Stefano Tamburini. Sei arrivato primo nella sezione letteraria della II Edizione del Premio Nazionale Letterario e Giornalistico Pier Paolo Pasolini. Un tuo pensiero su questo premio e ti aspettavi questa posizione?
«Il Premio organizzato da “Dioghenes APS” e da “WordNews.it” ha prima di tutto la funzione meritoria di tenere alta l’attenzione sulla figura e sull’insegnamento di Pier Paolo Pasolini. Con questo riconoscimento si offre una maggiore visibilità a colleghi che cercano di far emergere storie dimenticate o ingiustizie di oggi che la narrazione tossica prevalente tende a nascondere. Ero già orgoglioso di essere fra i finalisti; aver vinto il primo premio è stato un “di più” e proprio per questo ho voluto condividere il momento della premiazione con gli altri finalisti presenti alla cerimonia. Proprio per valorizzare al meglio l’opera di chi, ognuno nel proprio ambito, ha il merito di lavorare nella direzione della conquista dei diritti ma soprattutto nella loro conservazione e difesa da assalti poco limpidi e spesso presentati per quello che non sono».
Hai ricevuto il premio con il tuo libro “L’Italia dei favori” per la casa editrice “Il Foglio Letterario”. Nel tuo libro raccogli diverse storie che raccontano come uno “Stato nello Stato” non agisce per il bene pubblico. Quanto questo sistema oggi impatta nella società civile?
«Questo Sistema di Potere ha diverse facce, spesso nascoste, spesso percepite male se non al contrario dal cittadino-elettore. Nel libro racconto otto macro-storie che hanno un’ambientazione precisa ma non sono isolate in quel contesto, sono esemplificazioni di modi di agire più diffusi anche in altre realtà, vicine o lontane rispetto al luogo dove sono localizzate. Si tratta di favori ai potenti, diritti spacciati per favori, risarcimenti di devastazioni ambientali solo paventati ma sempre come se fossero concessioni; opere pubbliche promesse e mai realizzate facendo cortesie a chi ha interesse che quelle opere non ci siano. E ancora, Sistemi di Potere che si basano sull’elargizione di favori in cambio di voti e sulla più o meno velata negazione dei diritti a chi di quel Sistema non fa parte».

Puoi fare qualche esempio per capire meglio il modus operandi?
«Sono bravi a cambiare metodo a seconda delle circostanze. Ad esempio c’è lo stadio da costruire che nasconde gigantesche speculazioni immobiliari a vantaggio dei soliti noti. Io racconto una storia del 2006 che si è svolta a Rimini ma, con diverse caratteristiche, è molto simile a quella in corso a Milano per lo stadio di San Siro. Si utilizzano i tifosi, soprattutto gli ultrà, come ariete per sfondare le zone di dissenso e come scudo alle critiche. Racconto la storia di una giunta regionale (in Abruzzo) finita in carcere per un giro devastante di clientele nel 1992 ma quel sistema – al di là della conclusione dell’iter giudiziario – è ancora in piedi quasi ovunque. Solo che ha imparato ad aggirare meglio le leggi. O a cancellarle, come quella che puniva l’abuso d’ufficio. C’è la storia del Sistema di Potere di Salerno, qualcosa che fa rabbrividire».
Non c’è da essere ottimisti…
«No, in effetti… ma questo non è un libro contro la politica. Perché la politica, quella buona, va difesa da quella cattiva che racconto nel libro, perché quando finisce la politica poi arrivano i generali. Ecco, io racconto storie che rivelano le sciagure provocate dai partiti e dai loro appetiti di potere per il potere. Storie dove il cittadino è vittima, e poco importa se i comportamenti dei politici siano stati o meno esaminati dalla magistratura e giudicati anche non illegali. Perché l’ottica con cui viene osservato il progressivo degrado della qualità della politica non è quella del codice penale o civile. E non si ferma neppure al lato più genuino dell’etica. Quello che potrebbe sembrare un duro attacco alla politica in realtà è un atto d’amore per la democrazia e della sua essenza più genuina, quella del rispetto della rappresentanza e, soprattutto, dei cittadini rappresentati».
Questo Sistema di potere a chi conviene e a danno di chi?
«Questo insieme di Sistemi di potere conviene a chi ha interesse ad abbassare la partecipazione al voto per avere meno cittadini da convincere, con l’inganno della narrazione tossica, con le promesse o con le clientele. Meno sono e meglio si riesce a mettere a segno il progetto di comando».
Quali dovrebbero essere i meccanismi per eliminare tutto ciò?
«Intanto, sapere e capire. Poi imparare a riconoscere i buoni dai meno buoni. Informarsi, capire, non dare niente per scontato. Il cittadino consapevole può fare molto. Perché le fondamenta di questi Sistemi di potere sono cementate nell’ignoranza e nella narrazione tossica. L’impegno vale molto più di un voto, perché il voto è cosa di un giorno e poi se ne riparla dopo cinque anni, quando magari sarà troppo tardi per rimediare. La libertà è partecipazione, ogni giorno. Non è resa a chi governa che quasi mai governa ma vuole comandare, imporre una visione e renderci tutti uguali. Io con questo libro dico a quelli che comandano con questi principi che “io so chi siete e cosa ci avete fatto, cosa ci state facendo”. E cerco di farlo sapere a tutti quelli che vorranno leggerlo».





