Siamo sotto schiaffo. E proprio SLAPP, schiaffo in inglese, è l’acronimo per “azione legale strategica contro la partecipazione pubblica”: le querele temerarie che non cercano giustizia, cercano silenzio. Sono l’arma elegante dei tempi ruvidi: si firma una citazione, si accende la paura, si spegne una voce. E intanto incombe una direttiva europea che gli Stati membri dell’UE devono recepire entro il 7 maggio.
Il quadro è quello di una pressione costante: compressione della libertà di stampa e occupazione dei media; uso sistematico di intimidazioni contro giornalisti scomodi; reazioni scomposte contro i giudici, soprattutto quando vengono accusati di “fare politica” per il semplice fatto di applicare il diritto internazionale e quello interno, in particolare sui temi della migrazione. È questo il clima in cui si gioca la campagna referendaria per il No alla riforma Nordio, che sempre più somiglia a un “No” non solo a un testo, ma a una modalità di governo.
Perché la narrazione è sempre la stessa: l’opposizione “ama il fango”, dicono; il “fango mediatico” sarebbe scientemente costruito da social, televisioni e giornali filogovernativi. Una torsione retorica che rovescia la scena: chi alza la voce contro le critiche si dipinge come vittima, mentre chi racconta fatti diventa colpevole. Così la discussione pubblica si restringe, come una stanza a cui tolgono ossigeno.
E mentre qui si litiga sul diritto di informare, negli Stati Uniti procede intanto la guerra alla magistratura, in un braccio di ferro tra amministrazione Trump e Corti federali che ha per posta i diritti costituzionali. Il rimando è evidente: quando il potere si sente intralciato, il bersaglio diventa sempre lo stesso—chi controlla, chi giudica, chi racconta.
Uniti nella difesa dei diritti umani: non come slogan, ma come linea di galleggiamento. Perché senza informazione libera e senza giustizia autonoma non resta un Paese più “forte”: resta solo un Paese più muto.





