Mentre sulla stampa regionale l’accordo Confial viene venduto come “miglioramento” per 180 lavoratori, dentro l’azienda il clima sembra l’opposto. Almeno così sembra da una lettera inviata in redazione. Quando un’intesa viene raccontata come tutela e chi lavora la vive come incertezza, c’è un problema di sostanza. E la comunicazione, intesa come narrazione, lascia il tempo che trova.
Un lavoratore lo dice senza diplomazia: “Mentre qualcuno firma accordi parlando di ‘miglioramenti’, c’è chi vive nell’incertezza, aspettando un rinnovo, rinviando un progetto di casa, di famiglia, di una vita normale”.
La narrazione pubblica parla di “più diritti e flessibilità”. Ma dal basso arriva una domanda che suona come uno schiaffo: “Tutto il resto sono solo parole. Miglioramenti dite. Ma per chi?”. E subito dopo il punto: “Recuperare ferie non cambia lo stato delle cose. Consegnare buoni pasto per tentare invano, di nascondere la polvere sotto il famoso tappeto?”.
Il nodo, per chi protesta, è proprio questo: chiamare “flessibilità” quello che viene percepito come precarietà. “Promesse senza garanzie non costruiscono un futuro”, scrive il lavoratore (che vuole rimanere anonimo e noi rispettiamo la sua scelta). E aggiunge: “Chiamare flessibilità ciò che non da sicurezza non è un miglioramento: è un modo ‘elegante’ per evitare la problematica”.
Sicurezza, una parola, ripetuta più volte. “Il vero miglioramento ha un solo nome: sicurezza”. E ancora: “La sicurezza di sapere che il lavoro delle persone non sparirà domani. La sicurezza di poter fare progetti di vita senza avere paura”. Una richiesta legittima.
L’accordo sindacale (con una sigla “che nessuno di noi ha mai sentito nominare”) sembra una cosa vuota: “Senza questo, ogni accordo è vuoto”. E la questione si allarga. “Viviamo in una terra che si svuota sempre più dei giovani del posto, in cui il lavoro viene meno ed il futuro è continuamente rimandato e ha il sapore del precariato”. Chi tocca i contratti tocca la demografia, le famiglie. La dignità. Parola sconosciuta a molti.
Il lavoratore parla di rispetto. Parla di come si decide sulla pelle di chi lavora: “In questo contesto, decidere della vita delle persone, toccare la loro dignità senza nemmeno guardarle negli occhi non è sinonimo di mediazione”. Poi affonda: “E’ una scelta, una presa di coscienza che pesa tanto quanto un macigno”.
Il passaggio più duro riguarda chi ha firmato: “Dovrebbe chiedersi se avesse accettato lo stesso per sé”. Ecco la condanna senza appello: “Il lavoro non è una merce. La dignità non si firma lontano dalle brave persone”.
La protesta non è un capriccio. “La vergogna non sta nelle proteste o nel difendere un proprio diritto che ci è stato tolto ingiustamente ed illegalmente. Sta nelle firme messe senza coraggio”.
Il lavoratore chiude con questa farse: “Hanno volutamente innescare un meccanismo di terrorismo psicologico nei nostri confronti”.
Quando un lavoratore arriva a scrivere che “ogni accordo è vuoto” senza sicurezza, significa che la distanza tra le firme e la realtà è diventata enorme. Resta lo stato di agitazione proclamato dalle tre sigle sindacali, come abbiamo scritto ieri. Noi continueremo a seguire da molto vicino questa vicenda.
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