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Falcone tirato per la giacca

IL PUNTO DI VISTA DI FELICE LIMA - Separazione delle carriere, azione penale e potere: il contesto che la propaganda (da entrambe le parti) finge di non vedere.

by Redazione Web
10 Febbraio 2026
in Punti di vista
Reading Time: 9 mins read
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In questa campagna referendaria nella quale i “tifosi” di entrambi i fronti mistificano la realtà in vari modi, alcuni si sono accaniti a “tirare per la giacca” Giovanni Falcone.

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Questa cosa di invitare a votare si o no perché così vota questa o quella “persona famosa” è un pessimo segno, perché dimostra che, dopo pochi secoli di pensiero critico, siamo ritornati all’“argomento di autorità”.
Non ti dico le vere ragioni per cui dovresti votare così, ma ti dico che dovresti farlo perché così faranno o avrebbero fatto Tizio o Caio.
Ciò posto, mi sono convinto che possa essere utile offrire il mio modesto punto di vista su quella che fu la posizione di Giovanni Falcone, perché la storia di allora può aiutare a capire la storia di oggi.
Io sono entrato in magistratura il 10 maggio 1986 e, quindi, c’ero quando Giovanni Falcone diede il suo prezioso contributo alla giustizia, pagandolo con la vita, sua e della moglie, la nostra collega Francesca Morvillo, nonché con le vite degli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Giovanni in più occasioni disse chiaramente di essere favorevole alla separazione delle carriere e anche alla facoltatività dell’azione penale.
Per i “non addetti ai lavori” sottolineo che la facoltatività dell’azione penale, presente in molti paesi, come, fra gli altri, gli USA, consiste nel fatto che il pubblico ministero decide liberamente se agire o no nei confronti di Tizio o di Caio (tanto per dire il Dipartimento di giustizia USA ha detto chiaramente che non si agirà nei confronti degli agenti ICE che hanno assassinato Renee Good e Alex Pretti).
Dove c’è discrezionalità dell’azione penale c’è INEVITABILMENTE controllo politico del pubblico ministero, perché quella discrezionalità può essere solo politica.
Questa posizione assunta da Giovanni Falcone suscitò – secondo me fondatamente – moltissimi dissensi fra i magistrati e non solo.
Giovanni non ebbe abbastanza voti dai magistrati quando si candidò al CSM.
Ed è rimasta famosa la puntata del Maurizio Costanzo Show nel corso della quale il prof. Alfredo Galasso gli disse: “E comunque Giovanni, non mi piace che tu stai al palazzo di governo, non mi piace!”.
Si trattò, quindi, e si tratta ancora oggi di capire perché Giovanni assunse quella posizione.
Era il tempo in cui lui aveva un suo progetto di organizzazione della giustizia, che lo portò ad andare fuori dal ruolo della magistratura e lavorare al Ministero della Giustizia.
A quel tempo, Ministro della Giustizia era il socialista Claudio Martelli e Presidente del Consiglio era il mafioso Giulio Andreotti.
ATTENZIONE: l’uso dell’aggettivo “mafioso” per Andreotti non è da parte mia un insulto né un espediente retorico. E’ un dato storico. La presa d’atto che tre sentenze divenute definitive hanno stabilito che Andreotti è stato per molti anni complice della mafia.
Giovanni accettò da questi l’incarico ministeriale e lavorò per costituire la Procura Nazionale Antimafia, che, nella sua visione dell’organizzazione giudiziaria doveva essere uno strumento prezioso della lotta alla mafia.
Anche questo istituto suscitò in molti magistrati molte perplessità, secondo me fondatissime.
Va detto anche che Giovanni fu vicino al Governo anche prima di andarci a lavorare, quando ancora era in ruolo come magistrato.
E tutto il lavoro di Giovanni fu orientato prevalentemente a contrastare il braccio armato della mafia, occupandosi molto poco, in proporzione, dei legami fra la mafia e la politica.
Non a caso, mentre a Milano si arrestavano politici e imprenditori, a Palermo si arrestavano “soldati” di Cosa Nostra.
Resta nell’immaginario collettivo il dialogo fra Falcone e Buscetta nel quale quest’ultimo gli avrebbe detto di non volere fare i nomi del c.d. “terzo livello” perché non riteneva i tempi maturi, perché riteneva che, se avesse fatto quei nomi, l’inchiesta che portò al maxiprocesso sarebbe stata fermata.
Come resta nella memoria di chi ha vissuto quei tempi che Salvo Lima, il luogotenente di Andreotti a Palermo, finché fu in vita non venne raggiunto da alcun provvedimento giudiziario, venendo etichettato espressamente come coinvolto in vicende mafiose solo da morto (in particolare, nella sentenza di primo grado del processo a carico di Andreotti – pronunciata il 23 ottobre del 1999 –, la Corte affermò che « […] dagli elementi di prova acquisiti si desume che già prima di aderire alla corrente andreottiana, l’on. Lima aveva instaurato un rapporto di stabile collaborazione con “cosa nostra”»).
E quando Giuseppe Pellegriti mise a verbale che il suo compagno di cella Angelo Izzo gli aveva detto che Lima era il mandante dell’omicidio Mattarella, Giovanni Falcone incriminò immediatamente Pellegriti per calunnia (Wikipedia racconta la cosa in modo parzialmente impreciso, ma io conosco molto bene quella vicenda, perché Pellegriti era detenuto anche in un procedimento per mafia che curavo io come Giudice Istruttore di Siracusa).
Ovviamente non è questa la sede per approfondire questa storia, ma non ci si può sottrarre alla necessità di cercare di capire quale sia stata la logica delle scelte di Giovanni Falcone.
E l’unica risposta plausibile a questi interrogativi è, a mio modesto parere, che Giovanni intendesse portare avanti il suo prezioso lavoro – colpire duramente ed efficacemente il braccio armato della mafia – e avesse compreso che non ci avrebbero mai dato l’efficienza se non avessimo rinunciato all’indipendenza.
In questo io trovo l’unica spiegazione possibile alla sua adesione all’ipotesi della facoltatività dell’azione penale.
E’ possibile, poi, che magari Giovanni pensasse che, un domani, ottenuta la Procura Nazionale Antimafia e consolidata la sua posizione operativa, sarebbe stato possibile completare il lavoro fatto, affrontando il tema dei rapporti della mafia con la politica e gli affari.
Ma a questo punto è necessario vedere le cose anche dal punto di vista degli interlocutori politici di Giovanni.
La mafia è sempre stata pienamente, strutturalmente, organicamente legata a pezzi dell’economia e dello Stato. E in particolare ai pezzi di economia e di Stato che erano al potere.
Non foss’altro che per la banale quanto ovvia ragione che il denaro e il potere, comunque ottenuti, possono essere “spesi” solo nei canali cosiddetti “puliti” della società.
Per decenni questi legami avevano visto le redini del gioco in mano ai politici, con la mafia in una posizione di opportunistica subordinazione.
Ma negli anni di cui discutiamo le cose erano molto cambiate e la mafia armata aveva “alzato la testa”, pretendendo di avere un ruolo sempre meno subalterno.
Alla politica, quindi, serviva qualcuno che la liberasse dal socio divenuto troppo invadente e pericoloso.
Decisivo per comprendere questa dinamica è proprio l’omicidio di Salvo Lima, che ho citato sopra.
Sicché il lavoro di Giovanni Falcone non solo non fu per niente scomodo per Andreotti e quelli come lui, ma risultò, al contrario, funzionale ai loro interessi.
E purtroppo, quando quel lavoro fu terminato, non ci fu un tempo ulteriore nel quale eventuali progetti di Giovanni di fare luce sui complici della mafia potessero svilupparsi, perché Giovanni e Paolo furono puramente e semplicemente eliminati.
Molto significativa sul punto è la ricostruzione degli ultimi giorni di vita di Paolo Borsellino, resa pubblica dalla moglie Signora Agnese, che raccontò che Paolo, pochi giorni prima di morire, si era recato a Roma per incontrare i vertici delle istituzioni statali ed era tornato a Palermo sconvolto (aveva anche vomitato a lungo), dicendo alla moglie “Ho visto il demonio in faccia”.
E, come scrive l’AI di Google, “con “demonio”, Borsellino non intendeva un’entità soprannaturale, ma il volto oscuro del potere e il tradimento da parte di pezzi dello Stato che avrebbero dovuto sostenerlo”.
Concludendo questo racconto, di cui spero si comprenda il senso, non è corretto che i sostenitori del “no” dicano che Giovanni Falcone era contrario alla separazione delle carriere, perché, invece, egli se ne disse favorevole.
Ma ugualmente non è corretto che i sostenitori del “si” dicano che egli fu favorevole alla separazione delle carriere tacendo il contesto in cui prese quella posizione e le ragioni di essa.
Ed è essenziale considerare che ancora oggi il potere che comanda in questo Paese (e non mi riferisco a questo o quel partito o a questo o quel (finto) colore politico, ma a una cosa ben più ampia), un potere che da sempre è in mano a gente compromessa con ogni tipo di malaffare, un potere connotato spudoratamente da logiche clientelari e da un livello di corruzione che ci pone molto in basso nella lista dei paesi civili, un potere che per sopravvivere abroga fattispecie di reato (da ultimo l’abuso d’ufficio), accorcia termini di prescrizione, impedisce l’uso di strumenti investigativi efficaci (come le intercettazioni, per esempio), neutralizza la Corte dei Conti, diffama i magistrati non solo per ciò per cui se lo meritano, ma anche e soprattutto per ciò per cui non se lo meritano, controlla l’informazione, viola quotidianamente decine di articoli della Costituzione (basti pensare da ultimo all’andare in guerra e per giunta senza passare da una decisione del Parlamento) non può permettersi una giustizia che sia contemporaneamente efficiente e indipendente.
Oggi più che mai il controllo politico dell’azione penale è un obiettivo che il potere persegue con un accanimento che diventa ogni giorno più rabbioso, perché indispensabile alla sua sopravvivenza.
L’ingenuità di Giovanni Falcone è stata quella di credere che, alle condizioni che si era dato nel suo lavoro, il potere potesse lasciarlo vivere.
L’ingenuità di chi in buona fede oggi vota “si” è quella di credere che questa riforma scritta unilateralmente nelle stanze del potere, imposta al Parlamento perché la approvasse senza discuterla e ora affidata a un referendum che chiama a decidere cittadini la cui stragrande maggioranza nulla sa di ordinamento giudiziario e di concrete dinamiche del potere possa avere come obiettivo una giustizia più efficiente e indipendente.
L’ingenuità di credere che il potere possa lasciare sopravvivere quel pochissimo di giustizia (quasi niente) che ancora resta.
P.S. – Dopo che Giovanni Falcone è stato assassinato, abbiamo assistito per anni a commemorazioni alle quali stavano in prima fila tanti complici della mafia e tanti che, quando era vivo, lo combattevano dandogli del “comunista”.

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