In un intervento pubblicato sul blog “Discutiamone!” di Epidemiologia & Prevenzione, Pirous Fateh-Moghadam – epidemiologo di chiara fama membro dell’External Expert Advisory Board della Joint Action Prevent NCDs dell’Unione Europea e come membro dell’AIE particolarmente impegnato per la parità di genere e per il dibattito libero e democratico su questioni economiche, sociali e politiche – richiama l’attenzione sulla crescita della spesa militare mondiale e sui suoi effetti indiretti sui sistemi di welfare. Secondo i dati citati dall’autore, nel 2025 la spesa militare globale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, il valore più alto mai registrato dallo Stockholm International Peace Research Institute, con un aumento del 2,9% rispetto all’anno precedente e l’undicesimo anno consecutivo di crescita.
Il fenomeno riguarda anche l’Europa e l’Italia. L’Europa centrale e occidentale ha aumentato la spesa militare del 16% rispetto all’anno precedente e dell’80% rispetto al 2016, arrivando a 580 miliardi di dollari. L’Italia si colloca al dodicesimo posto nella classifica mondiale, con 48,1 miliardi di dollari spesi nel 2025, il 20% in più rispetto all’anno precedente e il 56% in più rispetto al 2016.
Il punto centrale dell’articolo è il rapporto tra riarmo e spesa pubblica non militare. Fateh-Moghadam cita il World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, secondo cui i boom di spesa militare sono seguiti nei tre anni successivi da una riduzione complessiva del 20% della spesa pubblica non militare, con effetti particolarmente rilevanti su sanità e sicurezza sociale. Viene richiamata anche una lettera pubblicata su The Lancet, secondo cui ogni aumento di un punto percentuale della spesa militare comporterebbe una diminuzione dello 0,62% della spesa sanitaria.
L’autore ricorda inoltre che già l’ISTAT, nel Rapporto sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile del 2023, aveva sottolineato il “costo-opportunità” della spesa per la difesa: a parità di risorse disponibili, ciò che viene destinato a una funzione non può essere impiegato per altre voci di bilancio. In Italia, sempre secondo quanto riportato dall’articolo, dal 2016 gli investimenti in difesa sono diventati nettamente prevalenti rispetto a quelli della sanità, considerando la sola componente degli investimenti.
La riflessione proposta da Epidemiologia & Prevenzione riguarda quindi anche la salute pubblica: l’aumento repentino e consistente delle spese militari non è neutro, perché può ridurre lo spazio finanziario per prevenzione, cure, istruzione e politiche sociali. In questa prospettiva, la scelta tra riarmo e rafforzamento dei servizi essenziali diventa una questione non solo economica e politica, ma anche sanitaria.
Fonte: Epidemiologia & Prevenzione, “Spese militari fuori controllo”, blog “Discutiamone!”, 27 maggio 2026






