Sono passati ventuno anni dal reportage d’inchiesta “La mafia è bianca”, realizzato da Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini allora in forza alla squadra giornalistica di Michele Santoro che ne ha curato la presentazione, ma la sanità resta uno dei settori privilegiati dai clan e dalle loro squallide consorterie. È già stato documentato in passato, lo documenta la cronaca di queste ore con l’inchiesta sull’ospedale “San Giovanni Bosco” di Napoli.
Minacce ed estorsioni a dirigenti, collusione di pubblici ufficiali, intestazioni fittizie, gestione di fatto di bar, buvette e distributori automatici, favori ad esponenti di un clan di camorra e altri soggetti contigui tramite un’associazione per il trasporto sanitario, personale medico e paramedico, addetti alla vigilanza e addetti di altre ditte, ricoveri violando i protocolli di accesso, certificazioni mediche false rilasciate al fine di ottenere scarcerazioni, trasporto di salme in ambulanze e non passando per gli autorizzati servizi funebri, truffe a compagnie assicurative simulando incidenti stradali, minacce nei confronti dell’ex manager della Asl.
È complesso e articolato il quadro che emerge dall’inchiesta della procura di Napoli, sotto il coordinamento del pubblico ministero Alessandra Converso e del procuratore aggiunto Sergio Amato, condotta dal comando provinciale dei Carabinieri e dal nucleo di polizia economica e finanziaria.
La sintesi delle indagini è che il clan Contini, afferente alla camorra di Vasto-Arenaccia, avrebbe messo le mani sull’ospedale San Giovanni Bosco. Quattro i destinatari di misure cautelari, tre presunti appartenenti al sodalizio criminale e un avvocato. Quest’ultimo, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, avrebbe messo stabilmente le proprie competenze professionali al servizio del clan, fornendo consulenze per mantenere e aumentare le ricchezze accumulate dal clan, reinvestendo i proventi delle truffe e ponendosi come intermediario con pubblici ufficiali per acquisire informazioni utili al clan.
Settantasei gli indagati, tra loro tre medici, e un ispettore di polizia oggi in congedo accusato di aver permesso di ottenere certificazioni antimafia e altra documentazione sanitaria, un ex impiegato dell’azienda sanitaria e un funzionario dell’Inps.





