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Licei artistici, luoghi della memoria

by Redazione Web
19 Aprile 2022
in Arte
Reading Time: 7 mins read
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Credo davvero sia necessario sottolineare un cambio di rotta sostanziale sul rapporto tra il luogo della cultura – la Scuola – e il territorio cosiddetto di riferimento. Che non è un reperto geografico o toponomastico, direi piuttosto una sommatoria di accenti storici, culturali, di identità.

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E’ accaduto negli ultimi decenni che molti Istituti – in particolare quelli artistici – abbiano “smobilitato” la propria identità nominativa (di solito affidata a figure epiche della storia dell’arte – quanti Istituti Michelangelo, Raffaello, Caravaggio ci lasciamo alle spalle? –) per appropriarsi di riferimenti identitari di certo più vicini – non soltanto geograficamente – al proprio indirizzo, alla propria

memoria, al proprio percorso, alle proprie aspirazioni.

 

Ecco allora che i Licei artistici – cito specificatamente questi perché oggi ci occupiamo di questi – hanno recentemente fatto rete attorno ad uno spirito identitario di certo più marcato, intenso, evidenziato. Non è un caso allora che i vari Istituti Michelangelo, Raffaello, Caravaggio siano diventati – dopo un lungo percorso di “ripristino della memoria” – come nella specificità della nostra storia, l’Istituto Giovanni Colacicchi, l’Anton Giulio Bragaglia, il Vittorio Miele.

 

Solo per citare le tre entità più rappresentative del nostro territorio , Anagni, Frosinone, cassino, nella sequenza precedentemente indicata.

 

Ma non è uno spirito di preservazione o di risarcimento della propria memoria. O quanto meno non è soltanto questo. Non basta attribuire un nome per farne un simbolo o per contrassegnarne il senso. Credo che i tre artisti che abbiamo citato, Colacicchi, Bragaglia e Miele siano dei riferimenti peculiari e corrispondenti con quelle che sono – ma direi con quelle che sono state – le loro impronte territoriali, come se avessero contribuito – per presenza, per storia, per indirizzo – a “costruire” le linee guida di ognuno di questi Istituti.

 

Come se ogni artista fosse l’artefice, naturalmente involontario, di quel rapporto “coincidente” che negli anni si è alimentato tra lui e l’istituto che riconduce al suo nome.

 

Come se, nei casi in oggetto, ci fosse un naturale filo sottile capace di riannodare la storia di ognuno con il proprio territorio di riferimento. Che è storia di immagini, di umori, di tradizioni ripercorse e disfatte, di simbologie più o meno evidenti.

 

Giovanni Colacicchi era nato ad Anagni nel 1900 ma già a sedici anni è a Firenze, nello studio di Garibaldi Ceccarelli, pittore della corrente macchiaiola. Subito dopo la prima guerra – siamo negli anni venti del secolo scorso – ha un piccolo studio sul Lungarno e prende il via – lui è giovanissimo – una frenetica frequentazione del mitico caffè delle “Giubbe Rosse” riferimento artistico, culturale e politico della Firenze dell’epoca.  Pensate che a 24 anni dipinge “Melancolia”, una grande tela che ripercorre i temi metafisici cari a De Chirico.

E due anni dopo partecipa alla sua prima Biennale veneziana. Una storia artistica – quasi tutta consumata in Toscana – intensa, ricca di rapporti significativi, di incarichi prestigiosi, fino a farne figura di riferimento della pittura novecentesca italiana. Eppure credo, senza banali intendimenti, che la sua pittura – pur maturata per giudizi e approfondimenti  – non sia mai stata orfana di reperti, di indizi, di simboli comunque patrimonio di una memoria finanche territoriale, giovanile, contrassegnata da una dimensione onirica (soprattutto nell’età matura) che è fatalmente sintesi di un congiungimento ideale con la sua terra d’origine e con la storia di questa.

 

Lo testimoniano le solarità e i bagliori di certe opere della maturità;  lo ribadiscono le incalzanti relazioni pittoriche con la sua città nei dipinti giovanili: basti ricordare il paesaggio ANAGNI (1921) “in cui la lezione di Cezanne” ebbe a scrivere Franco Solmi nel 1983 “s’è come pietrificata nel presagio di un nuovo Romanico, tutte le componenti della poetica dell’evocazione  e della memoria, sono infatti presenti al massimo della tensione. Un’altra straordinaria opera giovanile ci riconduce a questo incontro costante con la propria origine. DONNA D’ANAGNI del 1930, questa figura a metà strada tra il metafisico e il somatismo di una maternità territoriale, di accenti e tracce direi quasi epifaniche. Come a dire – o a ribadire – che la pittura di Colacicchi (questo l’ho scritto qualche decennio fa…) ha radici salde che penetrano la terra antica. Come a dire – o a ribadire – che la sua pittura ha tratto linfa, sostegno, ispirazione da quella che mi piace definire “dimensione domiciliare” che il viaggio, la distacco, il trascorrere del tempo non hanno mai omesso.

 

Non è un caso che anche il Liceo Artistico di Frosinone abbia legato la sua identità storico-culturale ad un’altra figura di spicco dell’espressività novecentesca, Anton Giulio Bragaglia. Un destino oltremodo simile a quello che ha accompagnato le vicende umane e artistiche di Colacicchi. Era nato a Frosinone nel 1890 Anton Giulio Bragaglia ma ben presto il trasferimento della sua famiglia a Roma, in quel “centro del mondo” che sarà luogo straordinario di scorribande culturali, di ricerca, di sperimentazione.  “i miei fratelli prendono parte della mia vita come pezzi di me stesso” scriveva Anton Giulio “io sono me più loro, perciò posso sembrare più bravo di quello che sono. I miei fratelli sono tre: Arturo è un artista ma puro ingegno meccanico; Carlo Ludovico ha una sensibilità squisita; il terzo fratello è Alberto, mente geniale, vasta cultura, fantasia estetica di indirizzo rivoluzionario”. Come vedete una intera famiglia che sembra condividere – per ruoli e tendenze comunque indipendenti – una partecipazione comune, quella per l’arte ma direi soprattutto per l’applicazione di una inesauribile sperimentazione all’arte.

 

Un artista a tutto tondo, un indagatore visionario capace di “traslocare” le sue osservazioni nel campo della fotografia, della cinematografia, del teatro. Sposa idealmente e concretamente il progetto (se così possiamo definirlo) futurista e si fa anticipatore di temi e tesi che segneranno – non solo concettualmente – la storia della fotografia, attribuendo ad essa, alla fotografia, un ruolo paritario rispetto ad altre forme dell’espressività.  “Fotodinamismo futurista” è un volumetto che impone e suggerisce una visione davvero unica, sperimentale e rivoluzionaria su quelle che definiremmo le “proprietà della fotografia”. Scrive tra l’altro Anton Giulio Bragaglia: “ Noi vogliamo realizzare una rivoluzione, per un progresso, nella fotografia: e questo per purificarla, nobilitarla ed elevarla veramente ad arte. Rendere ciò che superficialmente non si vede” è la grande sfida. Una figura davvero unica nel panorama artistico del secolo scorso attraversandolo – per battiti inarrestabili – in ogni sua estensione, in ogni suo accadimento.

 

Lui, protagonista del Futurismo, lui turista non per caso nella Parigi della Bella Epoque, lui, regista prolifico della cinematografia novecentesca, lui osservatore e attore delle frenetiche mutazioni ha sempre mantenuto fede a quel senso di appartenenza territoriale, a quel “genius loci” mai omesso, anzi puntualmente rinnovato nei suoi scritti. “Questo discorso più sentimentale che geografico” ebbe a scrivere a tre anni dalla sua scomparsa, nel 1957 “benché scritto con aria di fantasia divagata, farà inorridire gli snobs che sdegnano il nome dei Ciociari temendo di essere riconosciuti cafoni. Io, che questo timore non ho, voglio essere detto ciociaro, giacchè sto a casa mia nelle capitali d’Europa, d’Asia e d’America, dove sono andato e tornato più volte in vita di ciociaro emigrante”. 

 

L’ultimo protagonista di questo nostro viaggio è Vittorio Miele a cui è stato intitolato di recente il Liceo Artistico della città di Cassino. In questo caso il rapporto dell’artista con l’istituto che porta il suo nome, ma direi con l’intera città, è certamente più marcato rispetto agli esempi precedenti. Probabilmente perché Vittorio Miele è stato testimone diretto, insieme a gran parte di quella comunità del dramma collettivo che vide protagonista la città di Cassino con i bombardamenti della seconda guerra mondiale che ne fecero teatro sconvolgente di morte, di terrore, di intolleranza.

Nato a Cassino nel 1926 Miele visse in prima persona i fatti bellici che segnarono la storia della sua terra. Miele affida alla ricerca pittorica il senso concreto e intimo della sua esistenza. Formatosi artisticamente nella Urbino dell’immediato dopoguerra inizia la sua attività espositiva a metà degli anni sessanta. Una attività che lo porterà in seguito – anche con lunghi soggiorni – in America, in Canada, nella ex Jugoslavia. A metà degli anni 80 del secolo scorso Vittorio Miele ci consegna un’ampia raccolta di opere che narrano il tempo ingrato della guerra.

 

Gli orrori, i drammi, l’insostenibile tormento che vide protagonisti migliaia di uomini e donne di quel territorio. La raccolta, alla quale intenzionalmente Miele affida il titolo di Testimonianza, sembra rimarcare con il linguaggio del segno e del colore la necessità di non dimenticare e di fare della propria esistenza di uomo e artista un piccolo cortile della memoria da cui attingere il senso e la sostanza di taluni errori-orrori che la civiltà contemporanea non dovrebbe (sottolineo non dovrebbe) più permettersi. Anche se i fatti recenti sembrano distogliere ancora una volta lo sguardo da quella testimonianza per immergerci in una condizione di rinnovato dolore.

 

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

 

 

 

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