È online il video integrale della 23ª puntata di “30 minuti con…”, il format ideato e condotto dal direttore di WordNews.it Paolo De Chiara, che questa volta ha acceso i riflettori su uno dei temi più divisivi e delicati del momento: il referendum costituzionale sulla riforma della magistratura.
A confrontarsi, in una delle ultime tappe di questo ciclo di approfondimenti prima del voto, sono stati Gaetano Bono, sostituto procuratore generale della Corte d’Appello di Caltanissetta, sostenitore delle ragioni del No, e Francesco La Cava, presidente delle Camere Penali di Isernia, intervenuto a sostegno del Sì.
In studio anche il collaboratore di WordNews.it Antonino Schilirò.
Non è stato un confronto da slogan. Questa puntata mette davanti allo spettatore il merito della questione: cosa cambia davvero con la riforma, quali conseguenze può produrre, quali garanzie promette e quali rischi lascia aperti.
Il punto di partenza è stato chiaro fin dai primi minuti. Paolo De Chiara ha ricordato come i cittadini siano chiamati a esprimersi su una modifica che tocca sette articoli della Costituzione, sottolineando la necessità di arrivare al voto con uno spirito critico autentico, non drogato da parole d’ordine.
Nel corso della trasmissione, Gaetano Bono ha definito la riforma una “riforma al buio”, sostenendo che il vero nodo non sia una generica contrarietà alla separazione delle carriere, ma il modo in cui essa viene disegnata. Secondo il magistrato, il testo costituzionale non chiarisce fino in fondo quale sarà l’assetto futuro della magistratura e rimanda troppo alla legge ordinaria, lasciando aperto un margine enorme a successivi interventi politici. Per Bono, il rischio concreto è che venga abbassato il livello di protezione costituzionale dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, soprattutto attraverso la nuova architettura dei due CSM e dell’Alta Corte disciplinare.
Sul fronte opposto, Francesco La Cava ha sostenuto che la riforma rappresenti invece l’attuazione coerente dell’articolo 111 della Costituzione e del principio del giusto processo, puntando sulla piena terzietà del giudice. La sua tesi è netta: separare le carriere significa rendere più chiara la distinzione tra giudicante e requirente, rafforzando la fiducia del cittadino nella figura del magistrato che deve giudicare. Per La Cava, la riforma non intacca l’autonomia della magistratura, ma anzi la rafforza, anche grazie a criteri di selezione che prevedono competenza ed esperienza per i futuri componenti degli organi di governo autonomo.
Il cuore dello scontro si è concentrato soprattutto su tre questioni: sorteggio, CSM e Alta Corte. Ed è qui che il dibattito si è fatto più denso, più tecnico, ma anche più politico nel senso più alto del termine. Bono ha contestato con forza il sistema previsto, sostenendo che il meccanismo del sorteggio, così come immaginato, non elimini affatto il problema del correntismo e possa anzi spalancare la porta a una maggiore influenza della politica sulle scelte decisive per la magistratura. La Cava, al contrario, ha insistito sul fatto che la riforma disinneschi proprio il peso delle correnti interne, restituendo più equilibrio e limitando quelle distorsioni che negli anni hanno logorato la credibilità del sistema.
Dentro questa faglia si è inserita anche la discussione sull’Alta Corte disciplinare, uno degli aspetti più contestati della riforma. Bono ha parlato di una struttura che potrebbe compromettere le garanzie dei magistrati, soprattutto per quanto riguarda la composizione dei collegi e i possibili equilibri interni. La Cava ha replicato leggendo il testo in chiave opposta: per lui, la presenza di figure con requisiti elevati e la distinzione delle competenze garantirebbero una maggiore linearità del sistema, senza scardinare i principi costituzionali.

Uno dei passaggi più forti della puntata, però, non è arrivato su un tecnicismo giuridico, ma sul piano civile e morale del confronto pubblico. Paolo De Chiara ha richiamato il clima avvelenato della campagna referendaria, giudicando gravi alcune espressioni utilizzate contro la magistratura e ricordando i nomi di magistrati assassinati in questo Paese: Rosario Livatino, Mario Amato, Rocco Chinnici, Cesare Terranova, Emilio Alessandrini, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone.
Un passaggio che ha riportato il confronto a una verità essenziale: in Italia discutere di giustizia non è mai un esercizio astratto. È materia viva, ferita aperta, equilibrio fragile tra poteri, democrazia e memoria.
Per chi vuole capire davvero cosa si sta muovendo attorno al referendum costituzionale, questa puntata è un passaggio da non saltare. Dietro le parole separazione delle carriere, autonomia della magistratura, terzietà del giudice, correnti, sorteggio, Alta Corte e CSM non c’è solo una disputa tra addetti ai lavori. C’è l’idea stessa di giustizia che l’Italia vuole darsi.
Il video integrale della puntata è disponibile sul canale YouTube di WordNews.it.
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