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Repubblica delle banane? Il 2 giugno tradito da chi dimentica democrazia e Costituzione

Dal voto del 2 giugno 1946 alla crisi della rappresentanza: una riflessione dura sullo stato della Repubblica italiana, sui valori dell’antifascismo, sulla memoria della Resistenza e sulla necessità di difendere oggi democrazia, libertà e Costituzione.

by Antonella Giordano
4 Giugno 2026
in Approfondimenti
Reading Time: 7 mins read
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Un commento al mio editoriale “2 giugno 1946, la Repubblica nata dal voto delle donne e dalla scelta del popolo” ( https://wordnews.it/2026/06/02/2-giugno-1946-la-repubblica-nata-dal-voto-delle-donne-e-dalla-scelta-del-popolo/) mi spinge a scrivere questa nota minima.

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Il lettore, che mantengo nell’anonimato, ha colto molto bene, ne deduco, la considerazione finale che ho espresso nel pezzo nel momento in cui con poche lapidare parole ha definito l’attuale repubblica una “repubblica delle banane”.

Nella mia chiusa “il 2 giugno 1946 della celebrazione deve oggi interrogarci sullo stato della democrazia italiana e sulla capacità delle istituzioni di rappresentare lo stato di diritto che il popolo italiano antifascista volle allora e desidera ancora per i propri figli, ossia uguaglianza sociale e concreta partecipazione democratica di tutti alla cosa pubblica per il bene comune.” ho, infatti, inteso esprimere un giudizio critico sull’attuale stato della democrazia e della libertà, valori fondanti la Repubblica per la cui affermazione hanno sacrificato la vita uomini, donne, bambini contro il regime fascista reo di infami delitti di stato e di aver ridotto il Paese ad una guerra scellerata.

La difesa dei valori fondanti della democrazia e della giustizia è un compito che riguarda tutti, un dovere per le istituzioni che la Repubblica la rappresentano in forza di un mandato ad essi conferito. E’, dunque, imbarazzante, che oggi occupino gli scranni delle massime istituzioni personaggi che attraverso il contegno, nelle espressioni di tutti i generi, e l’operato fanno della forma, voluta il 2 giugno del 1946 e costruita attraverso l’impegno di padri e madri costituenti, ciò che il lettore ha definito, convintamente, una repubblica delle banane.

Su quegli scranni siedono figuri imbarazzanti e inquietanti, siedono perché votati non dalla entità numerica pari a quella degli italiani e delle italiane del 1946 per dire NO a fenomenologie governative cui si è di giorno in giorno sempre più adesivi ma perché votati da un campione elettorale che si assottiglia ad ogni consultazione.

La Repubblica italiana nata dopo venti anni di lotta contro il fascismo, orrore che seminò sangue, fame e negazione della dignità umana, e due anni di guerra di liberazione, per garantire agli italiani democrazia e libertà rischia oggi la pericolosa “smemoranda”.

I numeri davano una dimensione delle proporzioni del sentimento popolare dell’epoca, un sentimento che ancora oggi è espresso con fedele immediatezza sono le immagini, le registrazioni amatoriali e ufficiali, le testimonianze di chi era presente nelle piazze gremite all’inverosimile e di chi volle lasciare alla memoria storica il sentire comune: la certezza che l’Italia, a forte componente analfabeta, ridotta alla fame, martoriata nei suoi principi di civiltà, umiliata dalla miopia e dalla supponenza dei decisori politici, sarebbe rinata presto consegnandosi ai posteri nella sua essenza migliore.

Gli Italiani riponevano fiducia nelle istituzioni e nelle forze politiche che della nuova forma di governo assumevano la maternità.

Il 2 giugno 1946 era la festa degli Italiani sopravvissuti agli orrori di una guerra mondiale il cui esito devastante era prevedibile, degli Italiani che credono nei valori della Repubblica, degli Italiani che nel giorno in cui venne proclamata sapevano che la grandezza di un Paese risiede in una forma di governo democratico in cui tutti abbiano pari dignità e in cui i loro rappresentanti cooperino tutti per l’affermazione e la salvaguardia del patrimonio statale come Bene comune.

Il NO fu espresso quel 2 giugno 1946 dopo quasi un secolo di mobilitazioni, battaglie culturali e impegno politico emancipazionista e a prezzo del sangue di vite umane trucidate anche, ripeto, dalle donne che dopo soffocamento delle lotte precedenti che le avevano viste scendere in campo, fecero sentire forte la loro idea di democrazia e libertà.

Ricordo che dopo il caso delle proto-elettrici del 1906 fomentate da Maria Montessori nel Proclama alle donne italiane, soffocato dal veto giurisdizionale e l’altrettanto fallito diritto di voto nel 1919, dopo l’abolizione dell’autorizzazione maritale firmata da Lodovico Mortara nella veste di ministro della Giustizia, lo spazio per i diritti venne cancellato dall’avvento del fascismo.

Ma le donne antifasciste il coraggio di dire NO lo manifestarono nella resistenza e per la Repubblica.

Di “no” le donne che hanno scritto la Costituzione ne hanno dovuti dire tanti, per difendere le «paroline» della Carta che avrebbero fatto tutta la differenza nel tempo a venire – le formule «senza distinzioni di sesso» (Lina Merlin) e «di fatto» (Teresa Mattei) dell’art. 3, per esempio – o per opporsi ad altre, come quelle sull’indissolubilità del matrimonio (Nilde Iotti).

Sono numerose e straordinarie le espressioni che definiscono cosa sia Repubblica. Dense di contenuti sono le parole delle persone che si sono adoperati per crearla. Ne riporto alcuni frammenti.

La Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal Parlamento, se è manomessa dai partiti verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà.
(Luigi Sturzo)

Bisogna che la Repubblica sia giusta e incorrotta, forte e umana: forte con tutti i colpevoli, umana con i deboli e i diseredati. Così l’hanno voluta coloro che la conquistarono dopo venti anni di lotta contro il fascismo e due anni di guerra di liberazione, e se così sarà oggi, ogni cittadino sarà pronto a difenderla contro chiunque tentasse di minacciarla con la violenza.
(Sandro Pertini)

Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. Quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi.
(Sandro Pertini)

E non meno emozionanti le espressioni contenute nei primi comunicati stampa. Il 6 giugno 1946 Mario Borsa sulle pagine del Corriere della Sera scriveva: Alla vigilia della storica decisione che il popolo italiano deve prendere” il direttore del «Corriere della Sera» scrive un editoriale in cui ripercorre i giorni di discussioni precedenti il referendum e.. Concludendo: tutto considerare, tutto valutare, tutto pesare, con calma e con serenità, senza quella paura stupida, inafferrabile, inconfutabile, morbosa, contagiosa che è là, inespressa e inesprimibile, in fondo all’anima di tanta, di troppa gente. Paura di che? Del nuovo perché nuovo? Qualunque cosa ci capiti domani non sarà mai così brutta, così disastrosa, così tragica come ciò che ci è capitato ieri. [..] Paura di che? Del famoso salto nel buio? Lo credano i nostri lettori: il buio non è né nella repubblica né nella monarchia. Il buio, purtroppo, è in noi, nella nostra ignoranza, o indifferenza, nelle nostre incertezze, nei nostri egoismi di classe e nelle nostre passioni di parte. Basterebbe avere un po’ di fede in noi stessi, nelle cose e nel Paese, per vedere chiaramente la strada da percorrere e come percorrerla. Noi non avremo nulla da temere da questa strada se sapremo tenere le mani sulla libertà che abbiamo riconquistata e se ci persuaderemo di una cosa sola: che libertà è coscienza e rispetto dei limiti.

La Repubblica Italiana per gli Italiani

Gli Italiani nel 1946 credevano nel cambiamento, riponevano fiducia negli uomini politici che si assumevano la responsabilità di operare perché non venissero tradite le istanze dei rappresentati.

Gli Italiani oggi debbono difendere contro i rigurgiti sovranisti la Repubblica Italiana in cui si realizzino i valori costituzionali e devono esigere che i loro rappresentanti depongano definitivamente le sclerosi ideol-demagogiche delle petizioni di principio e lavorino concretamente per il benessere sociale ed economico dei cittadini.

Dobbiamo oggi essere “resistenti” contro le minacce alla democrazia … come ebbe a dire Joseph Story nel suo contributo storico all’affermazione giuridica del concetto di repubblica, ricordare che le repubbliche “falliscono quando i saggi vengono banditi dai consigli pubblici, perché osano essere onesti, e gli sconsiderati vengono premiati, perché adulano la gente, in modo da poterla tradire”.


2 giugno 1946, la Repubblica nata dal voto delle donne e dalla scelta del popolo

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