C’è un’Italia che sembra aver smarrito il senso delle proprie priorità. Un Paese nel quale si trovano risorse per costruire nuove carceri, rafforzare i dispositivi di controllo, mobilitare uomini e mezzi per presidiare i territori, ma si fatica a trovare risposte concrete al bisogno di case, lavoro, scuola, servizi e dignità. Un’Italia al contrario, nella quale il disagio sociale viene sempre più spesso trattato come un problema di ordine pubblico, anziché come il segnale di una crisi profonda che attraversa le nostre città e i nostri quartieri.
È un’Italia che sembra avere sempre meno voglia di ascoltare e sempre più fretta di reprimere.
Eppure, nei quartieri, esistono movimenti sociali, associazioni, comitati, esperienze di mutualismo e realtà vere e vitali che da anni attraversano i territori, spesso lontano dai riflettori, costruendo relazioni, solidarietà e risposte concrete ai bisogni delle persone. Sono realtà che continuano a vivere anche nella rabbia, nella protesta, nel conflitto. Perché la rabbia non nasce dal nulla: ha radici nell’abbandono, nella precarietà, nell’assenza di prospettive, nella distanza sempre più evidente tra chi governa e chi vive quotidianamente le contraddizioni delle periferie.
Liquidare tutto questo come un problema di sicurezza significa non voler vedere la realtà.
Le proteste degli autotrasportatori contro il caro benzina e quelle dei giovani che denunciano il costo sempre più insostenibile della scuola, in un Paese che non offre loro adeguate prospettive di lavoro, raccontano due facce della stessa crisi. Da una parte, lavoratori e categorie produttive schiacciati dall’aumento dei costi, dall’altra, ragazze e ragazzi ai quali si chiede di investire sul proprio futuro senza garantire loro un futuro.
È una contraddizione enorme: si chiede ai giovani di studiare, formarsi, rispettare le regole, ma poi si consegna loro un orizzonte fatto di precarietà, salari insufficienti, disoccupazione e disuguaglianze. Si chiede agli autotrasportatori di continuare a lavorare mentre il costo del carburante mette a rischio la sostenibilità stessa della loro attività. Si pretende pazienza da chi non ha più margini per aspettare.
E quando queste contraddizioni esplodono nelle piazze, la prima risposta sembra essere quella della repressione.
Si grida alla violenza dei ragazzini, si condannano le manifestazioni, si invoca il ripristino dell’ordine. Ma perché non guardare anche alla violenza delle istituzioni? Quella meno visibile, ma non per questo meno concreta, che si manifesta quando si nega il diritto a una casa, quando si smantellano le possibilità di riscatto sociale, quando si lascia una generazione senza prospettive, quando si trasforma la povertà in una colpa e il dissenso in una minaccia.
La violenza non è soltanto quella che si vede nelle immagini di una piazza. Esiste anche una violenza sociale, economica e istituzionale che produce esclusione, umiliazione e disperazione.
Di fronte a questo scenario, le risposte annunciate sembrano andare in una direzione ancora più preoccupante: droni per il monitoraggio aereo, veicoli blindati leggeri Lince e 500 paracadutisti della Folgore chiamati a presidiare il territorio. Un dispiegamento di mezzi e uomini che restituisce l’immagine di uno Stato pronto a controllare, sorvegliare e contenere, ma che non sembra altrettanto disposto ad ascoltare, comprendere e affrontare le cause profonde del disagio.
Non si tratta di negare la necessità della sicurezza, né di giustificare qualsiasi forma di violenza. Si tratta di ricordare che la sicurezza non si costruisce soltanto con i blindati, i droni e le divise. Si costruisce con le scuole aperte, con il lavoro dignitoso, con il diritto alla casa, con i presidi sanitari, con i servizi sociali, con gli spazi pubblici restituiti alla comunità. Si costruisce soprattutto attraverso la fiducia tra cittadini e istituzioni.
Un governo che non apre al confronto e al dialogo, che non prova a conoscere la complessità dei territori che è chiamato a governare, finisce per scambiare i sintomi per le cause. E così, invece di interrogarsi sulle ragioni della protesta, si concentra sulla gestione dell’emergenza; invece di investire sulle comunità, investe sul loro controllo; invece di riconoscere il valore delle esperienze sociali che animano i quartieri, rischia di considerarle un ostacolo da neutralizzare.
Ma i quartieri non sono territori da occupare. Sono luoghi abitati da persone, storie, bisogni, desideri e conflitti. Sono spazi nei quali, nonostante tutto, continuano a nascere esperienze di partecipazione, solidarietà e organizzazione collettiva. Sono laboratori di cittadinanza che andrebbero riconosciuti e coinvolti, non marginalizzati o criminalizzati.
La vera domanda, allora, è quale idea di Paese stiamo costruendo.
Un Paese che risponde alla crisi abitativa con nuove politiche per garantire il diritto alla casa oppure che continua a lasciare migliaia di persone senza un’abitazione dignitosa? Un Paese che affronta la povertà educativa e la mancanza di lavoro oppure che si limita a presidiare le strade? Un Paese che considera i giovani una risorsa da ascoltare oppure una generazione da sorvegliare?
Perché mentre si discute di nuove carceri, interi pezzi di società chiedono case. Mentre si mobilitano apparati di sicurezza, ci sono quartieri che chiedono scuole, trasporti, spazi di aggregazione e opportunità. Mentre si annunciano operazioni di controllo, ci sono persone che chiedono semplicemente di poter vivere senza essere schiacciate dal costo della vita.
Più carceri e meno case: questa è la fotografia di un Paese che rischia di confondere la giustizia con la punizione, la sicurezza con il controllo e il governo con la gestione dell’emergenza.
La politica dovrebbe avere il coraggio di fare il contrario: meno propaganda securitaria e più investimenti sociali, meno militarizzazione dei conflitti e più partecipazione, meno indifferenza e più ascolto.
Perché una società che non sa ascoltare la propria rabbia finirà inevitabilmente per temerla. E uno Stato che vede nei propri giovani soltanto un problema di ordine pubblico ha già smesso di interrogarsi sul proprio futuro.
L’Italia non ha bisogno di blindare i suoi quartieri. Ha bisogno di riaprirli alla vita, alle opportunità, ai diritti e alla speranza. E soprattutto ha bisogno di tornare a riconoscere nelle persone che li abitano non un’emergenza da gestire, ma una comunità con cui costruire il futuro.



