Vincenzo Infantino, attivista per i diritti umani. E’ stato premiato come Testimone del nostro Tempo alla IV edizione del premio nazionale Lea Garofalo. Quanto è importante oggi parlare di queste tematiche nelle scuole?
Molte volte sono stato invitato nelle scuole per parlare di diritti umani e di cultura della legalità. Mi piace confrontarmi con gli studenti. Racconto come è nato il mio impegno come volontario nel mondo del sociale e nei confronti di quei popoli costretti a fuggire dalla loro terra, ad abbondonare le loro casa a causa di conflitti, miseria e persecuzioni. Penso sia efficace parlare della propria esperienza per entrare in sintonia con i sentimenti dei giovani.
Provo a far crescere la consapevolezza dei valori di giustizia, uguaglianza e rispetto dei diritti umani e sociali.
L’educazione alla legalità e ai diritti umani aiuta a contrastare mentalità mafiose, bullismo, razzismo e altre forme di violenza sociale.
Parlare di storie come quelle che ho conosciuto nei campi profughi o di donne e uomini che hanno sacrificato la propria esistenza per affermare principi fondamentali come legalità e giustizia sociale stimolano i ragazzi a riflettere sul coraggio civile e sull’importanza delle scelte etiche.
In un mondo segnato da conflitti, migrazioni e disuguaglianze, sensibilizzare le nuove generazioni è cruciale per promuovere solidarietà e inclusione.
Lei opera in contesti di guerra internazionali. Dove ha operato fino ad oggi?
Già a tempi della scuola è maturata la coscienza rispetto ai temi della guerra e della pace nel mondo. Ho partecipato e organizzato a numerose manifestazioni. Poi ho iniziato il mio impegno come volontario nel 1999 in un campo profughi a Valona in Albania durante il conflitto nei balcani. A quella esperienza ne seguirono tante altre specie in Medio Oriente dove ho potuto toccare con mano la grande questione, ancora irrisolta, dei profughi palestinesi.
Sono stato praticamente in tutti i campi profughi: Libano, Striscia di Gaza, Cisgiordania e Siria. Ho visto gli effetti devastanti della guerra in Libano ma anche dentro la Striscia di Gaza ancora prima del genocidio. Le motivazioni che ancora mi spingono a recarmi in quei contesti difficili sono tante a partire dalla solidarietà politica verso le popolazioni il cui diritto al ritorno e all’autodeterminazione è sempre stato negato. Vivere da vicino quei luoghi, ascoltare le storie delle persone che aspirano ad una vita migliore e soprattutto alla pace, mi ha consentito di conoscere in profondità la natura di quei conflitti.
Cosa e come si vive in un contesto di guerra?
C’è una poesia molto significativa del drammaturgo e poeta tedesco Bertold Brecht: “La Guerra che verrà non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente”. In un contesto di guerra è sempre la povera gente che paga le scelte dei potenti della terra. In quei contesti le persone vivono in condizioni disumane. I campi profughi, quelli che noi conosciamo, sono agglomerati di piccole abitazioni nate in maniera disordinata e quasi sempre senza i servizi necessari. Li si comprende quanto sia elevata la capacità di resilienza degli esseri umani.
Perché, secondo lei, ancora nel 2025 si parla sempre di più di guerre e sempre meno di pace?
Ad oggi nel mondo ci sono 56 conflitti armati che coinvolgono più di 90 Paesi. Nel solo 2024 si sono registrati circa 233.000 vittime, il dato più alto dalla fine della Guerra Fredda.
Le notizie di conflitti attirano più attenzione rispetto a quelle sulla cooperazione. I media tendono a privilegiare ciò che genera emozioni forti, come paura e indignazione. Spesso i conflitti vengono raccontati in modo disinformato. La propaganda è una parte fondamentale di un conflitto. Dopo la pandemia e le crisi economiche globali, molti Paesi hanno visto crescere nazionalismi e tensioni territoriali. Le risorse strategiche (energia, acqua, tecnologia) sono sempre più contese, alimentando conflitti regionali. La sfiducia nelle istituzioni internazionali è aumentata.
Organismi come ONU o UE faticano a imporre soluzioni di pace. La polarizzazione politica e culturale rende più difficile il dialogo. Oggi le guerre non sono solo militari: cyberattacchi, disinformazione e sabotaggi economici sono forme di conflitto meno visibili ma costanti. Questo fa percepire un mondo “sempre in guerra”, anche senza fronti tradizionali. Gli accordi di pace e le iniziative diplomatiche sono processi lunghi e complessi, meno immediati da raccontare rispetto a un bombardamento o un attacco.
Dal 2003 aderisce al Comitato per non dimenticare Sabra & Chatila, abbracciando la causa del popolo palestinese e del Diritto al Ritorno. Anche in questo, in Italia, c’è molta propaganda ma pochi fatti. Cosa servirebbe fare concretamente secondo lei?
Ho abbracciato la causa Palestinese all’età di 16 anni. Rimasi colpito dalle immagini che provenivano da Beirut in particolare dai campi profughi di Sabra&Chatila. Quelle immagini raccontavano di circa tremila persone perlopiù palestinesi massacrati dalle falange armate con il sostegno dell’esercito israeliano che all’epoca, 1982, occupava militarmente il Libano.
Da allora ho iniziato a studiare il dramma di quel popolo e dal 2002 quasi ininterrottamente con l’associazione per non dimenticare nel mese di settembre vado in Libano. Ad oggi servirebbe che ai palestinesi venga riconosciuto il loro sacrosanto diritto a vivere in pace nella loro terra così come sancito da diverse risoluzioni delle Nazioni Unite.
A Palmi, nella sua città, è promotore di numerose iniziative civili e culturali contro la violenza e la subcultura mafiosa. Quanto ancora oggi incide, soprattutto in determinati contesti, la subcultura mafiosa? Cosa servirebbe per sconfiggere anche questa mentalità?
La subcultura mafiosa non è solo un fenomeno criminale, ma un sistema di valori distorti che si radica in alcuni contesti sociali, soprattutto dove mancano opportunità economiche, istruzione di qualità e fiducia nelle istituzioni. Ancora oggi, in alcune aree del Sud Italia (e non solo), questa mentalità incide in vari modi. In certi contesti, la mafia è percepita come “autorità” alternativa allo Stato, capace di garantire lavoro, protezione e “giustizia”.
La cultura del silenzio è ancora forte, alimentata da timore di ritorsioni e sfiducia verso la protezione statale.
Le mafie controllano settori chiave (appalti, rifiuti, edilizia, droga), creando dipendenza economica. In alcuni ambienti, il mafioso è visto come simbolo di potere e successo, soprattutto tra i giovani privi di alternative.
Investire in scuole, biblioteche, centri culturali, sport e arte. Promuovere esempi positivi e storie di chi ha scelto la legalità. Creare lavoro legale e stabile, soprattutto per i giovani. Incentivare imprese etiche e trasparenti. Giustizia rapida ed efficace. Protezione concreta per chi denuncia. Contrastare la narrativa che glorifica il mafioso. Valorizzare chi si oppone alla criminalità. Associazioni, movimenti, iniziative locali che creano comunità solidali. Educazione alla legalità fin dall’infanzia.





