C’è un detto che dice: dimmi come tratti i tuoi rifiuti e ti dirò chi sei. E guardando le strade di Isernia, la risposta è amara: una città ferita dall’incuria e dall’indifferenza dei suoi stessi abitanti.
La spazzatura non nasce da sola. E i sacchi abbandonati accanto ai cestini, sotto i lampioni o negli angoli più bui del centro storico non sono errori di sistema: sono gesti precisi, quotidiani, reiterati. Sono il simbolo di una città che ha smesso di rispettarsi.
Il servizio di raccolta differenziata, affidato a una ditta privata con regolare contratto con il Comune di Isernia, doveva rappresentare una svolta: un passo verso la civiltà, l’efficienza, la tutela dell’ambiente.
Ma quello che si vede ogni giorno è un’altra storia: sacchi abbandonati, cartoni gettati ovunque, televisori rotti, ferri arrugginiti e rifiuti ingombranti lasciati come se nulla fosse.




Un’azienda pagata con soldi pubblici, e quindi con i soldi dei cittadini, che non garantisce pienamente il servizio, non controlla, non interviene tempestivamente, non sanziona. Un sistema che si trascina tra disservizi e abbandoni, senza una strategia di educazione ambientale, senza campagne di sensibilizzazione, senza presenza sul territorio.
Ma sarebbe ipocrita fermarsi solo alla ditta. Il problema è anche, e soprattutto, dei cittadini. Perché nessun operatore può stare dietro a chi lascia il sacco dell’umido sotto un palo della luce, a chi scarica vecchie sedie e televisori nei vicoli del centro, a chi usa i cestini pubblici per la spazzatura domestica.
È l’immagine di una città che si è arresa, che non sente più la differenza tra pubblico e privato, tra decoro e degrado.
Un popolo che si lamenta delle istituzioni ma che poi getta la propria coscienza nel cassonetto, insieme ai rifiuti.





Basta camminare per piazza San Pietro Celestino V (definito il salotto della città), piazzetta Fascitelli o le traverse del centro storico per rendersi conto che la raccolta “porta a porta” è ormai solo sulla carta.
Le foto raccontano più di qualsiasi parola: un televisore abbandonato, un paraurti appoggiato al muro, sacchi ovunque.
Oggetti dimenticati come la dignità civica di chi li ha lasciati lì.
E mentre tutto questo accade, nessuno parla, nessuno controlla, nessuno interviene. Le istituzioni tacciono, l’azienda incassa, i cittadini scrollano le spalle.
E così la città affonda, lentamente, sotto la coltre viscida dell’abitudine.




Questo non è solo un problema estetico. È un problema economico, sanitario, sociale. Il Comune paga, i cittadini pagano, ma il servizio non è all’altezza.
E ogni sacco abbandonato rappresenta una doppia sconfitta: quella di chi non rispetta e quella di chi dovrebbe garantire e non lo fa.
Non basta indignarsi sui social o chiudere le finestre per non sentire la puzza. Serve una rivoluzione culturale, prima ancora che amministrativa.
Serve un Comune che controlli davvero, una ditta che rispetti fino in fondo il contratto, e soprattutto serve una cittadinanza che riscopra l’amore per la propria terra.





Perché la spazzatura non è solo quella nei sacchi: è quella dentro le coscienze di chi pensa che basti buttarla via per non vederla più. La raccolta differenziata a Isernia doveva essere un simbolo di civiltà.
Oggi è diventata la prova del contrario: una città che non differenzia più nemmeno tra giusto e sbagliato.
E finché continueremo a voltare lo sguardo altrove, non serviranno appalti, bandi o contratti: resterà solo il silenzio dei vicoli sporchi e la puzza dell’indifferenza.






