Dopo i campi profughi, la valle della Bekaa e il viaggio nel Sud del Libano, il sesto giorno del reportage riporta la delegazione nei luoghi più dolorosi di Beirut. Dalla commemorazione di Sabra e Chatila alle macerie di Dahiyeh, la storia non appare più lontana: assume i volti dei bambini uccisi, attraversa il corteo dei sopravvissuti e riemerge nel vuoto lasciato dagli edifici distrutti. Guardare, ascoltare, ricordare e raccontare diventano così un dovere contro il silenzio.
di Enzo Infantino (Diario dal Libano 6° giorno) – Questa sera faccio fatica a mettere in ordine i pensieri. È stata una giornata lunga e intensa, una di quelle che, alla fine, ti lasciano addosso qualcosa che non riesci facilmente a raccontare.
Provo comunque a farlo, perché credo che alcune cose, soprattutto quelle che abbiamo visto oggi, debbano essere raccontate.
Questa mattina pioveva a Beirut. Siamo partiti per partecipare alla commemorazione della strage di Sabra e Chatila.
Entrando nel teatro del Comune di Ghobeiri, ho avuto subito la sensazione di trovarmi dentro qualcosa che andava oltre una semplice cerimonia. La sala era piena di palestinesi arrivati dai campi profughi e di rappresentanti della società libanese e palestinese.
In prima fila erano presenti il sindaco di Ghobeiri, esponenti di Hezbollah e dirigenti palestinesi.
Guardavo le persone intorno a me e pensavo a quanta storia, quanto dolore e quante memorie personali fossero racchiusi dentro quella sala.
Sul grande schermo hanno cominciato a scorrere le immagini della guerra. Poi sono arrivati i bambini: tanti volti di bambini uccisi nel Sud del Libano dai bombardamenti israeliani.
Non riesco a descrivere quello che ho provato. Mi sono rimasti impressi soprattutto i loro volti. Bambini che non conosceranno mai il futuro che avrebbero potuto avere.
In quel momento ho pensato che la guerra, quando viene raccontata attraverso numeri e notizie, rischia di diventare qualcosa di astratto. Ma quando guardi il volto di un bambino, tutto cambia.
Poi sono iniziati gli interventi.
Quando è arrivato il momento di Mirca Garuti, della nostra associazione Per non dimenticare, ho sentito ancora più forte il significato della nostra presenza in Libano.
Non eravamo soltanto spettatori. Eravamo lì anche per portare la nostra testimonianza.
Dopo gli interventi siamo usciti dal teatro e ci siamo uniti al corteo. Abbiamo percorso insieme le poche centinaia di metri che separano il teatro dal luogo del memoriale, dove riposano le vittime del massacro.
Guardavo le bandiere, i cartelli con i volti di alcuni dei martiri e le persone intorno a me. C’erano consapevolezza e una grande volontà di esserci, ricordare e non permettere che quella storia venisse cancellata.
In quel momento ho sentito tutta la distanza che ci separa da quei giorni del 1982 e, contemporaneamente, quanto quel dolore sia ancora presente tra i sopravvissuti al massacro.
Poi siamo andati a Dahiyeh.
E lì la guerra ci è venuta incontro in un altro modo.
Attraversando le strade della periferia meridionale di Beirut, ci siamo trovati improvvisamente davanti a palazzi sventrati, edifici abbattuti e muri spezzati.
Non erano più immagini viste su uno schermo. Erano davanti a noi.
Il nostro accompagnatore ci ha raccontato che sono oltre cinquanta gli edifici distrutti o gravemente danneggiati. Ci ha detto che, quando la guerra sarà finita, verranno ricostruiti, come accadde dopo il 2006.
Ascoltavo e pensavo a quanto fosse strano parlare di ricostruzione mentre intorno a noi c’erano ancora le macerie.
Poi siamo arrivati davanti a quel cratere.
Dove prima sorgeva un palazzo, ora c’è soltanto un enorme vuoto.
Il nostro accompagnatore ci ha spiegato che lì si trovava l’edificio colpito due anni fa dalle bombe perforanti sganciate dagli aerei da guerra israeliani, che provocarono la morte di Hassan Nasrallah, allora segretario generale di Hezbollah.
Non so perché, ma quel vuoto mi ha impressionato più di qualsiasi altra immagine vista durante la giornata.
Forse perché riesco a immaginare, anche soltanto lontanamente, che lì prima c’era un edificio, c’erano persone e si svolgeva la vita quotidiana. Ora non c’è più nulla.
Mentre guardavo quel cratere, mi sono tornate in mente le immagini dei bambini proiettate nel teatro. Poi il memoriale di Sabra e Chatila.
Tutto sembrava collegarsi.
Sabra e Chatila, Dahiyeh, Gaza, la Cisgiordania e il Sud del Libano.
Luoghi diversi e tempi diversi, ma sempre la stessa domanda che continua a tornare:
quanto dolore può sopportare una popolazione?
Questa sera, mentre scrivo, mi rendo conto che ciò che porterò con me da questa giornata non saranno tanto i discorsi ascoltati, quanto le immagini.
I volti dei bambini sullo schermo. Le persone che camminavano nel corteo. Il memoriale. I palazzi distrutti. Quel grande cratere.
E, soprattutto, la sensazione di essere stato, per un giorno, dentro una storia che troppo spesso guardiamo da lontano.
Forse è proprio questo il senso del nostro essere qui con l’associazione Per non dimenticare.
Guardare.
Ascoltare.
Ricordare.
E poi raccontare.
Perché oggi, più che mai, ho sentito che dimenticare sarebbe un’altra forma di silenzio.
Continua il reportage “Diario dal Libano” di Enzo Infantino, autore delle foto pubblicate.

Diario dal Libano, giorno 5: nel Sud tra occupazione, campi profughi e resistenza


















