedopornografia di «minore entità». E ora questo provvedimento a Brescia.
Pedopornografia, abusi contro l’infanzia, stupri di neonati. Sono denunce che don Fortunato Di Noto e Meter portano avanti, come ben conoscono i nostri lettori, da oltre trent’anni. Il sacerdote anti pedofilia e la sua associazione sono stati tra i primi a prendere posizione, già lo scorso 3 gennaio, sulla vicenda del padre che ha percosso con un cucchiaio di legno il figlio di 11 anni insultandolo e urlandogli «io sono il tuo padrone».
Questo il comunicato stampa dell’associazione.
È stato arrestato l’uomo ritenuto responsabile delle gravi violenze ai danni di un minore, riprese in un video diffuso online, nel quale il bambino viene ripetutamente percosso con un cucchiaio di legno.
È indubbio che la diffusione del materiale abbia consentito un rapido intervento delle autorità competenti, permettendo di interrompere una situazione di grave pericolo e di avviare le necessarie azioni di tutela nei confronti del bambino.
Tuttavia, Meter ritiene doveroso ribadire che la circolazione integrale delle immagini, senza alcuna tutela dell’identità del minore, ha esposto il bambino a una ulteriore e inaccettabile lesione della sua dignità, configurando una forma di vittimizzazione secondaria.
L’oscuramento del volto e degli elementi identificativi avrebbe dovuto essere garantito, nel rispetto dei diritti fondamentali del minore.
In qualità di Trusted Flagger, Meter ha attivato il canale prioritario di segnalazione verso Meta, chiedendo la rimozione immediata di tutti i video e delle ripubblicazioni che continuano a diffondere le immagini delle violenze, nel pieno rispetto della normativa vigente e della tutela rafforzata dei minori.
La protezione dell’infanzia non può mai essere subordinata alla logica della condivisione o della visibilità personale.
Un minore va salvato, non esposto.
L’Associazione Meter accoglie con attenzione l’intervento delle forze dell’ordine e dell’autorità giudiziaria, auspicando che il minore sia ora pienamente tutelato e non venga lasciato solo nel delicato percorso di protezione e recupero.
Il padre catanese era stato arrestato ma il gip, Luigi Barone, lo ha successivamente scarcerato. Motivazione l’accusa di maltrattamento aggravato non sarebbe supportata da prove che ne dimostrino la gravità esistendo solo il video su TikTok. Il magistrato cita nel provvedimento precedenti riportati dal ragazzino, in alcuni casi il ragazzo ha raccontato di aver subito schiaffi e che il padre gli ha detto che lui è il suo comandante e gli deve obbedienza. A supporto anche dichiarazioni della madre, che ha chiamato il giorno in cui il ragazzino è stato percosso col cucchiaio di legno perché l’11enne venisse punito, secondo cui il bambino sarebbe «ingestibile». E quindi giù botte, percosse, insulti. Ma per il gip non ci sarebbero prove della violenza in famiglia, del maltrattamento.
Benvenuti nel 2026, un nuovo anno in cui le vittime non sono ascoltate, il grido di dolore e sofferenza è soffocato, in cui la burocrazia giudiziaria e gli errori favoriscono i carnefici. In passato c’è chi ha sostenuto che la pedofilia è amore o che i pedofili non esistono ma sono scostumati e si offrono i bambini, che non esistono maschi violenti ma donne che li esasperano o che se la cercano.
«Tua mamma è scema, non capisce nulla» «La testa nel bagno ti metto prima o poi» «Ha rotto, poi si lamentano dei femminicidi» «Se uno è arrivato a quel punto un motivo ci sarà, sta esasperato, non è che gli uomini sono matti, la televisione e la politica hanno stufato». Franca, dopo anni di botte, occhi neri, lividi, urla, insulti, si è ribellata e ha allontanato l’ex dalla casa comune. Ha dei figli piccoli e, dopo quella che ha considerato una ribellione al suo potere di padre-marito-padrone, lui con insulti irriferibili e frasi come queste ogni giorno parla tenta di denigrarla con i figli. E ogni giorno, ogni occasione in cui si incrociano lui continua ad urlare insulti di ogni tipo contro lei, la sua famiglia e gli amici di lei.
Sono testimonianze che abbiamo riportato lo scorso 14 dicembre. Testimonianze di mobili di casa distrutti, di oggetti scagliati, di occhi neri ed ematomi continui sul corpo di una donna e di figli piccolissimi, di insulti volgari della peggior specie, a sfondo sessuale e non solo, di un inferno che miete vittime e segna vite in maniera terribile, drammatica, disumana, violenta, che distrugge e sta distruggendo persone. Inferni come questi portano alle estreme conseguenze, a persone morte ammazzate o che si sono uccise, a vite che diventano solo una larva di sopravvivenza dal peso che schiaccia sempre più, a occhi che non hanno più lacrime, a corpi e menti che si sono ammalate mentre il “padrone” continua a urlare, picchiare, colpire con le parole, le mani e anche i piedi nel profondo. Ma tutto è sempre più normalizzato, legittimato, da una società e una giustizia che non potrebbe essere chiamata tale neanche per convenzione linguistica in una società normale e degna di essere vissuta. Ma lo è questa? Il dubbio appare diventare sempre più certezza che non può esserla.



