Lucio Luca. Sei arrivato secondo nella sezione letteraria della II Edizione del Premio Nazionale Letterario e Giornalistico Pier Paolo Pasolini. Un tuo pensiero su questo premio e ti aspettavi questa posizione?
“Non mi aspettavo nemmeno di essere selezionato tra i finalisti, quello è stato già un grande onore per me. Perché partecipare alla serata finale di un premio intitolato al più grande intellettuale italiano del Novecento è un riconoscimento che mi porterò sempre dentro. Poi chiudere al secondo posto dietro a un grande collega come Stefano Tamburini è stata la ciliegina sulla torta. E’ un premio giovane, appena alla seconda edizione, ma destinato a diventare un appuntamento rilevante nel panorama giornalistico italiano. Spero di partecipare ancora”
Sei arrivato secondo con il tuo libro “L’ultima spiaggia” per Aliberti. Cosa è successo quella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1976 ad Alcamo Marina?
“Una strage dimenticata, quella di due giovani carabinieri colpiti a freddo nella loro caserma, in una borgata marinara che in quei giorni d’inverno era totalmente isolata. Due vittime innocenti che non erano impegnate in indagini contro la criminalità e che forse si sono trovate nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Qualcuno ha voluto chiudere le indagini in un paio di settimane – coinvolgendo quattro innocenti – probabilmente per insabbiarle. Perché dietro c’era qualcosa di indicibile che era meglio tenere all’oscuro”.

Perché questa strage non viene ricordata nel dibattito pubblico?
“Perché, come ho detto prima, era meglio per tanti mantenere un profilo basso su questo episodio. C’erano quattro colpevoli, seppur assai poco credibili come commando criminale, perché cercare un’altra verità? E per 36 anni ci si è accontentati della versione ufficiale, prima che quei quattro fossero del tutto scagionati. Per Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, i due carabinieri assassinati, però non ci sarà alcuna giustizia”
Quale è stata la vicenda giudiziaria per arrivare alla verità su questa strage?
“Purtroppo la verità non la conosciamo. Almeno la verità giudiziaria. C’è stato un iter lunghissimo, undici processi, per arrivare a una sentenza definitiva: nessun colpevole. Dopo di che, nel libro si indica una strada, un percorso che lega cinquant’anni di misteri italiani maturati nel medesimo contesto. Però, se mi permetti la citazione che ha molto a che fare con il premio Pasolini, probabilmente sappiamo. Ma non abbiamo le prove…”
Stiamo parlando di una zona particolare e nel tuo libro ricostruisci alcune delle vicende che la caratterizzano. Ce li vuoi elencare brevemente?
“Siamo ad Alcamo, nella provincia di Trapani che da sempre rappresenta un coagulo di interessi: dalla massoneria alla politica più compromessa, dalla mafia all’eversione nera. Negli anni della strage, Trapani era anche la capitale di Gladio nel mezzogiorno d’Italia. Ecco, questo è il contesto nel quale matura una strage della quale nessuno si ricorda più. Ho scritto questo libro anche per omaggiare due carabinieri rimasti fuori dal Pantheon delle vittime di mafia. Anche perché probabilmente la mafia, in questo caso, ci entra poco o nulla. E questa è già una notizia, visto che ci troviamo in uno dei territori a più alta densità mafiosa della Sicilia”
Cosa ci manca sapere, ancora oggi, su tutto ciò?
“Direi tutto. Il movente, cosa è successo prima della strage, cosa c’è dietro questo depistaggio di Stato. Perché questo è successo: pezzi dello Stato hanno torturato quattro malcapitati per estorcere delle confessioni e non allargare il campo delle indagini. Sono passati cinquant’anni, la verità secondo me è nelle carte. Quelle pubbliche, certo, ma anche e soprattutto in quelle che sono rimaste sepolte nei cassetti dei Servizi segreti. Magari se qualcuno avesse voglia di riaprirli quei cassetti, potremmo dare una risposta alle famiglia delle vittime che chiedono giustizia. Non credo che questo avverrà mai, ma manteniamo un briciolo di speranza”





