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Traffico illecito di rifiuti, un anno dopo nuova inchiesta coinvolge l’Abruzzo: in che modo?

Fort Apache il nome dell’operazione coordinata, per la seconda volta in poco più di un anno, dalla DDA di Campobasso.

by Alessio Di Florio
17 Marzo 2026
in Ambiente
Reading Time: 6 mins read
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Inchiesta sui rifiuti, illeciti nella gestione e nel trattamento, partita dalla Procura di Campobasso, Direzione Investigativa Antimafia. Poco più di un anno dopo si ripete il copione visto nel febbraio 2025. La nuova inchiesta, denominata Fort Apache, coinvolge – si legge in un comunicato della stessa Procura – «impianti di trattamento situati in Molise, Puglia, Campania e Abruzzo».

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Gli inquirenti hanno contestato la «gestione irregolare di quasi 1.700 tonnellate di rifiuti, costituiti prevalentemente da imballaggi in legno, vetro e materiali misti, oltre a rifiuti da demolizioni, carta e cartone», tipologie di rifiuti che fanno pensare al settore edile, che avrebbe consentito di conseguire «un profitto illecito stimato in circa 250mila euro».

L’anno scorso la precedente inchiesta, sempre partita da Campobasso, contestava lo smaltimento irregolare avvenuto a San Salvo, Vasto e Monteodorisio. Oltre un anno dopo non sappiamo cosa è accaduto in questi tre comuni, cosa è arrivato (rifiuti pericolosi o speciali?), se ci sono state conseguenze ambientali e se ci sarà da bonificare nei tre comuni coinvolti. Tredici mesi fa il copione si ripete: non sappiamo quali sono gli impianti abruzzesi coinvolti, perché e con quali conseguenze sul territorio.

Cinque anni fa un’operazione della Guardia di Finanza di Foggia e dei Carabinieri di Bari coinvolse la zona industriale di Punta Penna a Vasto. Il traffico di rifiuti stroncato dalle forze dell’ordine si muoveva tra Puglia, Campania e la provincia di Chieti. Sequestrati beni mobili ed immobili, quattro quote societarie, 4 fabbricati, 9 terreni, 4 polizze vita e 38 rapporti finanziari per un valore di 1.635.000 euro circa. Oltre a 13.100 tonnellate di rifiuti speciali stoccati abusivamente in vari capannoni tra cui uno a Vasto, nella zona industriale di Punta Penna, di 1.250 metri quadrati. I rifiuti accumulati in maniera illecita, sottolinearono gli investigatori, a Punta Penna avevano reso l’aria irrespirabile nella zona.

Perché nessuna comunicazione è arrivata da chi di dovere ai Comuni? Come è possibile che siamo di fronte ad un qualcosa di maxi e poi nulla? Cosa è accaduto in questi territori? È accaduto qualcosa oppure no? 

Tutte domande che non hanno avuto mai risposta da cinque anni, da oltre un anno. E ora una nuova maxi inchiesta. Sono tutti capitoli di una lunga sporca storia che parte almeno dagli anni novanta, segnata anche da mafie, grandi industrie del nord e avvelenamenti. 

Negli anni novanta a Tollo nell’area dell’ex fornace Gagliardi nei pressi delle sponde del torrente Venna sono stati seppelliti almeno 30 mila tonnellate di rifiuti di ogni tipo in due capannoni tra cui scarti farmaceutici e chimici, scorie sanitarie provenienti dalla Francia e rifiuti industriali provenienti dal Nord Italia.

L’allora procuratore generale di Chieti, Nicola Trifuoggi, in un’audizione parlamentare, affermò che in quell’area erano giunti anche molti Tir «carichi di rifiuti radioattivi provenienti dalla Francia».

I Noe sequestrarono la discarica di Tollo il 2 febbraio 1996. A cui seguirono altri sequestri di terreni a Chieti, quasi sul greto del fiume Pescara, e in contrada Aurora a Cepagatti, dove l’attività di sversamento stava proseguendo. L’attività illegale avvenne ininterrottamente dal 16 maggio 1995 fino al sequestro.

«I rifiuti uscivano dalle fabbriche e poi si procedeva con il solito sistema della triangolazione. Si fermavano una notte a Marghera e il mattino successivo lo stesso camion partiva con una bolla diversa con la dicitura residui riutilizzabili. Un camion è stato seguito dalla partenza fino a Ripa Teatina» raccontò Nicola Trifuoggi che,  il 22 maggio 1996, inviò alla Commissione parlamentare competente anche una consulenza tecnica dalla quale emerse che «in considerazione dello stato dello stabilimento e dei rifiuti in esso accumulati, dai quali si sviluppa ammoniaca ed acetilene, con conseguente sviluppo di gas tossici e la cui movimentazione è causa di elevatissima polverosità, la situazione può costituire un pericolo per la salute degli operatori, per gli insediamenti circostanti e per l’ambiente, considerato che non sono presenti sistemi di convogliamento e abbattimento di tali gas».

Un medico di Miglianico, comune nei pressi di Tollo, ha pubblicamente riportato che dopo il 1995 sono esplosi i casi di «cancri dell’encefalo, cancri della vescica, cancri prostatici e tiroidei, sarcomi in pazienti giovanissimi»mentre un abitante di Tollo raccontò in maniera anonima a La Stampa che «i camion di rifiuti avevano le targhe di Venezia, Verona, Padova, Brescia. Scavarono due fosse profonde da una parte e l’altra del Venna.

Dalla terra usciva un fumo bianco come una nebbia acida e non respiravamo. La nostra protesta scoppiò nel 1996 dopo 3 aborti forzati. Capitò anche a mia moglie incinta al sesto mese». 

Le aree del territorio dove i casi di tumore erano maggiori, rilevò il medico, erano «quelle vicino ai torrenti Venna e Dentalo e al fiume Foro», la fascia di età più colpita quella sui 50 anni, una sua giovane paziente era morta due mesi dopo la comparsa di un fibrosarcoma della mammella, «la reazione leucemoide fa pensare a qualche componente radioattiva nel territorio» la sua conclusione. «In ogni casa ci sono vittime, morti o malati di tumore. Per non dimenticare i numerosi bambini nati con rarissime malformazioni e i tanti aborti», la testimonianza resa dalla farmacista di Miglianico, Elisabetta Zannolli, a La Stampa.

Nel 2017 un’insegnante, in servizio da otto anni nel vicino comune di Giuliano Teatino, ha raccontato che «da quando insegno nella piccola scuola di Giuliano Teatino sono venuta a conoscenza di parecchi casi di persone affette da tumori, alcune delle quali purtroppo decedute anche in giovane età. Ho avuto anche alunni con patologie rare più o meno gravi, la cui incidenza non so quanto possa rientrare nella norma». 

Una testimonianza simile a quella di don Carmine Miccoli, a Tollo dal 1998 al 2005, prima come collaboratore poi come parroco. Don Carmine ha raccontato che «sin dai miei primi mesi in quella comunità parrocchiale, mi confrontavo col parroco mio predecessore, don Celestino Verna, che era lì da quasi vent’anni, per capire come mai erano esplosi negli ultimi tempi i casi di morte per tumori e leucemie; con lui avevamo iniziato anche un confronto con l’Istituto Mario Negri Sud (ora chiuso) per un monitoraggio statistico di quello che avevamo osservato. Nel mentre, accompagnavamo troppo spesso dalla chiesa al cimitero adulti e giovani, morti prematuramente, spesso in tempi rapidissimi, incapaci di trovare una risposta per dare forza alla popolazione, spaventata da tanto dolore senza causa apparente, mentre si mormorava di inquinamento e di radiazioni».

L’ex fornace Gagliardi di Tollo è stata bonificata ormai diversi anni e quanto raccontiamo in quest’inchiesta è ormai passato remoto, consegnato a dolorosi passati.

Solo il fiume Trigno divide l’Abruzzo dal Molise, un confine su cui si trova la città di San Salvo. Nella cittadina della provincia di Chieti ci sono testimonianze di persone che nei primi anni duemila, mentre scattavano foto di notte ad alcune cave sul fiume, affermano di essersi imbattuti in camion che hanno sversato fusti e altri rifiuti. In quegli anni c’erano voci che giravano intorno a questi camion.

Ma nulla di ufficiale è mai emerso e alcuni nostri contatti istituzionali hanno categoricamente smentito di aver mai avuto prove o indizi di tale attività illecite. Attività che potrebbero aver sparso veleni nei campi? Ci sono ancora sotto alcuni campi rifiuti di chissà quale natura? Sono finiti nell’alveo del fiume e trasportati al mare per avvelenare chissà dove?

Nel 2013 una nave carica di rifiuti partì dall’Abruzzo e, giunta in Romania, fu bloccata in porto per mesi, la spedizione ebbe per mesi altissima risonanza sulla stampa rumena che titolò ripetutamente su quella che definì “la nave dei veleni” italiana. La Romania respinse quel carico di ecoballe partito dall’Abruzzo e la nave venne dirottata in Bulgaria. Due anni dopo una nave di ecoballe partì sempre dall’Abruzzo destinazione Marocco. Fu fermata in porto perché lo Stato nordafricano chiese ulteriori analisi sulla qualità di quei rifiuti. Nel dicembre dello stesso anno fu un rapporto di Greenpeace a rendere noto che dopo quella spedizione, dall’esito infausto, il Marocco aveva sospeso l’arrivo di qualsiasi conferimento dall’Italia intera.

L’11 giugno Renzi aveva annunciato che entro tre anni sarebbero state rimosse le ecoballe da Giugliano. Il primo allarme, smentito poi da fatti e atti, in Marocco fu che stavano arrivando quelle ecoballe. Così non era: le ecoballe approdate sulle coste marocchine furono confezionate il 26 maggio, il cantiere campano fu inaugurato quattro giorni dopo. Le ecoballe partite dall’Abruzzo contenevano rifiuti provenienti dalla stessa regione.


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Alessio Di Florio

Vicedirettore WordNews.it - È nato ad Atessa (Chieti), nel 1984. Attivista e volontario di varie associazioni e movimenti culturali, ambientalisti, pacifisti e di lotta alle mafie. Collaboratore delle redazioni abruzzesi di Il Messaggero e Pressenza. Ha collaborato con Adista, Primadanoi, Terre di Frontiera, Unimondo, Libera Informazione, Popoff Quotidiano e SocialPress. Ha curato, per oltre dieci anni, il sito personale del giornalista e regista RAI Stefano Mencherini, dove è stata curata la diffusione e la pubblicizzazione del documentario d’inchiesta «Schiavi. Le rotte di nuove forme di sfruttamento», con il quale è stata portata avanti la “Campagna di sensibilizzazione per l’informazione sociale”, in collaborazione con MeltingPot e Articolo21, e per la creazione di un Laboratorio permanente di inchiesta e documentari sociali in RAI, nata per rompere la censura televisiva del documentario d’inchiesta “Mare Nostrum”. Articoli su tematiche sociali e culturali sono stati pubblicati dal mensile Vasto Domani. Per contatti: redazione@wordnews.it

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