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Il PM “accusatore” e la giustizia al guinzaglio

IL PUNTO DI VISTA DI FELICE LIMA - La riforma separa, rafforza e poi pretende di controllare: così il pubblico ministero cambia pelle e la giustizia rischia di smettere di essere lo scudo dei deboli contro l’abuso del potere.

by Redazione Web
8 Febbraio 2026
in Punti di vista
Reading Time: 8 mins read
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I sostenitori del “si” dicono che è contraddittorio affermare che, con la riforma, il pubblico ministero diventerà contemporaneamente più forte e più debole.
Ma è vero e non c’è alcuna contraddizione.
Come ha spiegato bene il prof. Francesco Del Canto con una relazione che ho condiviso qualche giorno fa, la riforma costituzionale rafforzerà la posizione del pubblico ministero come corpo autonomo e separato dai giudici, con una carriera e un CSM propri, e ne rafforzerà il ruolo di “accusatore”.
Io ho fatto il pubblico ministero in due epoche della mia carriera di magistrato e mai mi sono sentito un “accusatore”.
Mi sono sempre sentito un magistrato con lo stesso status, gli stessi valori e gli stessi obiettivi dei giudici.
In una intervista tanto sbandierata di qualche giorno fa a Il Foglio, in favore del “si”, il Vicepresidente emerito della Corte Costituzionale Giulio Prosperetti ha detto testualmente che “accusare e giudicare sono due vocazioni diverse”.
Ma io francamente inorridisco all’idea che qualcuno possa avere la “vocazione ad accusare”.
Io pregherei che tutti i magistrati continuassero ad avere la vocazione ad accertare la verità, a volte, quindi, “accusando” qualcuno e moltissime altre volte chiedendo che sia assolto, come io e tanti altri abbiamo fatto migliaia di volte.
Ma qui sta la terribile metamorfosi che si è prodotta e che si vuole ulteriormente produrre del ruolo della giurisdizione nel nostro Paese.
Perché ci sia una democrazia è indispensabile che ci sia un “potere giudiziario”.
Il compito di questo potere è rendere effettivo il fatto che in una democrazia tutti sono soggetti alla legge. Anche coloro che sono titolari di altri poteri.
Dunque, in una democrazia la giustizia è lo “strumento” dei deboli.
Perché chi è potente, chi ha amici nelle stanze del potere, chi ha molti soldi, non ha bisogno del giudice per ottenere tutela ai propri diritti. Questi non va dal giudice. Telefona al Sindaco o al Ministro. Chiama l’amico. Fa intervenire i giornali.
Dal giudice va chi ha un diritto, ma non il potere e la forza di farlo rispettare da se.
La giustizia, dunque, è un presidio contro l’abuso del potere.
La giustizia attua il precetto costituzionale dell’art. 3. Quello che dice che tutti siamo uguali davanti alla legge.
E le degenerazioni che si devono evitare anche nei giudici sono gli abusi del potere.
Si organizzano le cose perché i giudici non possano condannare innocenti senza un processo adeguatamente garantito.
E’, invece, di tutta evidenza che oggi il potere politico vuole una giustizia tutta diversa.
Non più una giustizia che controlla gli abusi del potere, ma una giustizia che sia il braccio armato del potere.
Chiunque può constatare che la sistematica continua campagna di stampa che è in atto da anni contro la magistratura non rimprovera ai magistrati di essere troppo “morbidi” con il potere. Nonostante l’Italia, nel Corruption Perceptions Index (CPI), che analizza la corruzione nel settore pubblico e politico, sia al 19° posto su 27 paesi europei e al 52° posto su su 180 paesi del mondo e ormai, da decenni, nessun potente subisce condanne reali a pene effettive.
Quello che si rimprovera costantemente e ossessivamente ai magistrati è di “essere troppo morbidi” con i delinquenti cosiddetti comuni.
Fondamentalmente con gli immigrati, i tossicodipendenti e gli autori di reati contro il patrimonio, ma di poco valore. Che, non a caso, costituiscono la quasi totalità della popolazione carceraria.
Si vuole la testa di chi ruba un portafogli, ma nessuno chiede la testa di chi ha rubato i famosi 49 milioni di euri di denaro pubblico né di chi ha svaligiato, per oltre 40 miliardi di euri, Montepaschi.
Si vuole la testa dei due titolari del bar svizzero, ma nessuno chiede giustizia per i 43 morti del ponte di Genova, crollato perché i ricchi concessionari dello stesso si tenevano i soldi delle manutenzioni.
Si rimprovera chiaramente ed esplicitamente ai magistrati di non obbedire ai desideri del potere politico.
Per questo è particolarmente sorprendente e doloroso vedere gli organi esponenziali dell’Avvocatura entusiasti di questa degenerazione del potere.
Ma, ovviamente, questo non può avvenire lasciando il pubblico ministero libero di fare lo sceriffo con chi gli pare.
Per dare maggiore potere al pubblico ministero, per trasformarlo in un tizio con la “vocazione di accusatore”, come dice di volerlo, senza provare vergogna, un Vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, è necessario che questo potere sia ben controllato.
E la strada politica verso questo controllo è già tracciata da tempo.
Nei sistemi giudiziari sani, la preoccupazione del legislatore è quella di evitare condanne ingiuste.
Perché quello è l’unico pericolo che corre il sistema giudiziario: condannare un innocente.
In una democrazia, nessun limite c’è, invece, alle indagini.
Perché le indagini servono “a fare chiarezza”, a scoprire la verità.
E non è possibile sapere se uno è colpevole o innocente prima di fare le indagini.
Dunque, i politici di un Paese democratico non vogliono essere condannati ingiustamente.
Ma i nostri politici, invece, ormai da anni non chiedono più questo.
Loro da anni vogliono non essere neppure indagati.
Vogliono non essere intercettati. Vogliono che la stampa non possa pubblicare notizie delle loro vicende giudiziarie.
E questa mistificatoria opera di propaganda è giunta talmente avanti che ormai per denigrare la magistratura si dice ai cittadini: “Avete visto quante persone indagate che poi sono risultate innocenti? Chi ripagherà questi del danno subito per essere stati indagati?”
Ma questo è insieme un assurdo e un abominio.
Ci tengo a dire che io nella mia carriera di magistrato sono stato indagato molte volte (perché accade spesso che ci si difenda dal processo denunciando il giudice) e una volta anche rinviato a giudizio e processato. E assolto con ampissima formula di merito perché è risultato provato che il fatto di cui mi si accusava (diffamazione del CSM) non sussisteva, perché le cose che avevo detto del CSM erano documentatamente vere.
Dunque, so cosa si prova a essere indagati e quanto costa.
Ma come sarebbe possibile indagare solo colpevoli?
Come sarebbe possibile decidere prima di indagare se tizio è colpevole o innocente rispetto a una ipotesi di reato che qualcuno fa?
Dunque, in realtà, dietro questa pretesa in sé logicamente assurda – fare indagini solo nei confronti dei colpevoli – si nasconde con tutta evidenza una pretesa più ignobile e indicibile: che la si smetta di indagare persone “al di sopra di ogni sospetto”.
In passato questo obiettivo in Italia era ottenuto nei confronti di una categoria di persone – i parlamentari – con l’autorizzazione a procedere, utilizzata sistematicamente come bieco strumento di impunità.
Ora l’autorizzazione a procedere non c’è più, ma si vuole di più.
Si vuole avere il potere di impedire le indagini “scomode”, che “non piacciono”.
E lo strumento della propaganda è ormai molto semplice, benché molto rozzo.
Si dice al popolo: “Signori, abbiamo questo pubblico ministero che ora è autonomo, separato dai giudici e “vocato” a fare l’“accusatore”. Ma davvero voi pensate che sia possibile lasciargli il potere di indagare chi gli pare? Voi davvero pensate che si possa permettere a qualcuno di fare tutto questo danno a gente che viene indagata e poi risulta innocente?”
A questo si aggiungerà un espediente retorico già usato per “fare digerire” la separazione delle carriere: “Guardate che in tutti i paesi in cui le carriere sono separate il pubblico ministero è sotto il controllo del Ministro della Giustizia”, ossia del Governo.

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