In questo momento storico il mondo sta attraversando una fase delicata e pericolosa.
Le guerre del decennio 2020 potrebbero essere un capitolo di un futuro libro di storia.
E su tutto sembra vertere il tentativo del presidente Donald Trump di riscattare e ricostruire il primato americano in un mondo irrimediabilmente cambiato nel nuovo multipolarismo.
Le situazioni più in vista: Venezuela, Iran, Groenlandia, Palestina.
Iran, ora, è al centro dell’occhio del ciclone mediatico e, a un’analisi attenta, presenta dinamiche molto simili a quelle del Venezuela.
Primo mito da sfatare: una rivolta nata come reazione a una esasperata e parossistica crisi economica e a una corruzione ormai stratificata a tutti i livelli amministrativi, più che contro il regime (come espone la narrativa mainstream dei grandi media).
Un paese mediorientale che di certo non è l’Afghanistan, ma una nazione in continuo divenire, con un tasso elevatissimo di scolarizzazione, di studenti universitari e, in maggioranza, donne; un contesto in cui esistono grandi centri urbani dove quasi nessuno porta più il chador, dentro un regime liberista di Stato rielaborato in funzione locale (quasi un modello delle teorie economiche liberali di Friedrich Hayek).
E che è ormai una potenza regionale anche a livello militare, come dimostrerebbero la guerra dei 13 giorni e i danni causati dalle armi ipersoniche a strutture come l’Aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, completamente distrutto.
E su tutto c’è un altro aspetto: il fenomeno della creazione mediale di una realtà parallela non vera da parte del sistema dell’informazione e del giornalismo mondiale, in cui non è più la politica a influenzare il giornalista, ma il contrario; un paradosso in cui il sistema informativo è solo propaganda non obiettiva e, al tempo stesso, condiziona le scelte dei governi.
La crisi economica in Iran sarebbe provocata proprio dalle sanzioni statunitensi iniziate nel primo mandato Trump.
Che ha, in questa dinamica, qualcosa di simile, per non dire uguale, con il Venezuela.
Il caso Maduro e la scelta di conservare, poi, il governo chavista, sostituendo soltanto il leader con il vicepresidente Rodriguez.
E il tacere da parte del mainstream che il paese latinoamericano non è vero che abbia avuto un raid incruento, ma avrebbe subito perdite civili e danni infrastrutturali notevoli.
E su tutto la figura di Donald Trump, paragonabile per molti versi a quella del gradasso dei testi letterari del Medioevo e del Rinascimento, che da solo sgomina con la violenza tutti.
E appunto, da qui, si passa alla questione della Groenlandia.
Si evince soprattutto una cosa fondamentale: l’ipocrisia di un Occidente, in particolare l’Unione europea, che in realtà il pensiero coloniale e neocoloniale non lo ha mai abbandonato.
Il caso Groenlandia è l’esempio pratico di un revanscismo di questo tipo da parte della Danimarca, con il ritorno al passato delle pretese della monarchia danese sull’isola.
In questo strano inizio di conflitto interno all’Occidente, almeno Trump avrebbe fatto in modo di far gettare la maschera ai governanti del vecchio continente.
E infine, la guerra Gaza/Israele.
Con la spiegazione del perché sia valido il termine genocidio, riconosciuto dalla maggior parte degli studiosi internazionali, e della nuova connotazione di come sarebbe stato effettuato.
Dopo quello a livello industriale della Germania nazista, si arriverebbe a quello attuale di Israele sui palestinesi di Striscia di Gaza, che avrebbe una caratteristica innovativa e altrettanto terribile: essere stato visto a livello globale e testimoniato in diretta dai media di tutto il mondo.
Questi argomenti e ulteriori approfondimenti in questa intervista non mainstream con il Prof. Angelo D’Orsi.





