Dopo l’arrivo a Beirut e il primo incontro con una città sospesa tra le ferite della guerra e la volontà di rinascere, il secondo giorno del viaggio di Enzo Infantino conduce nel cuore dei campi profughi palestinesi di Chatila e Mar Elias. Qui la storia non è custodita soltanto nei libri: vive nei racconti dei sopravvissuti, nelle strade sovraffollate e nella speranza, tramandata di generazione in generazione, di poter tornare un giorno in Palestina.
di Enzo Infantino (Diario dal Libano 2° giorno) – Mentre scrivo queste righe, gli impegni della giornata non sono ancora terminati. Questa mattina siamo entrati nel campo di Chatila. Come ogni anno, abbiamo incontrato alcune delle famiglie che hanno vissuto sulla propria pelle la strage avvenuta tra il 16 e il 18 settembre 1982 e che ancora oggi ne portano le ferite.
Nella sua casa ci ha accolti Jamila. Aveva appena 16 anni quando, durante quei giorni di violenza, le fu ucciso il padre. Il suo racconto restituisce un volto umano a una tragedia che, a distanza di decenni, continua a essere una ferita aperta e, soprattutto, senza colpevoli.
Chatila nacque nel 1949 per accogliere i rifugiati palestinesi arrivati in Libano dopo la Nakba del 1948, provenienti in particolare dalla Galilea e da città come Haifa, Jaffa e Acri. Nel corso della guerra civile libanese e dell’invasione israeliana del 1982, il campo subì pesanti distruzioni.
È però soprattutto con il massacro di Sabra e Chatila che il suo nome è diventato uno dei simboli più dolorosi della storia palestinese in Libano.
Oggi Chatila è un luogo densamente popolato, segnato dal sovraffollamento e da condizioni abitative e infrastrutturali estremamente difficili. Grazie alle operatrici della ONG palestinese Beit Atfal Assomoud, abbiamo attraversato le strette e anguste viuzze del campo, tra edifici fatiscenti, fili elettrici che si intrecciano sopra le nostre teste e spazi sempre più compressi.
Nel pomeriggio siamo stati nel campo di Mar Elias, nella parte sud-occidentale di Beirut. È un campo molto più piccolo di Chatila, nato nel 1952 per accogliere i rifugiati palestinesi provenienti soprattutto dalla Galilea.

Le prime famiglie, giunte in Libano dopo il 1948, erano in gran parte palestinesi cristiane. Inizialmente furono ospitate nel monastero greco-ortodosso di Mar Elias, in condizioni estremamente precarie; successivamente vennero trasferite nell’area dove sarebbe sorto il campo.
Anche Mar Elias ha attraversato le vicende più drammatiche della storia contemporanea del Libano. La guerra civile, l’invasione israeliana del 1982 e la cosiddetta Guerra dei Campi del 1985-1987 provocarono nuovi sfollamenti e l’arrivo di famiglie provenienti da altri campi palestinesi distrutti o colpiti dalla guerra.
Nel tempo, il campo è diventato una realtà più composita, accogliendo anche palestinesi provenienti da altre zone, rifugiati dalla Siria e membri di altre comunità.
Qui abbiamo incontrato i residenti e ascoltato le loro storie. Ci hanno parlato della vita quotidiana nel campo, ma soprattutto di una questione che continua a essere al centro dell’identità palestinese: il diritto al ritorno.
Per loro la Palestina non è soltanto il luogo dal quale partirono i nonni o i genitori. È una terra che continuano a sentire come propria e per la quale, ci hanno detto, i palestinesi continuano a lottare.
Chatila e Mar Elias sono due campi diversi per dimensioni, storia e composizione sociale, ma sono uniti dalla stessa condizione: quella di comunità nate dall’esilio e dalla perdita della propria terra, che da generazioni vivono in Libano senza avere mai abbandonato la memoria delle proprie origini.
Lasciando i campi, resta soprattutto una consapevolezza: per chi vive qui la memoria non è qualcosa che appartiene soltanto al passato. È parte del presente, della propria identità e della speranza di poter, un giorno, tornare.
Continua il reportage “Diario dal Libano” di Enzo Infantino, autore delle foto pubblicate.
Diario dal Libano, primo giorno: Beirut tra le ferite della guerra e la voglia di rinascere














