Un’idea che torna: la democrazia smontata pezzo dopo pezzo
Come avevo previsto e raccontato in diversi post alcuni anni fa, la democrazia, così come si era strutturata nel primo dopoguerra, viene progressivamente smantellata. Non con un colpo secco, ma con una serie di piccole torsioni: una regola aggirata, un controllo indebolito, un diritto trasformato in eccezione. E alla fine ti accorgi che la porta è ancora lì… ma la serratura non è più la stessa.
Quell’assetto democratico, in questa lettura, dipendeva anche dalle scelte dell’organizzazione economica proposta da Keynes. Il keynesismo ha salvato e rilanciato il capitalismo dopo la crisi del 1929, ponendo lo Stato come intermediario tra capitale e lavoro e favorendo la distribuzione della ricchezza per permettere di allocare sul mercato i beni prodotti dalle industrie.
La svolta degli anni ’70: l’ascesa del neoliberismo
Negli anni ’70 del secolo scorso, il keynesismo venne sostituito dal neoliberismo della scuola di Chicago: liberalizzazione del movimento dei capitali, ricerca di siti a più basso costo di materie prime e forza lavoro, e un’accelerazione della finanziarizzazione dell’economia, con la produzione di denaro dal denaro.
In questo modo, con la possibilità di delocalizzare le produzioni, veniva quasi del tutto azzerato il conflitto tra capitale e lavoro. E se il conflitto sociale si spegne perché lo si sposta altrove, la politica smette di essere un campo di mediazione e diventa, lentamente, un ufficio di rappresentanza.
Non vi era più la tendenza a distribuire la ricchezza prodotta, che veniva sempre più concentrata in poche mani. Da qui, secondo questa interpretazione, il concentrarsi in poche mani del controllo dei mezzi di produzione, delle nuove tecnologie e dell’informazione.
Un assetto organizzativo di questo tipo trova un ostacolo nelle regole presenti in una democrazia: ed ecco la ragione per cui questa viene progressivamente destrutturata. La politica risulta al servizio del mondo economico-finanziario e segue pedissequamente, in Occidente, le sue indicazioni. È la scena in cui il copione sembra scritto altrove, e gli attori istituzionali recitano senza improvvisare.
La crisi del 2008 e il neoliberismo che non risponde
Ora assistiamo a una crisi profonda del neoliberismo, che ha avuto un momento topico nel crollo del 2008, i cui effetti—diretti o indiretti—continuano a pesare sulla vita quotidiana di molti: salari, precarietà, servizi pubblici, disuguaglianze.
In più, il neoliberismo non riesce a dare risposte neppure ai problemi ecologici e demografici che ormai assillano il pianeta. Quando un modello non risponde, spesso non si corregge: si irrigidisce. E l’irrigidimento, nella storia, raramente porta aria pulita.
La tentazione della guerra: controllo e industria degli armamenti
Forse per queste ragioni, per mantenere una presunta superiorità organizzativa nel mondo e sicuramente per soddisfare i bisogni delle industrie degli armamenti, si spinge verso la guerra. La guerra come motore, come distrazione, come collante. Una scorciatoia tragica che promette ordine mentre produce macerie.
L’eco di Orwell: “1984” e il rischio dell’atomica
Tutto questo assomiglia molto alla guerra preconizzata da Orwell in “1984”: tre macro-aree che si combattono tra loro, motivando la popolazione e mantenendo intatto l’ordine voluto dal Grande Fratello. Solo che Orwell non sapeva dell’esistenza dell’atomica, che può distruggere tutto, anche il pseudo-equilibrio del Grande Fratello.
E qui sta il punto più cupo: se il controllo vive di stabilità e paura calibrata, l’atomica è la paura senza calibratura. Il meccanismo può saltare. E quando salta, non resta un romanzo distopico: resta la storia, quella vera, che non ammette “reset”.
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