Buone nuove sembrano finalmente giungere alla cittadinanza di Catania circa il destino dell’area degli Orti della Susanna, l’ultimo polmone verde rimasto in città, sovente minacciato dalla speculazione edilizia. Trattasi di una estensione di circa 18 ettari, in zona Cibali, formatasi a seguito della colata lavica del 1669, come conseguenza di un intensa attività effusiva del vulcano Etna che non trova precedenti nei secoli passati, salvo risalire alle epoche protostoriche, lasciando dei manti di lava che hanno favorito l’insediamento di numerose specie vegetali tipiche della macchia mediterranea, nonchè di esemplari faunistici che arricchiscono la biodiversità del luogo.
Quest’area verde contiene anche testimonianze di pregio lasciate dall’uomo nel corso della sua storia, come i muretti a secco riconosciuti patrimonio immateriale dell’umanità dall’UNESCO, le cavità sotterranee usate per l’edilizia e le opere di canalizzazione usate per l’rrigazione dei campi. Ne abbiamo parlato su Prima Linea News con l’Ing. Giuseppe Rannisi, presidente di LIPU Catania e parte del comitato che si batte per la salvaguardia di quest’area naturalistica.
Eravamo alla fine degli anni ’60 quando, a seguito del Piano Regolatore Generale (PGR Piccinato), l’amministrazione comunale di Catania destinò l’area degli Orti della Susanna alla realizzazione di un Centro Direzionale in cui avrebbero dovuto sorgere uffici amministrativi, caserme e ospedali, dopo l’acquisizione dei terreni da parte dei cavalieri del lavoro Francesco Finocchiaro, Carmelo Costanzo e Gaetano Graci, che istituirono appositamente un consorzio mirato all’apertura dei cantieri. Seguirono altre vicissitudini, quali il parere contrario all’apertura dei cantieri da parte della Commissione Edilizia del comune etneo e il conseguente ricorso al TAR da parte dei tre imprenditori. Nel frattempo, la situazione creditizia del consorzio andava peggiorando, come anche quella della Sicilcassa, la banca a suo tempo coinvolta nell’operazioe, al punto da costringere i cavalieri a mettere l’area verde in liquidazione coatta, sotto il controllo di Banca d’Italia, riducendo drasticamente il prezzo d’asta e rendendo potenzialmente agevole l’acquisizione dei terreni ad altri privati, col rischio che la piovra della speculazione edilizia potesse nuovamente tentare di estendere i suoi tentacoli. Nel contempo e fino alla fine dello scorso secolo, diversi cittadini continuarono a fruire di quest’area per coltivare varie specie di ortaggi, da cui il nome Orti della Susanna.
Proprio in questo frangente, gli Orti divennero il centro di un dibattito politico e istituzionale che vide a Catania la nascita spontanea di un comitato civico costituito da gente comune, ma anche da numerose associazioni per la protezione dell’ambiente e del sociale, nonchè da alcuni soggetti politici, sia locali che nazionali, tutti uniti per la salvaguardia e la valorizzazione di quest’area di rilevante pregio naturalistico e culturale. Per fortuna, stando alle cronache recenti, sembrerebbe che il comune di Catania abbia finalmente mostrato un’apertura circa la possibilità di riscattare l’area, con l’intento di sottrarla ai privati e favorendone l’utilizzo in nome della salvaguardia del verde pubblico: è quanto si evincerebbe dalle ultime dichiarazioni rilasciate dal sindaco di Catania Enrico Trantino, unitamente alla recente mozione del consiglio comunale approvata all’unanimità, che mira alla tutela degli Orti e a interventi per la loro rigenerazione. Trattasi di misure che, almeno per il momento, rimangono solo sulla carta, come fa notare Rannisi, ma che fanno ben sperare la cittadinanza, poichè la spesa da affrontare per l’acquisizione dell’area risulterebbe alla portata delle tasche comunali, malgrado pesanti deficit di bilancio pubblico segnati dagli anni passati.
Se correttamente gestiti, gli Orti della Susanna potrebbero davvero tramutarsi in un polmone verde capace di dare respiro a tutta la zona di Cibali, ormai caratterizzata da un’elevata densità abitativa. Rannisi riconosce realisticamente che il riscatto di questi 18 ettari non potranno risolvere il problema del verde a Catania, dal momento che occorrerebbero ancora 400 ettari di verde per consentire alla città il raggiungimento degli standard urbanistici, ma se vi aggiungessimo la proposta sulla realizzazione del parco di Vallone Monte Po – Acquicella, comprendente circa 200 ettari, unitamente all’utilizzo di altree aree verdi rimaste libere all’interno della città, c’è speranza di avvicinarsi ulteriormente agli indici di legge. L’auspicio è inoltre quello di consentire un coordinamento tra i vari gruppi che si sono battuti per il recupero degli Orti, affinchè si possa discutere sulla definizione di un progetto di valorizzazione del verde pubblico da approvare all’unanimità.
Per restituire la cifra naturalistica, geologica e culturale che contraddistingue gli Orti della Susanna, Rannisi ci fornisce una descrizione degli elementi di pregio presenti nell’area. Si parte dalla vegetazione che ha colonizzato gli affioramenti lavici, caratterizzata da specie tipiche della macchia mediterranea, quali alcuni tipi di querce, alaterni, bagolari, lentischi, terebinti, ecc.. Per quanto concerne la fauna, troviamo numerose specie di insetti impollinatori che, a loro volta, rappresentano un nutrimento per altri anelli della catena alimentare. Vi sono pertanto piccoli rettili come il “tiraciautu” (gongilo), che oggi rischia di scomparire, varie specie di serpenti, piccoli mammiferi terrestri come il topo di campagna, il ratto, il coniglio selvatico e la donnola, mammiferi volanti come il molosso di Cestoni (una specie di pipistrello che dimora negli anfratti dei palazzi che circondano l’area), e numerose specie di uccelli, compresi rapaci come la poiana e il gheppio. Una simile biodiversità è quindi indice di un ecosistema che negli anni si è ben consolidato e che, pertanto, va gelosamente protetto. Tralasciando l’aspetto biologico, sappiamo che sotto le lave degli Orti è presente una cava, conosciuta come “Grotta Lucenti“, che si articola in un dedalo non del tutto esplorato, in cui veniva estratta l'”agghiara”, una terra dal colore rossastro, tipica della zona e principalmente usata per la realizzazione degli intonaci esterni degli abitati. Molto importante, sul piano storico-culturale, è anche la presenza di muretti a secco, riconosciuti dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità, nonchè di un sistema di “saie” (canalette) in coccio, per secoli utilizzate per l’irrigazione. Allo scopo di salvaguardare queste opere, la Soprintendenza ai Beni Culturali di Catania ha individuato un’area di 7 ettari che è stata sottoposta al vincolo di “livello 3”, vietandone qualsiasi tentativo di edificazione e cementificazione, e ponendo le basi per la creazione di un grande parco pubblico.
Nel corso dell’intervista, Marco Giuseppe Toma ha ricordato alcune vecchie architetture tipiche dei borghi italiani meridionali, costruite sapientemente al fine di mantenere un equilibrio con la natura e contenere i danni provocati da eventi climatici estremi. Pertanto, Toma si chiede se, nel XXI secolo, dopo decenni di sconquasso edilizio e ambientale, si possa recuperare e rielaborare questa antica arte per ripristinare un equilibrio urbano che sembra ormai perduto. Rannisi raccoglie questa suggestione per parlare di architettura vernacolare, concepita prima dell’arrivo dell’omologazione edilizia imposta dal calcestruzzo e capace di adattarsi alle caratteristiche naturali del territorio. Esempi di questa architettura ci arrivano dai muri in pietra molto spessi, dalle piccole finestre, dal “coppo alla siciliana” usato per i tetti, dalle cassine e dai pergolati dei terrazzi, tutte soluzioni tipicamente adottate nelle regioni del sud per contrastare le alte temperature durante i mesi estivi. Altro esempio è quello dei tetti rivestiti da vegetazione nelle abitazioni del settentrione per mantenere la temperatura negli abitati. Secondo Rannisi, è quindi importante tornare a questa forma di architettura locale, senza necessariamente avvalersi dei materiali utilizzati nei secoli passati, altresì sfruttando le nuove tecnologie.
In conclusione, la possibile apertura da parte dell’amministrazione comunale catanese circa l’acquisizione e il recupero degli Orti della Susanna ribadisce che le mobilitazioni cittadine possono riuscire ad esercitare il loro potere sulle istituzioni. Come ci ricorda lo stesso Rannisi, a Catania rimangono ancora delle battaglie da vincere, come quella per la salvaguardia della Scogliera D’Armisi, minacciata da progetti di ampliamento portuale e speculazione edilizia. Pertanto, Prima Linea News non esiterà a puntare i riflettori anche su questo tema, fornendo pieno supporto alle istanze che provengono dal basso.





