Nell’ultima giornata della 4ª edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo (26 novembre 2025), l’intervento di Leopoldo Di Filippo, consigliere e responsabile promozione di Dioghenes APS, ha scelto la via più scomoda: chiamare le cose col loro nome. Sfruttamento, insicurezza, lavoro povero, infiltrazioni, silenzio politico. E una frase che resta addosso: “Vogliamo una società che rispetti tutte le libertà, meno una: quella di sfruttare il popolo”.
Di Filippo porta sul palco ciò che spesso resta fuori dalle cerimonie: i luoghi di lavoro, gli sguardi di chi la sera fa i conti con la paura. Racconta di operai e lavoratori che non chiedono “favori”, ma l’ovvio che in Italia è diventato straordinario: sicurezza, rispetto, salario dignitoso. Il messaggio che dice di ascoltare più spesso è semplice e feroce: “non voglio scegliere tra portare il pane e rischiare di non tornare”.
La retorica non serve. Perché quando un lavoratore muore, Di Filippo lo dice senza giri: non è un incidente. È “il punto di arrivo” di scelte sbagliate, di controlli che mancano, di formazione tagliata, di prevenzione trattata come un costo inutile.
“Non esistono regioni immuni”: Molise, Cremona, stessa fragilità
Un passaggio chiave dell’intervento è territoriale e politico insieme. Di Filippo, partendo dal Molise, rifiuta l’idea comoda delle “isole felici”: precarietà, appalti, cantieri che aprono e si svuotano, logistica che corre più dei diritti. E poi la frase che sposta la prospettiva: ciò che vede “a casa” lo ritrova “anche qui”, a Cremona. Stesse crepe, stessi varchi in cui si infilano illegalità e mafie.
Il punto non è solo l’ombra criminale: è il terreno che le si prepara sotto i piedi. Dove il lavoro si indebolisce, dove i contratti diventano sabbia, dove il controllo pubblico è intermittente, lì lo Stato arretra e qualcun altro avanza.
Chiamare le cose col loro nome: sfruttamento, complicità, mafia
Nel cuore del discorso, Di Filippo alza la voce su un dovere che oggi pare rivoluzionario: dire la verità con parole nette. Chiamare sfruttamento lo sfruttamento. Chiamare politica la chiusura degli occhi. Chiamare mafia la rete che “profitta” di questo sistema, quando trova “un varco dove lo Stato non c’è”.
È un passaggio che suona come un promemoria collettivo: la neutralità, in certe storie, non è prudenza. È resa.
Di Filippo non si ferma all’accusa. Indica una strada fatta di misure concrete:
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Sicurezza come “contratto morale”, non come voce da comprimere
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Ispettorati con personale stabile e controlli continui, non “operazioni spot”
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Trasparenza negli appalti e tracciabilità delle decisioni
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Un sindacato che torni “casa” e “scuola”: leggere i contratti, riconoscere lo sfruttamento, difendersi
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Formazione nei cantieri, nelle scuole, nelle campagne: cultura pratica dei diritti
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Protezione e sostegno per chi denuncia lavoro nero, estorsioni, condizioni pericolose
Il filo è uno: senza comunità e reti civiche, la legge resta carta. Con comunità e reti, la carta può diventare carne, voce, protezione.
“Il lavoro deve liberare”: il senso del Premio Lea Garofalo, oggi
Nel chiudere, Di Filippo lega tutto a un’idea che è insieme politica e umana: il lavoro come vincolo che tiene insieme la vita delle persone. Se lo svuotiamo di dignità, lo consegniamo a chi vende false promesse e falsa forza. Se lo riempiamo di diritti, diventa liberazione.
E in una giornata dedicata a Lea Garofalo, testimone di verità contro la ‘ndrangheta, quel messaggio acquista un significato doppio: non c’è libertà dove qualcuno può sfruttare. Non c’è futuro dove la sicurezza è optional. Non c’è comunità dove il silenzio è la regola.





