C’è una porta socchiusa in un corridoio scolastico qualsiasi e oltre quella porta si consuma ogni giorno la vita vera del Paese mentre fuori nei palazzi della politica e negli studi televisivi si combatte una guerra di parole del tutto slegata dalla realtà delle cose. Nelle ultime ore il dibattito pubblico è stato rinfocolato dalle dichiarazioni del governo e della presidenza del consiglio secondo cui bisognerebbe intervenire con urgenza nelle aule per evitare che i bambini italiani si ritrovino ad essere una minoranza messa all’angolo.
Si è tornati a parlare con insistenza della necessità di fissare tetti massimi di presenze per classe di stabilire quote rigide di contenimento come se le aule scolastiche fossero serbatoi da contingentare per proteggere un’identità presunta che sarebbe minacciata dall’esterno. Questa narrazione parte da un presupposto del tutto errato e crea una frattura artificiale laddove la società ha già trovato da tempo le sue forme di convivenza e di integrazione quotidiana senza bisogno di contatori all’ingresso.
Per comprendere fino in fondo l’assurdità di questa impostazione argomentativa bisogna innanzitutto analizzare i dati reali messi a disposizione dagli istituti di ricerca e dai rapporti demografici più recenti che smentiscono categoricamente l’idea di un’invasione o di uno spiazzamento dei piccoli italiani. Quando la politica evoca la cifra di quasi un milione di ragazzi classificati come stranieri nei registri scolastici tende a far credere all’opinione pubblica che si trattino di un flusso ininterrotto di nuovi arrivi di persone che non conoscono la lingua la cultura o le regole del nostro Paese.
La realtà dei fatti ci dice l’esatto contrario dato che l’undici per cento della popolazione scolastica complessiva è composto da alunni senza cittadinanza ma oltre i due terzi di essi sono in realtà nati e cresciuti interamente in Italia. Non hanno mai visto il Paese di provenienza dei loro genitori se non durante qualche breve vacanza estiva parlano con gli stessi accenti regionali dei loro compagni di banco ascoltano la stessa musica tifano per le stesse squadre di calcio e sognano esattamente negli stessi termini di qualsiasi altro loro coetaneo.
Tracciare una linea di demarcazione basata esclusivamente su un documento d’identità o su un cavillo anagrafico significa applicare un’asta burocratica rigida ad un corpo vivo che si è già amalgamato da solo nel tempo. Proporre la fissazione di un tetto numerico alla presenza degli alunni di origine straniera all’interno delle singole classi è una misura demagogica che non tiene conto minimamente della geografia reale delle nostre città e dei nostri distretti produttivi.
Basterebbe riflettere un attimo su cosa accadrebbe a livello pratico se una norma del genere venisse applicata con rigidità cieca. Nei quartieri periferici delle grandi metropoli del nord o nei distretti manifatturieri della provincia dove la presenza di famiglie immigrate è alta e stabilizzata da decenni ci si ritroverebbe di fronte ad un paradosso logistico e umano del tutto insostenibile. I dirigenti scolastici sarebbero costretti a respingere le iscrizioni di bambini che abitano a pochi metri dal portone della scuola obbligando le famiglie a faticosi spostamenti verso altri quartieri o comuni solo per rispettare un’algida proporzione matematica determinata a tavolino. Si creerebbe così un sistema di pendolarismo forzato per bambini in età scolare con il solo risultato di discriminare e complicare la vita delle famiglie anziché favorirne l’inclusione nella comunità locale.
Ma la vera deformazione del dibattito sta proprio qui nell’ostinazione a concentrare l’attenzione su un’emergenza etnica del tutto inventata distogliendo lo sguardo dalle voragini reali in cui versa il nostro sistema d’istruzione. Invece di perdersi in misurazioni e contatori percentuali la politica dovrebbe finalmente guardare allo stato pietoso in cui versano gli edifici scolastici del nostro Paese. Parliamo di strutture fatiscenti con intonaci che cadono, palestre inagibili, aule fredde d’inverno e roventi d’estate, prive di qualsiasi criterio di efficienza energetica o di sicurezza sismica.
Parliamo di un’assenza cronica di fondi strutturali e di investimenti continui un definanziamento progressivo che ha ridotto le scuole a doversi inventare collette tra genitori persino per comprare il materiale didattico di base o la carta igienica. Focalizzare l’opinione pubblica sul numero di bambini nati da genitori stranieri è il comodo alibi per non rispondere di un piano di tagli che da decenni mortifica il corpo docente e la comunità scolastica nel suo complesso.
Un altro pilastro drammaticamente trascurato e quello legato alla formazione continua e alla valorizzazione dei docenti. L’insegnamento è una professione complessa che richiede un aggiornamento costante sia sul piano delle metodologie pedagogiche sia su quello delle competenze relazionali ed empatiche. Gli insegnanti vengono invece troppo spesso lasciati soli a gestire classi numerose, a fronteggiare una burocrazia asfissiante e a fare i conti con un precariato storico che devasta la continuità didattica.
Servirebbero risorse vere per la formazione professionale per consentire agli insegnanti di affrontare le trasformazioni della società contemporanea con strumenti idonei anziché chiedere loro di fare i guardiani di quote anagrafiche del tutto arbitrarie. Accanto alle carenze materiali della struttura e del personale c’è poi un enorme vuoto di supporto umano psicologico ed emotivo che colpisce al cuore le famiglie e gli studenti. La scuola contemporanea è diventata una cassa di risonanza delle fragilità sociali e della solitudine in cui versano i nostri ragazzi.
Invece di costruire barriere, la scuola dovrebbe dotarsi di uno sportello di supporto psicologico stabile e strutturato per ogni istituto in grado di accompagnare i ragazzi nelle fasi più delicate della crescita e di sostenere le famiglie spesso smarrite di fronte alle sfide educative moderne. È fondamentale introdurre percorsi continui di educazione affettiva e di alfabetizzazione emotiva per insegnare ai più giovani il rispetto del corpo dell’altro, la gestione dei sentimenti, l’empatia e il valore della cura reciproca per riuscire ad evitare tragedie come quelle degli ultimi tempi.
L’educazione affettiva e lo strumento più potente che abbiamo per prevenire fenomeni di violenza di bullismo e di discriminazione sociale ma di tutto questo non vi è traccia nell’agenda politica quando si parla di scuola preferendo agitare la bandiera del nazionalismo da bancone. Trasformare la composizione delle classi in un terreno di scontro ideologico è un’operazione miope che produce danni a lungo termine sulla tenuta sociale dell’intera nazione.
Quando un bambino sente dire nelle sedi istituzionali che la sua presenza in aula rappresenta un problema da contenere o che la sua presenza toglie spazio ai suoi compagni il messaggio che interiorizza e devastante. Gli si insegna che nonostante sia nato qui e parli la stessa lingua non sarà mai considerato davvero parte della comunità e allo stesso tempo si privano i suoi compagni di classe della possibilità di crescere in un ambiente ricco aperto e plurilingue.
Si gettano così i semi del risentimento dell’estraniamento e dell’insicurezza psicologica per intere famiglie che chiedono solo di poter contribuire alla vita del Paese.
La scuola non deve essere il luogo dove si contano le appartenenze o si nascondono i fallimenti dello Stato ma lo spazio in cui si costruisce la cittadinanza reale dotando i ragazzi di strutture sicure, di insegnanti valorizzati, di supporto emotivo e di una comunità educante degna di questo nome. La generazione di ragazzi che oggi siede sui banchi sta già formando la spina dorsale della società di domani e merita risposte concrete su edilizia, risorse, formazione ed educazione sentimentale, non la retorica vuota dei numeri e dei confini sui banchi.



