Mi sorprende come, in questi giorni, molti abbiano dato grande risalto alla recente sentenza della Corte di Cassazione, che finalmente sancisce in via definitiva la presenza di un depistaggio nelle indagini sulla strage di via D’Amelio condotte dal “Gruppo Falcone e Borsellino”.
La sentenza riconosce la responsabilità dei poliziotti imputati (prosciolti per prescrizione) per aver operato in direzione opposta all’accertamento della verità. I giudici scrivono, inoltre, che non vi possono essere dubbi sul fatto che tutti e tre gli imputati aderirono alle direttive impartite da Arnaldo La Barbera, consapevoli di instradare un “collaboratore” inattendibile al fine di costruirgli attorno un’aura di attendibilità e rafforzarne le dichiarazioni calunniose.
Sulla figura di Arnaldo La Barbera, i giudici hanno evidenziato:
“Suo obiettivo certamente principale era quello di dare corso ad una prospettazione minimalista che non intaccasse responsabilità di soggetti esterni in qualsiasi modo coinvolti nella strage”.
Di tutto questo si trova ampia traccia in rete.
Tuttavia, mi amareggia constatare come lo stesso clamore non ci sia stato all’uscita delle motivazioni della sentenza Scotto (condannato in primo grado il 7 ottobre 2024) per il duplice omicidio dei miei zii, Nino Agostino e Ida Castelluccio.
Sebbene i miei nonni, Augusta e Vincenzo, abbiano denunciato per tre decenni i presunti depistaggi operati dalla Squadra Mobile di Arnaldo La Barbera fin dal momento stesso dell’omicidio, per anni vi è stato un enorme tentativo di delegittimazione, in particolare verso quanto denunciato da mio nonno.
Ebbene, è importante sottolineare in che maniera vennero depistate le indagini.
Dopo la morte di Nino, dal suo armadio vennero sottratti gli appunti riguardanti le indagini di mio zio; furono poi fatti sparire e distruggere da un ispettore della Questura di Pescara, fatto venire appositamente a Palermo dal dott. La Barbera. Un soggetto, anche in questo caso, salvato dalla prescrizione.
Inoltre, la Corte ha messo in evidenza che le indagini sul duplice omicidio – su particolare spinta dell’allora capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera – si concentrarono ostinatamente sulla pista passionale, ignorando quegli elementi che già il 6 agosto avrebbero dovuto indicarne la vera causale. A cominciare dalla relazione di servizio dell’agente Domenico La Monica (collega di mio zio), in cui si parlava delle attività svolte da Nino fuori dal servizio per la ricerca di noti latitanti come Totò Riina e Bernardo Provenzano.
La cosiddetta “pista Aversa” era assolutamente “forzata ed irrazionale”.
“È davvero arduo – scrive la Corte – ritenere che in buona fede, a fronte di tali manoscritti, del loro contenuto intrinseco e dell’epoca di loro formazione, gli investigatori possano aver accreditato, peraltro in via esclusiva, la tesi di un omicidio sostanzialmente passionale, legato a ‘questioni di donne’, fondato su un rancore mantenuto per così tanti anni e talmente radicato da giustificare addirittura un duplice omicidio commesso con modalità così eclatanti ed efferate, ai danni di un poliziotto e della sua giovane moglie, in un territorio soggetto a capillare controllo mafioso”.
Se ciò non bastasse, vi è un’altra singolare analogia tra il depistaggio Agostino e il depistaggio di via D’Amelio, ed è contenuta nel verbale di riconoscimento fotografico di mio nonno Vincenzo, risalente al 9 agosto 1990. Per indurre mio nonno a identificare il soggetto biondastro avvistato a Villagrazia di Carini nel luglio 1989 (successivamente identificato come Giovanni Aiello, detto “Faccia da Mostro“), la Squadra Mobile guidata da Arnaldo La Barbera gli mostrò, tra le varie foto, quella di 𝐕𝐢𝐧𝐜𝐞𝐧𝐳𝐨 𝐒𝐜𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢𝐧𝐨. Se mio nonno, in un momento di confusione, avesse indicato il volto di Scarantino, si sarebbe avviato lo stesso identico depistaggio avvenuto due anni dopo per la Strage di via D’Amelio, sempre per opera dello stesso regista.
Per concludere, ecco uno stralcio della sentenza Scotto. Noi ne parliamo da 𝟑𝟕 𝐚𝐧𝐧𝐢
“Orbene, ritiene la Corte che le dichiarazioni dei predetti collaboratori, tutte perfettamente convergenti sui rapporti tra i MADONIA e SCOTTO Gaetano con rappresentanti delle istituzioni e, in particolare, dei servizi segreti, nonché, assai significativamente, sulla presenza di taluni di essi in vicolo Pipitone (con riferimento specifico a LA BARBERA Arnaldo, CONTRADA Bruno e AIELLO Giovanni) valgano certamente a riscontrarsi reciprocamente, costituendo un solidissimo quadro probatorio sul punto.
A ciò si aggiunga che risultano acquisiti, oltre quelli sopra già esaminati, ulteriori significativi riscontri alle dichiarazioni dei predetti collaboratori.
Innanzitutto, con riguardo alla posizione del dott. Arnaldo LA BARBERA non può non evidenziarsi che, come sopra già esposto (ved. par. 2 della presente sentenza), risulta ormai documentalmente accertato che questi, pur nel periodo in cui prestava servizio nella Polizia di Stato, era stato anche un collaboratore dei Servizi di Sicurezza e, più specificamente, dal 1986 al 1988 aveva collaborato con il SISDE con il nome in codice “RUTILIUS” (cfr. doc. prodotti ud. 10/6/2022 ed acquisiti all’ud. 24/6/2022).
E non v’è chi non veda come tale circostanza offra un riscontro logico assai rilevante al quadro probatorio sopra rappresentato, apparendo evidente che nel contesto generale dei collegamenti tra i MADONIA ed i servizi segreti si inseriscano perfettamente anche i rapporti con il predetto alto funzionario di Polizia.
Del resto, devono sul punto richiamarsi tutte le emergenze che attestano l’accantonamento da parte del LA BARBERA, nella immediatezza delle indagini, della pista “mafiosa” a vantaggio della davvero inconsistente pista “passionale” (c.d. pista “aversa”): indubbio essendo che tali condotte, altrimenti inspiegabili, siano invece logicamente in linea con i rilevati rapporti tra il predetto funzionario di polizia ed i vertici del mandamento di Resuttana (par. 2 della presente motivazione).
Né può sottacersi che, pur in un contesto diverso da quello oggetto del presente processo, il dott. LA BARBERA risulta essere stato già coinvolto in una ormai ben nota e giudiziariamente accertata attività di depistaggio, in particolare riguardante la strage di via D’Amelio in pregiudizio del magistrato dott. Paolo Borsellino e dei componenti della sua scorta, avvenuta, come è notorio, in data 19 luglio 1992 (sul punto, cfr. le risultanze consacrate nelle sentenze del processo cd. Borsellino quater, prodotte all’ud. 3/12/2021): e tale circostanza, seppur priva di un rilievo probatorio diretto sui fatti di causa, rende, tuttavia, vieppiù ambigua la sua posizione nel (diverso) depistaggio relativo alle indagini sull’eccidio in contestazione.”
“Come in parte già visto nella superiore trattazione, dalle dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia emerge una possibile ragione ulteriore a fondamento dell’omicidio dell’agente AGOSTINO, legata in particolare ad alcuni rapporti che “cosa nostra” – e più specificamente, per quanto in questa sede rileva, la cosca dei MADONIA e l’odierno imputato SCOTTO Gaetano – intratteneva con esponenti delle Forze dell’Ordine, anche collegati ai Servizi di Sicurezza dello Stato.
In realtà, deve subito evidenziarsi che, come sarà evidente dalla successiva esposizione, non si tratta certo di una causale alternativa alla prima e, tantomeno, di una causale che valga ad escludere la sicura matrice mafiosa dell’eccidio.
A ben guardare, infatti, anche 𝐭𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐫𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐮𝐥𝐭𝐞𝐫𝐢𝐨𝐫𝐞 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐮𝐩𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀ 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐬𝐭𝐢𝐠𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐬𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥’𝐀𝐆𝐎𝐒𝐓𝐈𝐍𝐎 𝐧𝐞𝐥 𝐜𝐮𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐑𝐞𝐬𝐮𝐭𝐭𝐚𝐧𝐚, 𝐨𝐬𝐬𝐢𝐚 𝐢𝐧 𝐯𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐏𝐢𝐩𝐢𝐭𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐝𝐢𝐧𝐭𝐨𝐫𝐧𝐢: sì da apparire pur sempre direttamente riferibile alla tutela degli interessi di quel mandamento, governato dal clan MADONIA, del quale era una diretta emanazione l’odierno imputato SCOTTO Gaetano.
In particolare, deve innanzitutto farsi riferimento alle dichiarazioni di PAGANO Oreste, sopra riportate ed alle quali si rimanda integralmente.
Per quanto in questa sede rileva, il collaboratore ha riferito che il poliziotto era stato ucciso perché <<𝒗𝒐𝒍𝒆𝒗𝒂 𝒓𝒊𝒗𝒆𝒍𝒂𝒓𝒆 𝒊 𝒍𝒆𝒈𝒂𝒎𝒊 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒎𝒂𝒇𝒊𝒂 𝒄𝒐𝒏 𝒂𝒍𝒄𝒖𝒏𝒊 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒐𝒏𝒆𝒏𝒕𝒊 𝒍𝒂 𝑸𝒖𝒆𝒔𝒕𝒖𝒓𝒂 𝒅𝒊 𝑷𝒂𝒍𝒆𝒓𝒎𝒐>>.
E’ facile osservare, pertanto, come la dichiarazione del PAGANO non disconosca certamente, ma anzi confermi, la matrice mafiosa del delitto, correlando l’omicidio alla esigenza di mantenere nascosti taluni rapporti instaurati dalla “mafia” con soggetti istituzionali, appartenenti alla Questura di Palermo.
Ed a conferma di ciò, lo stesso PAGANO indica espressamente quali autori dell’omicidio soggetti certamente appartenenti alla compagine mafiosa (seppure da lui neppure conosciuti), ossia un “MADONIA” e proprio l’odierno imputato SCOTTO Gaetano.
Del resto, se questa era l’esigenza sottesa all’omicidio dell’AGOSTINO, ossia mantenere segreti quei rapporti, 𝐞̀ 𝐨𝐯𝐯𝐢𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐥𝐮𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐢 𝐧𝐞 𝐟𝐨𝐬𝐬𝐞 𝐯𝐞𝐧𝐮𝐭𝐨 𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐞𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐳𝐢𝐨𝐭𝐭𝐨: 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐞𝐠𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀ 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐬𝐭𝐢𝐠𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐢𝐧 𝐯𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐏𝐢𝐩𝐢𝐭𝐨𝐧𝐞, 𝐜𝐡𝐞, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐢𝐦𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐬𝐢 𝐯𝐞𝐝𝐫𝐚̀, 𝐞𝐫𝐚 𝐭𝐞𝐚𝐭𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐢 𝐭𝐫𝐚 𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐨𝐬𝐢 𝐞𝐝 𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢.
Orbene, 𝐜𝐡𝐞 𝐞𝐟𝐟𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐥’𝐚𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐀𝐆𝐎𝐒𝐓𝐈𝐍𝐎 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐚 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐯𝐞𝐧𝐮𝐭𝐨 𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 “𝐢𝐧𝐧𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐢” 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐢 𝐭𝐫𝐚 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐜𝐚 𝐌𝐀𝐃𝐎𝐍𝐈𝐀 𝐞 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐅𝐨𝐫𝐳𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐞, 𝐢𝐧 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢 𝐬𝐞𝐠𝐫𝐞𝐭𝐢, risulta confermato da una serie di univoche e convergenti emergenze probatorie.
In linea generale, deve dirsi che dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia – anche storici appartenenti alla mafia e comunque aventi ruoli di rilievo nell’organizzazione criminale, sì da risultare indubbia la loro capacità di avere siffatte informazioni su una “famiglia” altrettanto storica e di elevato “rango” mafioso, quale quella dei MADONIA – emergono i rapporti che questi ultimi avevano da sempre intrattenuto con esponenti delle Forze dell’ordine ed anche dei Servizi di Sicurezza.
“Lo stesso collaboratore (GALATOLO Vito), diversamente da quanto sopra esposto in ordine alla presenza in vicolo Pipitone del CONTRADA e dell’AIELLO, ha riferito nel corso delle diverse dichiarazioni che le proprie conoscenze sul dott. Arnaldo LA BARBERA (all’epoca, capo della squadra mobile di Palermo), derivavano essenzialmente dalle informazioni fategli dallo zio GALATOLO Giuseppe: ciò che peraltro conferma ulteriormente la assoluta genuinità delle propalazioni del collaboratore, il quale, senza alcuna indiscriminata generalizzazione, dimostrando di voler riferire soltanto circostanze realmente a propria conoscenza, ha spontaneamente distinto quanto direttamente constatato da quanto invece appreso de relato.
Dal predetto congiunto, in particolare, aveva saputo che il LA BARBERA frequentava vicolo Pipitone ed era a libro paga dei MADONIA perché “gli piaceva mangiare” (int. 21/11/2014; cfr. anche inc. probatorio 19/1/2016, ad esempio: <<…era nel libro paga della famiglia di Resuttana, nel mandamento di Resuttana dei Madonia e era una persona corrotta che faceva pure delle situazioni di corruzione, cioè era a disposizione della famiglia del mandamento di Resuttana>>).
Orbene, tali dichiarazioni trovano pieno riscontro in quelle rese da ONORATO Francesco, il quale non solo ha confermato, in linea generale, la sussistenza di rapporti tra i MADONIA ed i servizi segreti, per come era da sempre risaputo in “cosa nostra”, ma più specificamente ha indicato quali soggetti istituzionali che tali rapporti intrattenevano:
il dott. LA BARBERA, nei cui confronti ad un certo punto era stato anche prospettato in “cosa nostra” un progetto omicidiario, che poi non aveva avuto seguito per l’opposizione di Nino MADONIA che <<non lo voleva toccato>> [ud. cit., pag. 14 e segg.: <<Ma era risaputo che tutta Cosa Nostra, poi queste cose diciamo che sono un po’ sbiadite con la collaborazione di Buscetta, di Mannoia e poi successivamente di tutti gli altri, ma prima si parlava apertamente in Cosa Nostra che i Madonia avevano rapporti con i Servizi Segreti, con le istituzioni, poi aveva rapporti, per come ne ho parlato in altri processi, con La Barbera, con altri, insomma, di cui io ne ho parlato anche in altri processi (…) Ma perché si sapeva in Cosa Nostra, per come ho detto e di come loro si vantavano di avere questi rapporti, quindi era una cosa risaputa. Poi c’è stato un periodo che si doveva uccidere La Barbera perché aveva un po’ girato le spalle, poi… oppure perché magari sapeva troppo, oppure… poi io l’ho seguita questa cosa fino ad un certo punto, poi mi hanno arrestato ed è stato accantonato il fatto che si doveva uccidere La Barbera alla Perla del Golfo, lì a Terrasini. (…)); cfr anche pag. 17, ove il collaboratore riferisce che di tali rapporti del La Barbera con il Madonia aveva avuto conferma anche da Galatolo Pino];”.
Nino Morana
foto copertina di Shobha Battaglia.
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