«Vanno vengono ogni tanto si fermano» racconta le nuvole Fabrizio Dé Andre. I ricordi, la memoria (troppo spesso scordata e intermittente più dell’audio delle vecchie radioline) troppo spesso in questo Paese imbevuto di retorica e celebrazioni, di pavoni e capibastone del tutto, è così.
Un giorno si è tutti Peppino Impastato, un altro tutti Giovanni Falcone, un altro tutti Paolo Borsellino, un altro ancora tutti Giancarlo Siani o Ilaria Alpi (in un Paese in cui c’è chi considera l’informazione una merce e le schiene dritte sono considerate un fastidio ortopedico).
Poi arriva qualcuno che non sa che è impossibile andare oltre questo circo di papere a comando e lo realizza.
Sono passate meno di due settimane dall’anniversario della strage di via D’Amelio e la quotidianità è andata oltre, una pagina è stata chiusa e non è rimasta nell’etere neanche la sorella di Grazia e Graziella.
Per tanti, ma non per tutti.
Perché c’è stato un fiume partito da Palermo che ha inondato tutta Italia per poi tornare a Palermo. E che non è andato via. Continua a germogliare, fecondare, irrigare. Non è stato una pozzanghera putrescente, come troppe ne inquinano memoria e (in)coscienze, ma un fiume in piena, un fiume vero. Lontano da liturgie e palazzi, da verità di comodo e cerchiobottismi di chi insabbia o racconta, distorce o nasconde a seconda degli amici e degli amici degli amici. Farisei e ayatollah che lanciano fatwe ai “nemici” e per gli amici accetta tutto, anche il quotidiano insulto alla logica, alla razionalità, alla verità, alla memoria.
«Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo» ammoniva Paolo Borsellino. E quest’anno c’è stata una gioventù che ha spazzato via i giochetti degli adulti, le loro ipocrisie, le loro falsità, le loro retoriche vuote e superficiali. È la Generazione57, ragazze e ragazzi di tutta Italia che hanno portato avanti un progetto che ha vissuto a Palermo i due momenti fondamentali nei giorni dell’anniversario delle stragi di Capaci e via d’Amelio. «Un’emozione così grande che non può essere spiegata» ha testimoniato a maggio Andreana Colangelo. L’animo, il cuore, gli ideali di persone che non erano ancora nate quando la strategia stragista di Cosa Nostra dilaniò la Sicilia e il continente ma hanno vissuto, e continueranno a vivere, commozione, emozione, impegno, passione, generosità autentici. Rappresentanti di quella gioventù a cui si rivolgeva Borsellino.
«Agenzia Italiana per la Gioventù – AIG ha trasformato i 57 giorni più bui della nostra Storia in una Generazione pronta a fare la propria parte» testimonia con immutata emozione Andreana undici giorni dopo il 19 luglio. «Porto via da Palermo qualcosa che non pesa nello zaino, ma nella coscienza. La consapevolezza che la memoria non ci chiede di essere spettatori. Ci chiede di esserne degni. Di non fermarci al ricordo, ma di trasformarlo in responsabilità, nelle scelte che compiamo ogni giorno» il commosso saluto a Palermo della giovanissima originaria di Cupello. In una delle foto del suo diario nei giorni a Palermo si legge la frase di Giovanni Falcone «la maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare». L’esortazione, l’ammonimento, l’invito, lo sprone di Falcone oggi stanno fecondando e creando memoria attiva e responsabile, spazza via il lamentarsi per dare spazio al fare nelle vite di giovani di tutta Italia.
«23 maggio 1992 – 19 luglio 1992. 57 giorni. Quest’anno questi 57 giorni li ho vissuti in modo diverso. Il 23 maggio ero a Palermo per le commemorazioni della strage di Capaci. Oggi torno nella stessa città, per ricordare la strage di Via D’Amelio, grazie a un progetto dell’Agenzia Italiana per la Gioventù – la testimonianza di Andreana nel giorno dell’anniversario della strage – Non è soltanto un viaggio. È un percorso che mi ha permesso di comprendere ancora più profondamente il valore della memoria e il significato del sacrificio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La ricerca della verità non può essere separata dal cammino verso la giustizia. Verità e giustizia sono indissolubilmente legate: l’una non può esistere senza l’altra e nessuna delle due può fermarsi davanti al tempo che passa. La memoria non è soltanto ricordo. È scegliere, ogni giorno, da che parte stare. È continuare a pretendere quella verità piena e completa che Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli uomini e le donne delle loro scorte meritano».
Uno dei momenti più emozionanti, vibranti, intensi e significativi è stato vissuto nell’aula del maxiprocesso. In quel luogo Andreana ha ridato voce a Francesca Morvillo. Questa la sua testimonianza dell’evento, di questo incontro tra chi ha sacrificato la vita per tutti noi e chi oggi ne accoglie il testimone e la porta nel cuore, nella vita, nell’impegno quotidiano.
«Ci sono luoghi in cui le parole sembrano non essere mai abbastanza.
L’Aula bunker dell’Ucciardone è uno di quei luoghi.
Quando mi sono seduta su quei banchi, dove si celebrò il Maxiprocesso istruito dal pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ho sentito addosso tutto il peso della storia. E quando è arrivato il momento di prendere la parola, le gambe hanno iniziato a tremare.
Non era emozione. O almeno, non soltanto.
Era il senso di responsabilità di parlare in un luogo che custodisce il sacrificio di chi ha scelto di non piegarsi alla mafia.
In quell’aula abbiamo concluso il percorso di Generazione57, cinquantasette giorni vissuti tra storie, incontri e memoria. Un cammino che mi ha vista nel ruolo di coordinatore e che mi ha insegnato che ricordare non significa soltanto guardare al passato, ma scegliere ogni giorno da che parte stare.
Nel mio intervento ho cercato di ridare voce a Francesca Morvillo. Per troppo tempo è stata raccontata soltanto come la moglie di Giovanni Falcone. Ma Francesca Morvillo era un magistrato, una donna che aveva scelto la giustizia prima ancora che il suo destino si intrecciasse con quello di Falcone.
Francesca Morvillo ha camminato insieme a Giovanni Falcone.
Con la stessa convinzione.
Con la stessa coerenza.
Per questo oggi ricordarla significa restituirle il posto che le appartiene nella storia del nostro Paese».




















