A Termoli la scena è stata di quelle che sembrano scritte da un autore con il vizio della satira: premio consegnato, strette di mano, foto di rito e dopo arriva la ramanzina istituzionale. Il presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Molise, Vincenzo Cimino, “riprende” Vittorio Feltri appena finita la cerimonia per l’Onorificenza del Molise e della Fierezza Sannita, con un messaggio netto: in tv serve un linguaggio che non scivoli nel turpiloquio, perché ci sono anche i minori ad ascoltare.
Una presa di posizione pubblica: nel momento stesso in cui si celebra un volto del giornalismo italiano, si accende il riflettore sul lato più discusso del giornalismo-spettacolo.
Cimino (Odg Molise): “Obblighi etici e didattici: il turpiloquio non fa bene”
Cimino mette il punto su un tema che brucia: il linguaggio televisivo e la responsabilità di chi parla in Tv. Secondo il presidente dell’Odg Molise, troppe trasmissioni “scadono con un turpiloquio” e questo finisce per fare male “ai giornalisti e a chi ascolta”. Ma c’è un affondo ancora più interessante: i giornalisti “importanti” rischiano di essere ricordati non per “30, 40 e 50 anni” di carriera, ma “per le ultime apparizioni poco consone alla categoria”.
Il curriculum può essere gigantesco ma la reputazione oggi è fragile come vetro sottile. E in tv basta una frase storta per cancellare una biblioteca.
La risposta di Feltri: “Hai ragione… e voglio morire a Guardialfiera”
Feltri incassa e rilancia: “Hai ragione”, dice, aggiungendo che “bisognerebbe rivedere tante cose”, compresa la “disciplina dei giornalisti”.
Poi vira sull’identità e sul legame col territorio: “Io voglio tornare a Guardialfiera, voglio morire a Guardialfiera”. È una chiusura emotiva, quasi da cartolina esistenziale: il personaggio resta divisivo, ma qui prova a vestirsi di appartenenza, di radici, di ritorno.
“Com’è il Molise?”: tra crisi editoriale e orgoglio del Sud
Alla domanda sullo stato del giornalismo in regione, Cimino non fa sconti: “Da un punto di vista editoriale c’è molta crisi”. Eppure, nella stessa frase, rivendica: “il Sud regge bene”. Poi parte l’elogio della “testa” e della preparazione: meno mezzi, meno soldi, ma “più speranza e più capacità”.
È un ritratto realistico e insieme amaro. Feltri, dal canto suo, aggiunge un dato simbolico: “il 50 per cento dei giornalisti” avuti in redazione in oltre 50 anni “sono del Sud” e “sono i migliori”. Un complimento che suona anche come fotografia del paradosso italiano: il talento spesso parte perché a casa sua non trova le stesse condizioni.
Qui sta il punto che trasforma la cerimonia in “caso”: premiare un giornalista e, nello stesso evento, richiamarlo su etica e linguaggio significa ammettere che il problema esiste ed è visibile. E allora la domanda implicita (che la sala ha sentito, anche se non l’ha pronunciata) è questa: che cosa stiamo premiando davvero? La carriera lunga una vita, o il personaggio televisivo che fa rumore? L’autore o l’effetto?
In mezzo c’è la parola che Cimino ha messo sul tavolo: responsabilità.
Quella verso la categoria, verso chi guarda, e verso i ragazzi che imparano anche da ciò che passa in tv.
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