“Si vive con una attenzione che si può comprendere quando sai che ogni giorno c’è un almeno un morto ammazzato, a volte due, a volte anche tre. Ed è una catena che non si spezza mai, sembra inarrestabile. Ma non ci si rende conto di quello che sta succedendo. Si vive la cronaca giorno per giorno, sapendo che però qualcosa in quel mondo sta succedendo, sta cambiando. E però si fa cronaca, si lavora, si scrive sapendo di tenere sempre alta la tensione, perché con tutto quello che succede, che può succedere, si capisce che si preannunciano scenari complicati, devi stare sempre attento a non a non perdere la battuta e quindi si vive male in una città in fiamme, costantemente in fiamme. Passano gli anni, un anno, 2 anni, 3 anni, 4 anni e non si ferma mai. Per cui alla fine Palermo diventa, secondo una definizione secondo me molto efficace, “palcoscenico del mondo”, perché tutto il mondo guarda alle vicende palermitane, tant’è che siamo inondati di cronisti stranieri, televisioni, giornali, ma spesso per un periodo lungo, lungo 30 anni e ancora non è finita perché ancora pensiamo ci sono le inchieste in corso sulle stragi del ’92 e ancora non sappiamo nulla, o meglio, forse lo sappiamo, però non ce lo vogliono dire.”
“L’idea nasce molto lontano, negli anni in cui appunto facevo il cronista e ogni giorno c’era qualcosa da scrivere e questo per tanti, per lunghi anni. Scrivevo da cronista, il linguaggio asciutto e secco del cronista che è un linguaggio efficace, quello che si deve usare per raccontare queste cose e usciva un saggio ogni giorno, c’era un saggio sempre su la mafia, ma tanti. Però il saggio ha il linguaggio giornalistico, bene o male è un maxi inchiesta giornalistica in linea generale. Eh, l’idea è venuta “perché non scrivere queste cose in un unico blocco, in un unico contesto”. Sono in fondo storie legate dallo stesso filo, anche se fatti differenti e solo che non puoi di punto in bianco decidere di scrivere un romanzo. Il romanzo non si inventa così. Mi è capitata sotto gli occhi casualmente una celebre frase attribuita a Stephen King, il famoso scrittore americano, che dice “Se vuoi scrivere un romanzo devi leggerne almeno 100” il che non è proprio un incentivo a scrivere romanzi, però l’idea mi ha mi ha sedotto. Ho cominciato a leggere romanzi che non avevo mai letto, se non saltuariamente. Ho cominciato a leggere romanzi e mi si è aperto un mondo assolutamente sconosciuto, ma affascinante, pieno di seduzione perché il romanzo permette una libertà creativa che il saggio non ti permette di di avere, perché tu col saggio sei vincolato ai fatti. Il romanzo ci permette di costruire mondi, personaggi, dialoghi, scene. Io racconto fatti rigorosamente autentici, però li racconto con un linguaggio, con un impostazione, uno stile che ha una musicalità secondo me differente rispetto al al saggio ed era esattamente quello che volevo fare.”
“Secondo me no. Assolutamente, proprio no. No. Potrebbe essere, come dire, una delle cause, uno dei motivi, ma non è non lo vedo assolutamente come il motivo determinante. D’altro canto Borsellino lo dice “sarà la mafia a uccidermi, ma non saranno i mafiosi a volermi morto” e non pensa all’imprenditore che paga la tangente. Il punto sta molto più in alto e quando si parla di queste cose dice “Vabbè, tu sei complottista, vedi dappertutto ombre nere, eccetera”. No, si tratta soltanto di un avere una minima capacità di ragionamento, di riflettere e di guardare le cose proprio così, così come sono, senza troppe dietrologie.”
foto copertina di Antonino Schilirò



