Nella 13ª puntata di “30 minuti con…” Giovanni Impastato smonta la retorica: la mafia non è sconfitta, è cambiata ed è dentro lo Stato. Depistaggi, memoria viva, disobbedienza civile e antimafia senza ipocrisie.
“Non è una puntata commemorativa. Non è un anniversario. Non è un rito”. La 13ª puntata di “30 minuti con…” (21 gennaio 2026) si apre senza cerimonie. E con una frase: “Le mafie sono una montagna di merda”. Un avviso: non si celebra.
Giovanni Impastato parla di mafie, di complicità, di silenzi istituzionali e di quell’informazione “addomesticata” che ama i funerali e detesta le domande.
“Cosa Nostra è stata sconfitta”
Quando viene citata la frase di un magistrato (“finalmente lo Stato ha vinto perché Cosa Nostra è stata sconfitta”), Giovanni Impastato non la prende come un’opinione: la prende come un problema pubblico.
“Detto da un giudice… mi preoccupa tantissimo. La mafia non è stata sconfitta affatto”.
Dichiarare vittoria significa abbassare le difese. La mafia oggi è più pericolosa proprio perché è meno teatrale.
Sconfitta la mafia? No, Procuratore: questa è una favola pericolosa
“La mafia è dentro lo Stato”
“La mafia non è affatto un anti-Stato. “La mafia è dentro lo Stato, nel cuore dello Stato”.
Grandi opere, appalti, gestione del denaro pubblico, rapporti con la politica. È la fotografia di una mafia sommersa: non meno violenta, più integrata. Non fa più la guerra in strada: fa affari, costruisce reti, compra silenzi. E quando serve si ricorda di essere feroce.
Il trucco degli “eroi” e l’Italia delle commemorazioni
La puntata mette un dito in una ferita che sanguina: trasformiamo persone in statue e poi ci assolviamo. Un giorno tutti “Falcone”, “Borsellino”, “Impastato”. Il giorno dopo, tutti distratti. Tutti schifosi.
Giovanni Impastato non rifiuta la memoria, rifiuta la comodità.
“Le commemorazioni vanno fatte… ma non dobbiamo fermarci lì. Più che eroi, punti di riferimento”.
Perché il mito, dice, può diventare una trappola psicologica: se lo fai “irraggiungibile”, la gente si emoziona e resta a casa. E invece la memoria, se è vera, pretende seguito.
Felicia Impastato: una donna dignitosa e coraggiosa
Quando si parla di Felicia Impastato, cambiano i toni.
“Buttò fuori i mafiosi da casa: ‘Io non voglio vendette, voglio giustizia’”.
Felicia è raccontata come una donna che attraversa due stagioni: dentro un mondo in cui la mafia “non si nominava”, poi la scelta netta, impensabile per quegli anni: stare dalla parte del figlio e della legalità. E c’è l’immagine finale: nell’aula bunker, Felicia indica il monitor con Badalamenti e pronuncia una frase senza odio.
“’Sei stato tu ad uccidere mio figlio’. Niente urla, niente insulti. Solo verità. E proprio per questo, una sconfitta morale per il mafioso”.
In mezzo a parole pesanti, arriva anche una prova concreta che la lotta è gestione, presenza, lavoro quotidiano.
Giovanni Impastato lo dice chiaro: nella casa del boss Badalamenti oggi non ci sono gli eredi dei Badalamenti. C’è Casa Memoria. Questo è un pezzo di vittoria reale. E fa un altro collegamento: il passaggio del testimone. Se una storia non passa di mano, muore e diventa celebrazione. Se passa, resta viva e diventa impegno.
Antimafia oggi: sempre emergenza, quasi mai prevenzione
Qui Giovanni Impastato affonda: la lotta istituzionale, dice, spesso scatta dopo il sangue. Leggi importanti arrivate tardi, sull’onda di omicidi eccellenti. E la prevenzione resta una parola dimenticata.
“Servono riforme serie: carceri, giustizia, strumenti sociali nei territori”.
E la stoccata finale è devastante per “i fascisti al Governo”: se vuoi sicurezza, fai funzionare scuole, servizi, presidi sociali, sanità, pronto soccorso. Il resto è scenografia.
Depistaggi: “abbiamo dovuto contrastare questo marciume”
“Siamo stati appestati, isolati. Depistaggi da parte delle istituzioni”.
Si può ribaltare la narrazione ufficiale. Ma costa.
“Umiltà, pazienza, coraggio… e razionalità”.
Bisogna dimostrare, documentare, resistere. Giorno dopo giorno. E non aspettarsi applausi.
Antifascismo, istituzioni e la foto che brucia
Nella parte finale entra il tema che negli ultimi mesi ha fatto discutere: la foto della presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo con Luigi Ciavardini (terrorista nero, esecutore della strage di Bologna del 2 agosto 1980).
Giovanni Impastato dice che impressiona, che mortifica una coscienza antifascista. Ma aggiunge una cosa tagliente: non stupiamoci se chi occupa le istituzioni è quello che è. Studiamo come ci è arrivato. E lavoriamo per mandarlo via, con consapevolezza e senza ipocrisie.
In Italia l’antifascismo spesso lo devono ricordare i cittadini, perché chi governa la parola manco la pronuncia.
Prossimo appuntamento
Lunedì 26 gennaio 2026, ore 21:00 – Nuova puntata di “30 minuti con…” con Antonio Mazzeo, giornalista e attivista. Diretta su Youtube.
GUARDA TUTTE LE NOSTRE PUNTATE




