Stefano Tamburini, giornalista. Sei stato premiato alla prima edizione del premio Pier Paolo Pasolini. Quali sono le sensazioni e quanto è importante un premio come questo oggi?
Il premio ha un’importanza che va molto oltre la cerimonia e le motivazioni date a ogni riconoscimento. Prima di tutto perché rilancia il messaggio del più grande intellettuale del Novecento, Pier Paolo Pasolini, uomo di sinistra certo ma che anche a sinistra aveva trovato feroci “avversatori”.
Utilizzo “avversatori” e non “avversari”, perché nella parola “avversari” c’è un riconoscimento di lealtà, in “avversatori” no. Rilanciare il messaggio di Pasolini in quanto tale e quel che si può ritrovare nel lavoro di scrittori e giornalisti è indispensabile per far risalire il livello della coscienza collettiva in fatto di diritti umani e civili. E anche della capacità di andare oltre la velina di Palazzo.
Qual è la situazione attuale del giornalismo in Italia?
Pessima, direi. Ovviamente non è il caso di generalizzare, perché per fortuna esistono ancora sacche di resistenza, lodevoli eccezioni in un panorama diffuso di marchettismo e servilismo. Ma prima ancora di parlare di giornalismo bisogna parlare di editoria nel suo insieme. Oggi non è vero che si leggono meno giornali, oggi è vero che si vendono meno giornali in edicola ma il mercato “nero” delle copie digitali è ancora più devastante della pirateria televisiva.
Ma se nel secondo caso può esserci l’alibi di prezzi insostenibili degli abbonamenti (e parlo di alibi e non di giustificazione, perché la migliore risposta sarebbe non abbonarsi invece di “rubare” i segnali con i “pezzotti”) nel caso dei quotidiani tutto questo è inammissibile. E anche qui ci sono colpe degli editori che a suo tempo hanno atteso che le piattaforme di vendita le costruissero altri che adesso fanno pagare un pedaggio pesante. Se invece avessero investito tutti insieme nel creare una rete di distribuzione in grado di massimizzare i proventi, adesso si potrebbero vendere pacchetti di dieci quotidiani al giorno a 5 euro con ampi guadagni per tutti. Senza ovviamente dare la possibilità di scaricare i pdf. Ma ormai è andata…
Ma i giornalisti cosa possono fare in questo contesto?
Anche qui il problema è molto complesso. Innanzitutto nessuno oggi può fare l’eroe. Io, come tanti colleghi della mia generazione, ho collezionato oltre un centinaio di querele e non sono mai stato condannato. I vari editori per i quali ho lavorato hanno però dovuto sostenere spese legali per affrontare tutti i giudizi. E lo facevano con la convinzione che quelle fossero spese necessarie per dare credibilità al prodotto, per lanciare un messaggio del tipo “noi non abbiamo paura di nessuno”.
Gli editori di oggi, invece, non vorrebbero spendere più un euro in avvocati, per cui quella che una volta era una medaglia (la querela di un potente) oggi viene vista come un problema. Il messaggio che passa è “caro potente, sono qui pronto a calarmi le mutande…”. Allora si tratta di cercare con più attenzione di smarcarsi dal marchettismo più diffuso, dalle interviste a pagamento ai sindaci fatte con l’inginocchiatoio. E presentate con la stessa grafica di una notizia normale. E qui Ordine dei giornalisti e sindacato dovrebbero essere più presenti, dovrebbero mettere paletti veri.
Libertà di stampa sempre più minata e controllata. Cosa si deve fare?
Non è semplice dare consigli in questo senso, da parte di chi – come me – ha percorso quasi un’intera carriera (non tutta ma quasi) senza tentativi di condizionamento in un gruppo editoriale che aveva il principe Caracciolo ed Eugenio Scalfari come fondatori e garanti di autonomia. Certo, c’era anche un punto di vista preciso ma era sempre molto onesto.
Era un gruppo editoriale di sinistra ma io, ad esempio, i problemi veri li ho sempre avuti con sindaci o presidenti di Regione di sinistra (o sedicenti tali, come nel caso di Vincenzo De Luca). Fatta questa premessa bisogna prima di tutto lottare per togliere ogni alibi agli editori, che adesso si dicono quasi costretti a reperire finanziamenti nel campo della pubblicità o del marchettismo. Esempi virtuosi, come quello del Post, che si finanzia con un mix equilibrato di pubblicità e abbonamenti, è in attivo e investe in ricerca, possono insegnare molte cose a testate più tradizionali che sono in perenne ritardo nello sviluppo digitale della varie piattaforme.
Dopo aver commesso l’errore di stare sui social al pari di tanti www.piripicchio.it adesso è difficile tornare indietro. Ma serve un aiuto vero dello Stato e non in fatto di prepensionamenti a pioggia ma di contributi mirati a un reale rinnovamento. Cominciando ad esempio a formare giornalisti partendo dalla ricerca delle notizie e non dal modo di tagliare un video. A uno che sa trovare notizie puoi sempre insegnare come si taglia un video. A uno che sa tagliare un video è difficile spiegare come si trova una notizia. Anzi, a capire quale sia la notizia.
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