La Costituzione italiana è salva. Ha vinto la sua battaglia di civiltà contro l’inciviltà istituzionale. E per parlare in maniera razionale di questo risultato storico e fondamentale per il nostro Paese abbiamo ospitato nella 24ª puntata di “30 minuti con…”, il format ideato e condotto da Paolo De Chiara per WordNews.it, Piergiorgio Morosini, presidente del Tribunale di Palermo.
Un confronto serrato partito dall’esito del referendum e arrivato fino ai nodi irrisolti della democrazia italiana.
In studio il nostro collaboratore Antonino Schilirò.
Morosini parte da due dati che considera decisivi. Il primo è l’affluenza, arrivata quasi al 60%, oltre ogni previsione. Il secondo è la partecipazione di tanti giovani tra i 18 e i 34 anni, un segnale che per il presidente del Tribunale di Palermo va letto come un fatto promettente per il futuro del Paese.
Non soltanto per il risultato del voto, ma per ciò che quel voto ha rimesso in moto: discussione pubblica, attenzione, confronto, presenza.

Dentro questa lettura, il referendum non viene raccontato come una semplice contesa tra schieramenti. Morosini indica un punto preciso: con il voto è stata cancellata una prospettiva che, a suo giudizio, avrebbe accresciuto le interferenze del potere politico sull’attività della magistratura. Il rischio, secondo il magistrato, era quello di una maggiore pressione del potere esecutivo sulle decisioni di pubblici ministeri e giudici, in un clima già segnato da attacchi continui contro organi di garanzia e sentenze sgradite.
Il cuore dell’intervista sta proprio qui. La giustizia non può essere piegata agli interessi della maggioranza politica del momento. Morosini insiste sul fatto che la Costituzione è stata pensata anche per proteggere chi perde, chi resta in minoranza, chi non ha la forza del numero ma deve avere comunque la tutela del diritto. È questa, nel suo ragionamento, la lezione più profonda della Carta del 1948: non un monumento immobile, ma un argine contro la vendetta del potere.
Il magistrato non evita neppure il tema degli attacchi rivolti alla magistratura durante la campagna referendaria. Dice di avere discusso sempre nel merito, senza usare parole contro qualcuno e invita a interrogarsi sulle conseguenze di un’aggressione continua ai magistrati, specialmente in territori dove la fiducia nello Stato è già fragile. Il ragionamento è illuminante: quando un piccolo commerciante decide di denunciare un’estorsione mette la propria vita nelle mani di un magistrato. Se quella figura viene delegittimata ogni giorno si incrina la fiducia necessaria a rompere il silenzio e a contrastare davvero le organizzazioni criminali.
Ed è proprio sul terreno delle mafie che Morosini sposta il discorso dal piano simbolico a quello reale. Cosa nostra, così come le altre mafie storiche, non è stata sconfitta definitivamente. È stata colpita, indebolita, contrastata con risultati importanti grazie al lavoro della magistratura e delle forze di polizia giudiziaria. Ma non è sparita.
Restano estorsioni praticate in interi quartieri, restano attività di riciclaggio e reimpiego di capitali illeciti, restano legami con pezzi dell’imprenditoria, delle professioni e delle istituzioni.
Il fenomeno mafioso continua a contaminare economia, voto, libertà d’impresa, lavoro e qualità della democrazia.
Il passaggio sulla ricerca della verità. Morosini non chiude il discorso dentro i confini della sola verità giudiziaria. Riconosce il valore definitivo delle sentenze ma allo stesso tempo afferma che sul biennio 1992-1993, sulle stragi, sui rapporti oscuri che hanno segnato quella stagione, restano ancora troppi pezzi mancanti, troppe zone d’ombra, troppi debiti aperti verso le vittime e verso il Paese.

La ricerca della verità, nel suo ragionamento, non può fermarsi. Deve continuare nelle aule di giustizia, negli studi, nel lavoro di approfondimento, nel confronto pubblico, nella libertà di informazione.
Per arrivare alla verità e alla giustizia, per Morosini, l’Italia ha bisogno di costruire una coscienza critica diffusa. Serve un’informazione libera, serve il lavoro di chi offre ai cittadini, soprattutto ai giovani, strumenti per farsi un pensiero autonomo. La libertà di stampa, dentro questo schema, è una sua struttura portante.
Il presidente del Tribunale di Palermo, però, non trasforma il voto referendario in una favola a lieto fine. Anzi, mette sul tavolo i problemi veri della giustizia italiana, quelli che restano lì anche dopo la sconfitta della schifroma. La durata ragionevole dei processi, civili e penali, continua a essere una questione centrale. La digitalizzazione del processo penale che non decolla come dovrebbe. L’uso dell’intelligenza artificiale nella giustizia apre interrogativi enormi: fino a che punto spingersi senza sacrificare l’elemento umano nelle decisioni? E poi c’è il capitolo più drammatico, quello delle carceri, descritte come luoghi spesso al di sotto degli standard umanitari, con un numero impressionante di suicidi.
Il messaggio finale dell’intervista è chiaro. Il referendum ha fermato una riforma ritenuta pericolosa per l’equilibrio tra i poteri dello Stato ma non ha risolto i problemi della giustizia. Ha evitato un passo che, secondo Morosini, avrebbe indebolito le garanzie ma non ha colmato ritardi, le storture e le ferite.
La Costituzione italiana esce rafforzata nel suo significato politico e simbolico ma il Paese resta chiamato a una prova più difficile: affrontare i nodi strutturali della giustizia senza piegarla, senza svilirla, senza consegnarla alle convenienze del potere.
La democrazia si difende ogni giorno: nelle urne, nei tribunali, nelle scuole, nell’informazione (libera).
La Costituzione ha vinto. Ora inizia il dopo.
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